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turismo Archivi - Giuseppe Di Siena

Sentieri storico-naturalistici a Coreno Ausonio (Fr)

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Macaone (Papillo Machaon)

Macaone (Papillo Machaon)

Nelle scienze esatte spesso capita che più una formula è semplice, più si rivela efficace, utile, rivoluzionaria. Similmente, un progetto dall’idea elementare e dal costo contenuto potrà annoverarsi probabilmente tra le iniziative più fruttifere e virtuose portate a termine da un’amministrazione locale negli ultimi decenni. Con la collaborazione della sezione di Esperia del C.A.I. (Club Alpino Italiano), il generoso contributo di un drappello di volontari nonché la dedizione instancabile del giovane Gianfranco Onairda (delegato comunale all’organizzazione di eventi e manifestazioni)  si è lavorato alla promozione dei sentieri storici che insistono nel territorio collinare e montano di Coreno Ausonio (Fr). I possibili tracciati, (per lo più antiche mulattiere in pietra), sono stati perlustrati più volte al fine di individuarne i migliori. I percorsi scelti sono stati ripuliti da arbusti e sterpaglie, codificati e georefenziati con un navigatore GPS, infine regolarmente contrassegnati con il segno bianco/rosso del C.A.I. (autorizzato a svolgere tale attività dalla Legge 776/1985).

Il progetto ha previsto la stampa di una brochure divulgativa che riporta, oltre ad informazioni storico-naturalistiche sul territorio e sui luoghi d’interesse, la mappa di tutti gli itinerari presi in considerazione. I percorsi censiti entreranno a far parte del Catasto regionale dei sentieri del Lazio che sarà reso disponibile su internet e che favorirà nell’area degli Aurunci Orientali (Monti Vescini) un turismo di tipo escursionistico.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Nel giorno di pasquetta ho avuto modo di sperimentare l’efficacia degli interventi realizzati. Dai pressi dell’acquedotto comunale, non lontano dal centro del paese, con una piccola comitiva ho intrapreso il cammino che abbraccia ad anello il monte Rinchiuso (778 m) e che coinvolge parte dei sentieri 973, 973B e 975. L’itinerario, di circa 8 chilometri, si snoda fra 380 m e 750 m di altitudine. Nel 2004, con un paio di amici dell’università, tentai un’escursione simile nella stessa zona. In quella circostanza smarrii una mulattiera e ci ritrovammo, nel giorno del solstizio d’estate, sotto un sole cocente, sul clivo ripido esposto a Sud che sovrasta il paese, in mezzo alla vegetazione alta di ampelodesma tenax, una pianta cespugliosa dalle foglie taglienti.

Sentiero CAI 973 - Panorama verso il mar Tirreno

Sentiero CAI 973 – Panorama verso il mar Tirreno

In questa escursione non ho avuto difficoltà di orientamento. Il primo tratto del percorso (sentiero 973) è ripido ma panoramico. Verso Sud-Ovest, oltre il paese che man mano si allontana, si  staglia la linea di costa del mar Tirreno. Verso Nord-Ovest, oltre la gariga mediterranea tipica dei dintorni, la vista può indugiare sulla parete verticale del monte Fammera (1166 m) e sull’amena forma piramidale del monte D’Oro (828 m). Salendo ancora la pendenza del cammino si attenua. Soprattutto il paesaggio diviene meno spoglio, gli alberi di specie diverse si infittiscono e la natura esplode in tutta la sua straordinaria biodiversità.

Casella della "Matthia": luogo di una tragedia di guerra

Sentiero CAI 973B – Casella della “Matthia”

Proseguendo sul sentiero 973B ci si addentra sul versante settentrionale del monte Rinchiuso fino ad attraversare una zona particolarmente umida, dalle infinite sfumature di verde, colonizzata da un intreccio di carpini bianchi, ricca di muschio e disseminata di profumati ciclamini. A 675 m s.l.m. si raggiunge la “casella della Matthia“. Il sito fu teatro di una tragica esecuzione durante la II guerra mondiale: il 12 aprile 1944 alcuni civili furono uccisi per rappresaglia da soldati tedeschi in quanto avevano dato ricovero ad un aviatore americano che si era paracadutato da un aereo abbattuto.

