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Militari in visita lungo la linea Gustav

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Together, Further and Faster” ovvero “Insieme, più lontano e più velocemente”, questo il motto della “Headquarters Rapid Reaction Corps”, una struttura di comando specializzata in operazioni via terra cui aderiscono le forze armate di 13 nazioni dell’Unione Europea e della Nato. Il suo quartier generale si trova in una cittadella fortificata nei pressi di Lille, nel Nord della Francia, dove risiedono alcune centinaia di militari. Nella mattina di martedì 18 giugno circa 35 di essi (di nazionalità francese, belga, tedesca, spagnola, danese, inglese) hanno raggiunto la piazza di Coreno Ausonio accompagnati dai Carabinieri di Ausonia. Dopo una breve sosta in Municipio, dove una delegazione è stata accolta dal sindaco Domenico Corte, dal vice sindaco Francesco Lavalle e dall’assessore Domenico Di Bello, i militari hanno proseguito verso la montagna.

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Militare francese e la “Carta dei sentieri lungo la linea Gustav”

Nei pressi del monumento per la pace di Marinaranne i partecipanti al corso, cui erano già state fornite nozioni di tipo storico,  hanno avuto modo di constatare dal vivo l’esatta orografia del territorio. Il programma dell’esercitazione è stato somministrato in lingua inglese e ha consentito agli allievi, mappe alla mano, di ripercorrere la dinamica bellica che ha portato allo sfondamento della linea difensiva apprestata sul Garigliano e alla conquista del monte Maio. Il Sindaco e il neodelegato al turismo Gianfranco Onairda hanno salutato gli ospiti donando loro delle copie della “Carta dei sentieri lungo la linea Gustav” e del libro “Racconti di Guerra” di Gabriel Ruggiero. Alle tredici, proprio mentre dei tuoni annunciavano un imminente acquazzone, i militari sono ripartiti per Venafro (Is), dove era prevista una cerimonia. Una visita insolita, che può farci riflettere, una volta di più, su come le montagne di Coreno, associando al valore naturale-paesaggistico anche quello storico-didattico, possano attrarre persone di lingua e culture diverse.

[Articolo pubblicato sul n. 109 del trimestrale di vita e cultura corenese “La Serra”]

Militari a Marinaranne (Coreno Ausonio), nei pressi del monumento per la pace

Militari a Marinaranne (Coreno Ausonio), nei pressi del monumento per la pace

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Sentieri storico-naturalistici a Coreno Ausonio (Fr)

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Macaone (Papillo Machaon)

Macaone (Papillo Machaon)

Nelle scienze esatte spesso capita che più una formula è semplice, più si rivela efficace, utile, rivoluzionaria. Similmente, un progetto dall’idea elementare e dal costo contenuto potrà annoverarsi probabilmente tra le iniziative più fruttifere e virtuose portate a termine da un’amministrazione locale negli ultimi decenni. Con la collaborazione della sezione di Esperia del C.A.I. (Club Alpino Italiano), il generoso contributo di un drappello di volontari nonché la dedizione instancabile del giovane Gianfranco Onairda (delegato comunale all’organizzazione di eventi e manifestazioni)  si è lavorato alla promozione dei sentieri storici che insistono nel territorio collinare e montano di Coreno Ausonio (Fr). I possibili tracciati, (per lo più antiche mulattiere in pietra), sono stati perlustrati più volte al fine di individuarne i migliori. I percorsi scelti sono stati ripuliti da arbusti e sterpaglie, codificati e georefenziati con un navigatore GPS, infine regolarmente contrassegnati con il segno bianco/rosso del C.A.I. (autorizzato a svolgere tale attività dalla Legge 776/1985).

Il progetto ha previsto la stampa di una brochure divulgativa che riporta, oltre ad informazioni storico-naturalistiche sul territorio e sui luoghi d’interesse, la mappa di tutti gli itinerari presi in considerazione. I percorsi censiti entreranno a far parte del Catasto regionale dei sentieri del Lazio che sarà reso disponibile su internet e che favorirà nell’area degli Aurunci Orientali (Monti Vescini) un turismo di tipo escursionistico.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Nel giorno di pasquetta ho avuto modo di sperimentare l’efficacia degli interventi realizzati. Dai pressi dell’acquedotto comunale, non lontano dal centro del paese, con una piccola comitiva ho intrapreso il cammino che abbraccia ad anello il monte Rinchiuso (778 m) e che coinvolge parte dei sentieri 973, 973B e 975. L’itinerario, di circa 8 chilometri, si snoda fra 380 m e 750 m di altitudine. Nel 2004, con un paio di amici dell’università, tentai un’escursione simile nella stessa zona. In quella circostanza smarrii una mulattiera e ci ritrovammo, nel giorno del solstizio d’estate, sotto un sole cocente, sul clivo ripido esposto a Sud che sovrasta il paese, in mezzo alla vegetazione alta di ampelodesma tenax, una pianta cespugliosa dalle foglie taglienti.

Sentiero CAI 973 - Panorama verso il mar Tirreno

Sentiero CAI 973 – Panorama verso il mar Tirreno

In questa escursione non ho avuto difficoltà di orientamento. Il primo tratto del percorso (sentiero 973) è ripido ma panoramico. Verso Sud-Ovest, oltre il paese che man mano si allontana, si  staglia la linea di costa del mar Tirreno. Verso Nord-Ovest, oltre la gariga mediterranea tipica dei dintorni, la vista può indugiare sulla parete verticale del monte Fammera (1166 m) e sull’amena forma piramidale del monte D’Oro (828 m). Salendo ancora la pendenza del cammino si attenua. Soprattutto il paesaggio diviene meno spoglio, gli alberi di specie diverse si infittiscono e la natura esplode in tutta la sua straordinaria biodiversità.

Casella della "Matthia": luogo di una tragedia di guerra

Sentiero CAI 973B – Casella della “Matthia”

Proseguendo sul sentiero 973B ci si addentra sul versante settentrionale del monte Rinchiuso fino ad attraversare una zona particolarmente umida, dalle infinite sfumature di verde, colonizzata da un intreccio di carpini bianchi, ricca di muschio e disseminata di profumati ciclamini. A 675 m s.l.m. si raggiunge la “casella della Matthia“. Il sito fu teatro di una tragica esecuzione durante la II guerra mondiale: il 12 aprile 1944 alcuni civili furono uccisi per rappresaglia da soldati tedeschi in quanto avevano dato ricovero ad un aviatore americano che si era paracadutato da un aereo abbattuto.

Lecceta delle Chianare (720  m slm)

Lecceta delle Chianare (720 m s.l.m.)

Più avanti il sentiero si confonde con una pista realizzata dai taglialegna negli anni ’80 e che, assieme ai tralicci dell’alta tensione,(installati nello stesso periodo), ha un po’ compromesso l’originario aspetto “selvaggio” e incontaminato dei luoghi. A partire da circa 720 m s.l.m. si raggiungono le Chianare, un’area di notevole pregio antropologico e naturalistico. Le sue valli si incuneano tra la sommità del Monte Rinchiuso e le pendici meridionali del Monte Maio (940 m). Qui il paesaggio è colonizzato diffusamente dai lecci (Quercus ilex), alberi sempreverdi il cui apparato radicale riesce a insinuarsi in profondità tra i sassi. Con la loro fitta chioma assicurano un microclima relativamente fresco anche nei giorni più caldi dell’estate. Il bivio con il sentiero che porta sulla sommità del monte Maio è facilmente riconoscibile. Più avanti una carrareccia fende ripida il costone che porta alla strada bianca carrabile, a sua volta rilevata come sentiero n. 975 per mountain bike. Di qui la stanchezza si fa sentire, ma la discesa è ormai agevole, fino al paese.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

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Sentieri di pietra

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Sentieri antichi

Sentieri antichi

Oggi non c’è niente di più redditizio per una comunità che scommettere sulla qualità del proprio territorio. Il sogno della fabbrica e dei grandi stabilimenti appartiene al passato. Complice la crisi mondiale dell’ultimo lustro, l’Italia pullula ormai di capannoni sfitti ed aree industriali in via di desertificazione.