Lecceta delle Chianare (720  m slm)

Lecceta delle Chianare (720 m s.l.m.)

Più avanti il sentiero si confonde con una pista realizzata dai taglialegna negli anni ’80 e che, assieme ai tralicci dell’alta tensione,(installati nello stesso periodo), ha un po’ compromesso l’originario aspetto “selvaggio” e incontaminato dei luoghi. A partire da circa 720 m s.l.m. si raggiungono le Chianare, un’area di notevole pregio antropologico e naturalistico. Le sue valli si incuneano tra la sommità del Monte Rinchiuso e le pendici meridionali del Monte Maio (940 m). Qui il paesaggio è colonizzato diffusamente dai lecci (Quercus ilex), alberi sempreverdi il cui apparato radicale riesce a insinuarsi in profondità tra i sassi. Con la loro fitta chioma assicurano un microclima relativamente fresco anche nei giorni più caldi dell’estate. Il bivio con il sentiero che porta sulla sommità del monte Maio è facilmente riconoscibile. Più avanti una carrareccia fende ripida il costone che porta alla strada bianca carrabile, a sua volta rilevata come sentiero n. 975 per mountain bike. Di qui la stanchezza si fa sentire, ma la discesa è ormai agevole, fino al paese.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

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L’acropoli di Alatri (Fr)

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Scorcio di Alatri visto dal lato Ovest dell'Acropoli.

Scorcio di Alatri visto dal lato Ovest dell’Acropoli.

Alatri è un’accogliente città di palazzi storici, edifici religiosi e fontane monumentali. Il centro urbano, che vanta origini antichissime, è il terzo della Ciociaria per numero di abitanti (dopo Frosinone e Cassino). Il fastigio del borgo è l’acropoli, caratterizzata da una cintura di mura megalitiche che abbracciano la sommità della collina su cui la città è adagiata.

Vista della porta Maggiore dall'interno dell'Acropoli di Alatri.

Vista della porta Maggiore dall’interno dell’Acropoli di Alatri.

Veduta verso Sud dal Pizzale dell'Acropoli di Alatri.

Veduta verso Sud dal Pizzale dell’Acropoli di Alatri.

Monumento al "concone", la brocca simbolo della Ciociaria (Acropoli di Alatri).

Monumento al”concone”, la brocca simbolo della Ciociaria (Alatri).

L’inizio della costruzione delle mura viene fatto risalire al VII secolo a.E.V.. I massi – anche di ragguardevoli dimensioni- levigati e sapientemente incastrati a secco, formano una barriera spessa e possente. Un tempo, oltre ad avere funzioni di protezione, delimitavano l’area sacra di un tempio pagano. Dal centro della città l’accesso più rapido al sito è quello attraverso la cosiddetta Porta minore (di solito chiusa però da un cancelletto). L’accesso principale è la Porta maggiore, che si trova quasi agli antipodi del quadrilatero murario. Affaccia su una stradina modesta che costeggia alcune abitazioni private.

Rivolta a Sud, con le sue umili pietre ingrigite e l’enorme architrave, la Porta maggiore conserva intatta l’antica sembianza austera e solenne. Accanto all’ingresso, sulla sinistra, sono presenti tre grandi nicchie, apparentemente riservate a qualche culto arcaico. Sulla destra, poco lontano, c’è il cosiddetto “Pizzale“, uno spigolo alto delle mura. Dalla sua sommità si possono mirare i monti Ernici e il paesaggio declinante verso la piana di Tecchiena. Sulle pendici di una collina si può individuare in lontananza il centro abitato di Veroli.