Antica via Serra

Antica via Serra

La nuova generazione può reagire puntando sulla qualità della vita nei borghi e nei piccoli paesi, sulla qualità dell’ambiente e del paesaggio, sul turismo naturalistico ed agricolo, sull’ enogastronomia e l’artigianato locali. Dal punto di vista economico una prospettiva modesta forse, ma a differenza di altre del recente passato,  una prospettiva ecologicamente sostenibile e dai vantaggi persistenti nel tempo. Quindi, tra le altre cose, ricostruiamo le macère (muri a secco), recuperiamo i vecchi selciati, riviviamo e camminiamo per gli antichi sentieri. Se negli anni dell’esplosione economica del secolo scorso i giovani lavoravano per cementificare e anche distruggere, adesso proteggiamo il paesaggio ed il territorio, non solo come patrimonio storico-culturale, ma come unica vera opportunità per il futuro.

Si legga anche: La generazione degli anni ’60 e il cemento

Sentieri di pietra

Selciato in pietra di un antico sentiero.

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Le macère

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Per il dizionario di italiano “Zanichelli 2014” macèra (o macèria) è un termine con cui si definiva “un muricciòlo di sassi sistemati a secco per sostenere terrapieni o separare campi“. In molte regioni d’Italia questa modalità costruttiva che utilizza, quasi senza modificarli, semplici materiali da costruzione reperibili in loco, ha consentito di guadagnare all’uso agricolo vaste aree un tempo incolte e poco fruttifere.

Ultimo terrazzamento a monte di un uliveto: a sinistra il muro a secco rimasto incompleto

Ultimo terrazzamento a monte di un uliveto: a sinistra il muro a secco rimasto incompleto

L’innalzamento di muri a secco interrompeva l’acclività di zone collinari o montane e generava terrazzamenti livellati. L’impresa consentiva di dissodare il terreno separandone la sterile frazione rocciosa e di preservare dal dilavamento la parte di suolo più terrosa e fertile. Essendo permeabili all’acqua, i muri a secco assicurano un ottimo drenaggio nei periodi piovosi; sotto questo aspetto costituiscono forse la migliore risposta alle criticità di tipo idrogeologico connesse alle precipitazioni intense. Al tempo stesso, per mezzo dei loro interstizi, questi muri conservano più a lungo l’umidità del terreno utile alla vegetazione.

Terrazzamenti con "macère" alle pendice del Monte Maio (Coreno Ausonio, FR)

Terrazzamenti per mezzo di “macère” alle pendice del Monte Maio (Coreno Ausonio, FR)

Grazie alle “macere” è stato possibile mettere a dimora alberi (tipicamente uliveti) su versanti dal substrato scarso e dal clima poco favorevole. Secondo l’aforista britannico Samuel Johnson “le grandi opere non si compiono con la forza, ma con la perseveranza“. E’ il caso delle macère. La certosina e sapiente opera di generazioni di contadini ha consentito ai nostri avi di migliorare il microclima dei luoghi in cui vivevano e di trarre sostentamento dalla trasformazione di interi paesaggi. Territori che, con la realizzazione di vari altri manufatti in pietra (case, casupole, stazzi, aie, mulattiere, scalinate, pozzi, abbeveratoi, canali per l’acqua meteorica), sono diventati veri e propri giardini diffusi.

I terrazzamenti, assieme alle altre opere in pietra a secco, sono il frutto di un lavoro portato avanti con non poco sforzo manuale nel corso di molti secoli. Di quella determinazione alimentata dalla povertà e dall’incremento demografico, oggi ci resta un prezioso patrimonio culturale, reso più suggestivo dall’utilizzo di un materiale durevole e naturale come la pietra. Dal punto di vista litologico la pietra varia molto da luogo a luogo (per composizione chimica, pezzatura, divisibilità, aspetto, colore). Per questo in ogni ambito territoriale si sono consolidate esperienze, materiali e tecniche che sono diventate espressioni paesaggistiche, oltre che antropologiche, peculiari di ciascuna zona. Comunque, in ogni luogo d’Italia e del mondo, la pietra si contraddistingue sempre per la capacità di armonizzarsi col contesto, “invecchiare” e diventare  testimonianza, forte e insostituibile, di uomini e civiltà che ci hanno preceduto.

Muro a secco compatto, ingrigito ma di recente realizzazione.

Muro a secco di recente realizzazione, molto compatto.

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L’acropoli di Alatri (Fr)

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Scorcio di Alatri visto dal lato Ovest dell'Acropoli.

Scorcio di Alatri visto dal lato Ovest dell’Acropoli.