Proseguendo il cammino sull’Acropoli, sul lato opposto (Nord) la vista sovrasta la gran parte dei tetti e dei campanili del centro storico di Alatri. La sensazione è che da quell’altura si stia costeggiando una “piccola Siena”. Il luogo è reso ameno dalle pietre invecchiate dal tempo, ma la passeggiata è resa incantevole dalla presenza degli alberi e del verde.  Con il fusto eretto e regolare in mezzo al primo tappeto di foglie, spiccano i viali di tiglio. In un tiepido giorno di autunno, le loro chiome tendono ormai a spogliarsi e a colorarsi di un luminoso giallo.

Mura megalitiche di Alatri viste da via del Duomo (lato città)

Mura megalitiche di Alatri viste da via del Duomo (lato città)

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Riserva naturale di Posta Fibreno (Fr)

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Il lago “Posta” è ubicato nel comune ciociaro di Posta Fibreno, a pochissimi chilometri dalla SS 509 Cassino-Sora. Si trova a un’altitudine di 289 m slm e occupa una superficie di 28.700 metri quadrati. Ha una forma allungata ad angolo che pare sia il frutto della fusione di due distinti ristagni originari. Il lago può pregiarsi di una bizzarra peculiarità naturalistica: la cosiddetta “rota“, un’isola galleggiante di torba e vegetazione che si sposta da una parte all’altra sospinta dal vento o dal flusso sorgivo profondo. Il lago non presenta affluenti, ma dal fondo sgorga un flusso d’acqua possente e ininterrotto (circa 6 metri cubi d’acqua al secondo) che proviene, attraverso falde sotterranee, dai bacini imbriferi delle vicine montagne dell’Abruzzo. Lo specchio d’acqua dà vita al fiume Fibreno che alimenta il Liri-Garigliano, uno dei più importanti fiumi del Lazio.

Nel giorno della mia visita (a pasquetta) la sede della Riserva naturale (istituita nel 1983 con il contributo del WWF) era chiusa. Solo un cane, alla vista d’un pallone rimbalzante, abbaiava e saltava giocoso, invano smanioso di uscire dal suo recinto. Di lì un piacevole  viottolo tra terra umida e vegetazione lacustre ci porta su una suggestiva passatoia di legno con qualche doga mancante. La passerella, consumata e semidistrutta dagli anni, alla fine si butta letteralmente nel lago, nei pressi di un cestino di rifiuti che emerge -interrogativo- tra le acque stagnanti. Nonostante il tempo fosse incerto, quasi freddo e a tratti piovigginoso, era notevole il flusso di persone in cerca di ristoro nelle aree pic-nic. Ai margini del lago sono pure in corso lavori per l’ammodernamento di alcune strutture di accoglienza. Altre piacevoli sistemazioni urbanistiche hanno una fattura recente. Un segno evidente che le istituzioni e la collettività locale comprendono le potenzialità turistico-ricreative del luogo. Si potrebbe riflettere su come la natura e il paesaggio, pur così vilipesi durante lo sviluppo italiano degli ultimi 50 anni, si rivelano in realtà in grado di produrre dei posti di lavoro con maggiore certezza e continuità di quanto possa fare ogni altra umana industria o selvaggia cementificazione.

Prima che faccia buio c’è ancora il tempo di una visita al centro abitato di Posta Fibreno, adagiato su una collina a 308 m slm. Sulla parete di una chiesa una targa ricorda come il paese si sia costituito in comune autonomo solo il 5 marzo 1957, grazie -tra gli altri- all’interessamento del politico Giulio Andreotti. Nella parte più alta del piccolo borgo si stende in mezzo  alle case un’ampia piazzetta pianeggiante, felicemente lastricata con blocchetti di marmo di Coreno. La stessa pavimentazione si allunga in un vicolo che porta al belvedere, nei pressi della torre dell’acquedotto.  Di lì la vista domina sul lago, su alcune stradine bianche che si snodano sinuose tra le campagne della piana, sulle montagnole informi come vulcani, sulle luci della sera che cominciano a brillare.