Alatri è un’accogliente città di palazzi storici, edifici religiosi e fontane monumentali. Il centro urbano, che vanta origini antichissime, è il terzo della Ciociaria per numero di abitanti (dopo Frosinone e Cassino). Il fastigio del borgo è l’acropoli, caratterizzata da una cintura di mura megalitiche che abbracciano la sommità della collina su cui la città è adagiata.

Vista della porta Maggiore dall'interno dell'Acropoli di Alatri.

Vista della porta Maggiore dall’interno dell’Acropoli di Alatri.

Veduta verso Sud dal Pizzale dell'Acropoli di Alatri.

Veduta verso Sud dal Pizzale dell’Acropoli di Alatri.

Monumento al "concone", la brocca simbolo della Ciociaria (Acropoli di Alatri).

Monumento al”concone”, la brocca simbolo della Ciociaria (Alatri).

L’inizio della costruzione delle mura viene fatto risalire al VII secolo a.E.V.. I massi – anche di ragguardevoli dimensioni- levigati e sapientemente incastrati a secco, formano una barriera spessa e possente. Un tempo, oltre ad avere funzioni di protezione, delimitavano l’area sacra di un tempio pagano. Dal centro della città l’accesso più rapido al sito è quello attraverso la cosiddetta Porta minore (di solito chiusa però da un cancelletto). L’accesso principale è la Porta maggiore, che si trova quasi agli antipodi del quadrilatero murario. Affaccia su una stradina modesta che costeggia alcune abitazioni private.

Rivolta a Sud, con le sue umili pietre ingrigite e l’enorme architrave, la Porta maggiore conserva intatta l’antica sembianza austera e solenne. Accanto all’ingresso, sulla sinistra, sono presenti tre grandi nicchie, apparentemente riservate a qualche culto arcaico. Sulla destra, poco lontano, c’è il cosiddetto “Pizzale“, uno spigolo alto delle mura. Dalla sua sommità si possono mirare i monti Ernici e il paesaggio declinante verso la piana di Tecchiena. Sulle pendici di una collina si può individuare in lontananza il centro abitato di Veroli.

Proseguendo il cammino sull’Acropoli, sul lato opposto (Nord) la vista sovrasta la gran parte dei tetti e dei campanili del centro storico di Alatri. La sensazione è che da quell’altura si stia costeggiando una “piccola Siena”. Il luogo è reso ameno dalle pietre invecchiate dal tempo, ma la passeggiata è resa incantevole dalla presenza degli alberi e del verde.  Con il fusto eretto e regolare in mezzo al primo tappeto di foglie, spiccano i viali di tiglio. In un tiepido giorno di autunno, le loro chiome tendono ormai a spogliarsi e a colorarsi di un luminoso giallo.

Mura megalitiche di Alatri viste da via del Duomo (lato città)

Mura megalitiche di Alatri viste da via del Duomo (lato città)

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Il Monte Fammera (1166 m)

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Insolita veduta, da Coreno Ausonio, del monte Fammera innevato (dicembre 2011)

Monte Fammera innevato (veduta da Coreno Ausonio, dicembre 2011)

Non véco mancu Fammera” (trad.: Non vedo neanche Fammera) si dice talvolta a Coreno Ausonio, quando si ritiene di non avere neanche il tempo di alzare lo sguardo da terra o dalle proprie occupazioni. Il modo di dire diviene più significativo se si pensa che i contadini della zona solevano gettare un’occhiata sulla “pietra di Fammera”: un masso incastonato ai piedi di una china ripida del monte. La pietra segnava il mezzogiorno quando era raggiunta dall’ombra di una guglia soprastante.

Sentiero tra i boschi del monte Fammera.

Sentiero tra i boschi del monte Fammera.

Fammera appartiene al gruppo montuoso degli Aurunci occidentali, nel Lazio meridionale. La montagna  risalta per la parete scoscesa che incombe su Selvacava (frazione di Ausonia), troneggia sulla piana dell’ Ausente e guarda dritta verso gli Aurunci orientali e lo stesso paese di Coreno, sito sulla collina antistante, alle pendici del monte Maio. Fammera ricade per buona parte all’interno del Parco Regionale dei Monti Aurunci, istituito nel 1997. La caratteristica parete, che dal punto di vista geologico rappresenta una linea di faglia (la disgiunzione di 2000 metri è quella di maggior rigetto verticale di tutti gli Aurunci) è censita come area “SIC” ed è stata inclusa quindi nella rete europea dei Siti di Importanza Comunitaria da preservare a tutela degli habitat e della biodiversità.

Il sole del mattino sul declivio retrostante del monte Fammera.

Il sole del mattino sul declivio retrostante del monte Fammera.

Il poeta corenese Mariano Coreno, emigrato in Australia negli anni ’50, osserva: “E non importa dove vado, dove mi trovo: Fammera mi segue ovunque con la sua mitica bellezza.” Dal canto suo, l’umanista di Ausonia Elisio Calenzio (1430-1503) scriveva negli Opuscola: “Vito, a te piace il Fammera; anche noi ammiriamo il monte e le sue pietre, precipitate per mano non umana.”

Vegetazione autunnale del Monte Fammera

Vegetazione autunnale del Monte Fammera

Uno dei percorsi consigliati per raggiungere la vetta è quello che parte dalla “Valle Gaetana” nel territorio di Spigno Saturnia (Lt): ad un primo tratto facile da percorrere ne segue però uno ripido e accidentato che sfiora e costeggia lo strapiombo e alcuni burroni. Il modo probabilmente più agevole di raggiungere la vetta è invece quello di partire da uno stretto pianoro sito sul retro del rilievo, nei pressi di masserie sparse che vivono delle risorse del luogo (legname, allevamento, agricoltura). Oggi dalla Rocca di Esperia vi arriva una stradina stretta e a tratti tortuosa, ma facilmente carrabile. Pare che fino agli anni ’70-’80 esistesse soltanto una mulattiera e che solo intorno al 2000 le ultime abitazioni siano state servite dalla rete elettrica nazionale.

Precipizi in prossimità della vetta del monte Fammera.

Precipizi in prossimità della vetta del monte Fammera.

Su questo versante insiste un sentiero che è stato contrassegnato di recente e che si inerpica sul monte con una pendenza moderata. Esso necessiterebbe però di interventi migliorativi e di manutenzione: non poche pietre sciolte intralciano il passo e possono causare una perdita di equilibrio; inoltre andrebbero rimossi i diversi alberi caduti a seguito della nevicata del febbraio 2012. Sarebbe opportuno che l’Ente parco se ne preoccupasse quanto prima, perché il percorso, sfiorato dal sole del mattino, attraversa cornici naturali di incomparabile bellezza che meritano di essere alla portata di tutti. Il patrimonio boschivo è molto vario: oltre alle macchie di pino messe a dimora nel dopoguerra (ormai ben consolidate), si incontrano aceri, carpini, frassini, lecci, querce e castagni; pietraie colonizzate dall’erica e dalla salvia lasciano il passo a fitti boschi di conifere altissime.

Cima del monte Fammera. Sullo sfondo il monte Cairo.

Cima del monte Fammera. Sullo sfondo il monte Cairo.

Man mano che si sale, lo sguardo spazia sempre meglio sulle valli e sui clivi contrapposti dei monti interni, tra cui il grande Petrella, ed in parte verso il mare. Ma è quando si arriva sulla cresta, dopo circa un’ora e mezzo di cammino senza affanno, che si apre un panorama mozzafiato. Sulla vetta da pochi anni è stata ancorata una croce di legno e se ne può cogliere il contributo scenografico alla suggestione del sito. Eppure questi luoghi lontani dalle ansie quotidiane e dalle beghe mondane andrebbero lasciati forse alla loro pace. Anche un piccolo manufatto rischia di violare goffamente ciò che la natura ha armoniosamente plasmato in un tempo smisurato. Ma non è il momento di indugiare sulle piccinerie umane: tra le pietre consumate dal vento e dall’acqua, vicino ai frassini rossi d’autunno, ai lecci verdi che sfidano vertiginosi dirupi, è il momento di rimirare un pezzo di Terra. Accanto alle nuvole.

Uno scorcio del sentiero che porta sulla cresta del Monte Fammera

Scorcio di un sentiero del Monte Fammera

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Il Monte Maio (940 m)

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Il Monte Maio (940 m).

Il Monte Maio (940 m).