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Roma, 17 gennaio 2009

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A Roma doveva esserci in questi giorni un incontro studenti-aziende analogo ad altri già realizzato, con successo, in alcune città del Nord Italia. In realtà -sarà stato forse colpa anche della crisi economica- questa iniziativa a Roma è stata inserita in modo di gran lunga minoritario all’interno del “primo festival internazionale degli itinerari dello spirito”, una sorta di Fiera sul turismo religioso. Così all’avvicinarsi della struttura espositiva si potevano osservare curiosamente cattoliche signore inveterate, per lo più benestanti, accanto a  ragazzine appena laureate o diplomate, per lo più squattrinate.

Molti i giovani in cerca di lavoro, in gran parte donne, ma di aziende alla ricerca di personale ce n’erano solo due: la Fiorucci (che peraltro sembra non stia navigando in buone acque) e l’Air Columbia del gruppo Lufthansa (che cercava soprattutto neodiplomati da inserire in una… scuola). C’erano invero anche diverse agenzie di lavoro interinale: Metis spa, Fondazione Lavoro o l’austriaca Trenkwalder. Ma quanto agli altri espositori, più che di lavoro, erano operatori di “metalavoro” in quanto si occupavamo di servizi correlati, quando non di  semplice formazione: scuole per lingue e soggiorni all’estero, enti pubblici vari, università, giornali e siti internet specializzati (Lavorare, Monster, Job advisor) agenzie di stage (come Cristicchi insegna, l’Italia è una Repubblica fondata sullo stage.)

Nello stand del Parlamento Europeo mi ero messo ad esaminare una interessante cartina sull’espansione storica della Comunità europea. Ce n’era una simile a scuola, quando frequentavo le medie di Coreno, alla fine degli anni ‘80, e gli ultimi Paesi ad aderire erano stati il Portogallo e la Spagna. Quand’ecco mi avvicina una signorina giovanissima: “Noi siamo qui perché -ci tiene a spiegare- al Parlamento Europeo stiamo ricevendo molte lamentele (!) per la mancanza di lavoro “. Mentre mi parla d’Europa non riesco a fare a meno di notare i suoi tratti somatici… asiatici. Comunque a suo dire grazie a questa Europa ci sarebbero diverse opportunità di lavoro, come sarebbe possibile verificare sul sito www.europarl.it.

Agli stand delle province di Frosinone e Viterbo non c’è nessuno. Il baldacchino innalzato e intestato a regola d’arte ma al di sotto di esso: il nulla. Sarebbe sciocco, banale pensare che queste province siano così poco serie o sprovvedute, da sperperare i soldi dei cittadini per iniziative inutili. Io ho notato invece che alcuni visitatori approfittavano proprio di questi stand fantasma (un altro era quello dell’Assessorato al lavoro del comune di Roma) per sedersi ai tavoli vuoti e riposare qualche minuto.

Dall’esposizione di tema “religioso” ci separava tra gli altri un allestimento della Generali assicurazioni. Non a caso. Da un lato forse cercavano anche qualche buon laureato.  Avevano pure arruolato delle ragazze per disegnare un graffito artistico con delle bombolette spray, di certo per suggerire un’idea di apertura verso la fantasia giovanile.  Ma dall’altro tenevano a far sapere agli altri visitatori che da anni ormai, grazie a Generali, puoi assicurare il tuo… pellegrinaggio!

Qualche ulteriore cenno a questa prima Fiera del turismo spirituale –Journey of the spirits festival– organizzata dall’ ORP, Opera Romana Pellegrinaggi. Nel padiglione promiscuo, erano presenti gli stand di agenzie di viaggi, compagnie di trasporto, rappresentanze di regioni o nazioni europee e non, ma anche venditori di libri o semplici commercianti di oggetti e gadget più o meno religiosi. In tutto questo sfavillìo di suggestive immagini di luoghi esotici, mitici o mistici, capitava di restare colpiti, proprio per la sua povertà scenografica, dallo stand dell’Egitto. Due signori grassocci, apparentemente gentili e disponibili a qualsiasi chiarimento, ma dietro il loro banchetto solo un foglio con una scritta verde, a malapena colorata a mano: “Conosci qui l’EGITTO “.

Nel padiglione 9, chiamato “Villaggio Italia“, era stata  stata realizzata la nostra penisola in scala. Su di essa erano tracciati i percorsi e i luoghi religiosi più significativi, alcuni evidenziati anche con un monitor.  Intorno alla penisola, gli stand istituzionali delle regioni italiane.  Obiettivamente, il nostro Paese è stracolmo di tali luoghi, di valore anche storico e artistico. Comunque mi è parsa deludente l’assenza, su questa grande Italia, di un chiaro riferimento al monastero di Montecassino.

L’altro padiglione, chiamato ”I grandi Itinerari della fede“, era costituito da un intimistico percorso ad anello, con luci molto soffuse, un tappetino che riproduceva un finto mattonato e quinte a forma di archi tra le quali era diffusa una musica suadente. Il tronco assegnato al Ministero del turismo di Israele spiccava soprattutto per i profumi che diffondevano nell’aria a partire da cesti intrecciati, i quali contenevano varie e misteriose erbe aromatiche. Esposizioni a tema, tra le altre, anche sulla via Francigena. Su una parete, una virtuale rappresentazione dell’interno del Santuario di Compostela, col tipico diffusore di incenso a oscillare leggermente tra le navate. In conclusione, un evento cui mi sono ritrovato ad assistitere involontariamente, ma che è stata l’occasione per riflettere su quante persone fanno della fede altrui un motivo di lavoro, di guadagno o anche di speculazione.

Dalla fiera di Roma non è immediato arrivare a Termini. Bisogna scendere alla stazione Ostiense, poi raggiungere a piedi la vicina fermata Piramide della linea B. Nel vagone della metro mi son ritrovato, in modo anche lievemente inquietante, accanto a un manipolo di arabi con le tipiche sciarpe a scacchi neri (kefiah) e qualche bandiera palestinese su le spalle. Uscendo dal convoglio mi son accorto che queste persone erano tantissime. Una donna teneva tra le mani la foto di un ferito straziato dalle bombe, forse un bambino. Dovevano essere tutti diretti a Piazza Veneto, da dove sembra sia partito un corteo dal titolo “Dalla parte dei palestinesi” cui avrebbero partecipato decine di migliaia di persone.

Ma dal canto mio, sbucando in superficie alla fermata di piazza della Repubblica, mi son meravigliato alla vista di un’altra manifestazione: un ampio cerchio di omìni in tutta arancione che avanzano in circolo tutto attorno alla piazza stessa, sotto lo sguardo attento (e apparentemente poco benevolo), della polizia. Si trattava di una persuasiva esibizione realizzata da Amnesty International. Sembra che i partecipanti fossero esattamente 254 come il numero dei detenuti nel carcere di Guantanamo.