Gli Aurunci sono un gruppo montuoso sito nel Lazio meridionale. L’insieme confina a Nord con i Monti Ausoni, a Est con la valle del Liri, a Sud-Ovest con il mar Tirreno ed il fiume Garigliano. Dal punto di vista geologico si tratta di un massiccio calcareo costituito da rocce friabili, ove spiccano volumi compatti in prossimità del mare di Gaeta e lungo le pendici del monte Fammera (1166 m). Alle dorsali principali, come quella che contiene la cima più alta del monte Petrella (1533 m) si affiancano cime minori e separate.

"Vallaurea": vallata ai piedi del Maio un tempo coltivata a grano.

“Vallaurea”: vallata ai piedi del Maio un tempo coltivata a grano.

Tra queste, nell’estremo Sud, il comprensorio degli “Aurunci orientali“, la cui montagna più alta è il monte Maio (940 m). La vetta segna anche il confine tra i comuni di Coreno Ausonio e di Vallemaio, in provincia di Frosinone. Per l’orografia della nostra penisola appenninica non rappresenta un’altura particolarmente significativa.

Aurunci orientali: il monte Feuci (830 m).

Aurunci orientali: il monte Feuci (830 m).

Eppure, svettando isolato, a poche decine di chilometri dal mare, il monte Maio apre agli escursionisti potenzialmente un panorama  straordinario: ruotando a 360 gradi si possono scorgere via via gli Aurunci occidentali (il Monte d’Oro della vicina Esperia, dalla tipica cima appuntita, il Monte Fammera, dalla caratteristica parete rocciosa, l’imponente monte Petrella, il monte Redentore, che guarda verso il mare); il golfo del Sud pontino con il curioso promontorio della città di Gaeta (una “balena” che insegue una “nave”); il mar Tirreno con le piccole isole di Santo Stefano e di Ventotene; il Monte Epomeo di Ischia; il Monte Massico e la Rocca Monfina (un vulcano spento) poco oltre il fiume Garigliano, in provincia di Caserta; il Vesuvio; il Matese; i Monti della Meta; la piana di Cassino dominata  dal colle di Montecassino (520 m); più lontano i monti Simbruini.

Panorama. Monti Aurunci occidentali visti dalla sella tra il monte Maio e il monte Feuci.

Panorama. Monti Aurunci occidentali visti dalla sella tra il monte Maio e il monte Feuci.

Non sorprende che il monte Maio costituisse strategicamente uno dei più importanti punti di osservazione dell’artiglieria tedesca durante la seconda guerra mondiale.  Il confine della linea Gustav (la fortificazione approntata dai tedeschi nell’autunno 1943 contro l’avanzata delle truppe alleate) correva pochi chilometri più a Sud. Ancora oggi è possibile rinvenire le trincee e gli appostamenti che furono scavati allora.

Trincea a difesa della linea Gustav.

Trincea a difesa della linea Gustav.

L’assalto decisivo degli alleati venne scagliato nella notte tra l’11 e il 12 maggio 1944. Lo sfondamento della linea difensiva avvenne in questo settore il 14 maggio per mezzo delle truppe marocchine (i goumier) sotto il comando del generale Juin. Il filmato in bianco e nero ripreso da un aereo, di una bandiera francese che sventola sulla vetta del monte Maio, è tra le testimonianze più suggestive che mi è capitato di vedere sul conflitto che sconvolse questi luoghi. Nel 1994, a 50 anni da quei giorni terribili e cruciali, in località “Marinaranne” è stata eretta una stele in pietra in ricordo di tutte le vittime della guerra.

Sentiero con alberi spogli.

Sentiero con alberi spogli lungo un crinale prossimo alla cima.