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Leonardo Express

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Leonardo, il genio del Rinascimento che ancora ai nostri giorni continua a dare lustro ad una nazione che sembra far di tutto per non meritarne, si rivolterebbe nella tomba. Lo Stato italiano usa il suo evocativo nome per fregare soldi a ignari turisti stranieri oltre che ai suoi stessi cittadini. Forse molti viaggiatori avranno già intuito che mi riferisco al treno navetta che fa da spola tra la stazione di Roma Termini e l’aeroporto di Fiumicino. Un capolavoro italiano. Una tratta di solo una trentina di chilometri che viene percorsa in quasi tre quarti d’ora. Il treno non fa soste intermedie, ma a scanso di equivoci una voce ripete ossessivamente la prossima fermata. “Leonardo Express” collega un grande aeroporto, ma è un treno come gli altri, salvo il fatto che non ci sono vani dove riporre le valigie. Neanche la frequenza è particolarmente serrata: ne parte uno ogni mezz’ora. A Fiumicino ne ho perso uno per pochi minuti (perché peraltro delle indicazioni in aeroporto erano state poco chiare). Comunque proprio mentre il treno stava partendo, un signore al mio fianco, trafelato, si toglie il cappellino e lo sbatte sui bagagli esclamando: “Mannaggia all’Italia! “. Mai sentita un’imprecazione così. Forse c’era dentro la sua storia di emigrante.
Il biglietto per una sola corsa su “Leonardo” costa 11 euro, più di quello che nel Lazio consente di viaggiare in tutto il resto della regione per un intero giorno. Nondimeno a Fiumicino la maggioranza delle macchinette per timbrare non funziona. Una famiglia di francesi sembra rammaricata di non aver capito neanche che i biglietti andavano obliterati. Interpellato in proposito, un ragazzo li tranquillizza: “Non preoccupatevi, i controlli non ci sono quasi mai“. Per il bene e la dignità del nostro Paese non sapevo che augurarmi: dopo quella rassicurazione, che i controllori fossero passati o no, in ogni caso avremo fatto una brutta figura!
Per la cronaca: non sono passati.

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Visita all’Abbazia di Montecassino (FR)

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Ieri sono stato in visita nella celebre Abbazia di Montecassino (fondata da San Benedetto da Norcia, su un preesistente tempio pagano, nel 529). Avevo già avuto modo di ammirare gli affascinanti esterni in pietra per la prima volta proprio un anno fa, in occasione della consegna delle pergamene di laurea da parte dell’Università di Cassino.
In questa circostanza la dottoressa Rossella Alifuoco, nostra insegnante del corso di tedesco nonché guida turistica della stessa abbazia, ci ha accompagnato gentilmente anche nei luoghi interni. A cominciare dai sotterranei, dove sono visibili le possenti mura poligonali del IV sec. a. C. che ancora oggi costituiscono la robusta fondazione della struttura.

Quindi siamo entrati nella “cella” di San Benedetto. La parete frontale sarebbe stata parte di un’antica torre dell’epoca romana. Sui muri laterali ci sono affreschi che rappresentano episodi, più o meno leggendari, della vita del santo. In uno di essi si nota Benedetto che piange mentre l’abbazia viene bombardata. Questi affreschi, come la grandissima parte degli altri di cui è adornata l’abbazia, sono stati realizzati da pittori italiani a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Lo stesso vale per molte opere scultoree. Nel chiostro d’ingresso, in mezzo ad un giardino con arbusti di piccola taglia, troneggia ad esempio un gruppo bronzeo realizzato da monaci tedeschi e donato nel dopoguerra dal primo ministro tedesco Konrad Herman Josef Adenauer (1876-1967) . Dalla “terrazza” ai piedi di un’ampia gradinata il panorama si spinge verso Ovest e la sottostante piana del fiume Liri. Dalla balaustra si vede anche, su una collina laterale poco distante, il cimitero di guerra polacco. Al centro una cisterna per raccogliere l’acqua piovana; ai lati due rimarchevoli statue, una di san Benedetto (quasi interamente originale) l’altra di santa Scolastica (una copia, purtroppo).

Salendo la scalinata, circondati solo da bianche strutture marmoree, lo sguardo viene rapito soprattutto da un cielo celeste che sembra diventare ad ogni passo, ad ogni gradino, più chiaro e luminoso. Al termine della salita, attraversato il portico, si giunge al “Chiostro dei benefattori”, la cui peculiarità sono le statue di papi e di principi che nel corso dei secoli hanno elargito donazioni per arricchire l’Abbazia. Dirimpetto come un fastigio, al culmine della struttura, c’è la chiesa, ricostruita nel dopoguerra con i fondi dello Stato italiano. Le volte del soffitto, diversamente dall’edificio originale, sono prive (per ora) di affreschi. Le pareti grondano comunque di innumerevoli decorazioni e cesellature laminate in oro. Il pavimento si compone di circa 80 tipi di marmo dalle sfumature di colore più diverse. Sotto l’altare principale sarebbero raccolte le reliquie di san Benedetto e di sua sorella Scolastica. Sembra che questo punto della chiesa sia stato quasi miracolosamente risparmiato dalle bombe, tanto che la cripta sottostante è tra le pochissime parti dell’Abbazia rimaste integre ed originali.

La visita è stata per me molto didattica, interessante e suggestiva. Aleggiava una leggera malinconia anche, soprattutto all’approssimarsi della sera, quando il sole colpiva di striscio i marmi e le imponenti pietre bianche. La distruzione operata dai bombardieri angloamericani è stata solo l’ultima di quattro che sono intervenute per cause diverse nel corso dei millenni. Ma è facile immaginare che nessuna delle precedenti può essere stata altrettanto barbara e devastante. Peraltro è grazie alla lungimiranza delle gerarchie militari tedesche che furono messi in salvo almeno gli archivi e preziosissimi documenti bibliografici. E’ appena il caso di ricordare che nell’abbazia di Montecassino è custodito il primo documento scritto in lingua italiana (Placiti cassinesi, 960).

Il luogo abbonda di reperti dell’epoca romana e di iscrizioni in latino. C’era di che rimanere incantati a immaginare la vita che vi si svolgeva al tempo dell’antica Roma oppure nei molti secoli (bui) successivi, durante i quali il Monastero di Montecassino è restato una sorta di faro di lettere e cultura. Nondimeno era molto facile ritornare ai nostri giorni, semplicemente ascoltando qualche guardia di sorveglianza parlare nel dialetto locale. Non eravamo i soli ma invero i visitatori, complice la stagione invernale, erano pochissimi. Tradisce forse anche un segno dei tempi, ma gli unici ecclesiastici (un paio di monaci, fisicamente l’uno l’opposto dell’altro), li abbiamo incontrati al negozietto di souvenir.

In prossimità dell’ora di chiusura siamo stati sollecitati ad uscire dalle guardie di vigilanza, evidentemente frettolose di ritornare a casa. All’uscita del cancello, mentre si alzava un leggero vento serotino, abbiamo trovato un intero autobus di ragazzi francesi in posa per una foto di gruppo. Un fremito di vitalità in quel luogo un po’ mesto mentre l’aria tendeva a diventare umida e fredda. Sembra però che la scolaresca fosse giunta troppo tardi per entrare. Il turismo sarà pure una ricchezza per l’Italia, ma… dalle ore 15 alle ore 17:15!

Non di rado, durante la visita, il ricordo mi è corso al mio nonno paterno (1911-1996) che sembrava parlarmi con orgoglio di questa Abbazia che dista solo una trentina di chilometri dal mio paese. Aveva partecipato a qualche gita di gruppo per anziani, probabilmente a sfondo religioso, ma in realtà quei luoghi gli erano stati sempre familiari. Nel dopoguerra egli lavorò nei dintorni del monastero per la costruzione di muri a secco di contenimento. Lungo il tragitto ho osservato che sono moltissimi. Chissà su quali o su quante di quelle pietre mio nonno posò le sue mani! Dopo anni di desolazione morale e materiale, i suoi muscoli lavorarono alacremente assieme a quelli di altri italiani non solo per sollevare pietre, ma per ricostruire la pace.

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Nel Nostro Paese- declino del turismo

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Il declino italiano del turismo è una bocciatura che coinvolge l’intero sistema Paese e non solo l’esosità degli operatori del settore. Per accogliere i turisti occorre un “clima” collettivo che non è solo quello atmosferico. Se ad esempio si massacrano colline e promontori sul mare per far posto a costruzioni magari abusive, è evidente che si sta rinunciando ad un beneficio per tutti nel lungo periodo per l’egoismo immediato di un singolo. La crisi del turismo denuncia un atavico male degli italiani: la cura del proprio “particulare” a danno degli interessi della collettività

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