Sotto l’aspetto naturalistico, il Maio rappresenta bene le peculiarità proprie dei monti Aurunci, caratterizzati da una spiccata varietà di suolo, di paesaggio e di specie vegetali. Il clima tende ad essere freddo e ventoso in inverno, arido e siccitoso in estate. Ma basta una piccola rupe di massi, un crinale, un impluvio protetto dalla vegetazione, perché si instauri un microclima un po’ diverso. In genere si tende a considerare di valore inestimabile le grandissime distese di boschi tipiche di regioni più interne, e senza dubbio vanno protette per la loro funzione di polmone verde dell’Italia. Ma dal punto di vista ecologico rischiano di costituire aree “monotone”. I dintorni del monte Maio hanno il pregio della varietà e della biodiversità.  I terrazzamenti di muri a secco realizzati da avi laboriosi e sapienti per coltivare gli ulivi lasciano il posto a pascoli impervi punteggiati di querce che si abbarbicano talvolta su terreni scoscesi, oppure a boschi fittissimi di specie arboree diverse, a lecceti densi sparsi tra gli affioramenti di rocce, a prati bassi impreziositi da piccoli fiori che spuntano fra le pietre o da erbe aromatiche. Nell’aria inaspettati profumi, d’origano o di timo.

Boschi umidi dietro un crinale del Monte Maio.

Versante boscoso in prossimità della cima del Monte Maio.

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Cento alberi per l’ambiente

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Lo scorso 14 novembre, grazie a un finanziamento della Regione Lazio (che ha coperto il 76% delle spese sostenute) è entrato nella sua fase esecutiva “Cento alberi per l’ambiente e la memoria”, il progetto che ha consentito la piantumazione di 121 alberi lungo la nuova via Serra (una delle principali vie di accesso al paese) e nei pressi di una stele dedicata ai caduti sul lavoro nelle cave di pietra, oltre che di alcune altre decine  di piante ornamentali in diverse zone del comune di Coreno Ausonio (Fr).

La via Serra è una strada collinare di circa 3 km che si dirama dalla provinciale SP9 che abbraccia il centro abitato (a circa 300 m s.l.m.), attraversa in declivo una gola di bassi promontori e si tuffa poi in vista del mare, quasi a capitombolo, nella piana antistante il golfo di Gaeta.

Per facilitare l’attecchimento delle piante in condizioni ambientali non facili (substrato sassoso, forti venti in inverno, prolungato caldo e siccità in estate), nel progetto sono state contemplate soprattutto specie autoctone (lecci, farnie, allori, carrubi, ornielli, aceri campestri, carpini, bagolari, ginepri). In linea generale i sempreverdi sono stati posizionati in modo prevalente sui margini  di strada esposti a Nord, gli alberi a foglia caduca prevalentemente nei versanti rivolti ad Est. Nei mesi più freddi, gli uni (con il fogliame persistente) offrono riparo dai venti settentrionali; gli altri, oltre a regalare in autunno variopinte sfumature di colori, perdendo le foglie si lasciano attraversare dal primo tepore del sole mattutino. Per i versanti più luminosi, esposti a Sud-Ovest, sono state utilizzate soprattutto specie mediterranee eliofile appartenenti in gran parte al genere delle querce. Questa varietà vegetale connoterà in modo leggermente diverso i vari tratti di strada ed eviterà che il filare di alberi possa apparire esteticamente monotono.

Gli alberi crescendo potranno assolvere sempre meglio ad utili funzioni: come quella di consolidare l’assetto delle scarpate della strada a mezzacosta; di mitigare l’impatto visivo di cave attive o dismesse che insistono nei paraggi; di attenuare il rumore e l’inquinante pulviscolo generato in special modo dai grossi camion che trasportano blocchi, pietrame e granulati; di assicurare un microclima più confortevole per i tanti ciclisti e podisti che frequentano il percorso (soprattutto nei giorni festivi) per fini salutistici o ricreativi. Si è avuta premura anche per gli animali selvatici prevedendo l’inserimento di specie che producono frutti o bacche appetite dalla fauna e dagli uccelli come il melograno, il corbezzolo, il corniolo o il sorbo degli uccellatori  (il cui fogliame in autunno si incendia di rosso). Pini e cipressi sono stati utilizzati per dare risalto verticale in punti salienti (curve panoramiche, intersezioni, antico rudere di S.Eleuterio), mentre dei siliquastri sono stati collocati in modo che in primavera possa risplendere distintamente la loro intensa e minuta fioritura rosa.

Sin da quando la nuova strada Serra è stata realizzata, circa 15 anni fa, iniziative private di vario tenore (e perfino qualcuna pubblica se si pensa allo stesso monumento dei cavatori), hanno continuato a distruggere irreversibilmente il suolo naturale millenario e a depauperare il patrimonio boschivo autoctono che ne lambiva i margini e le coste assolate dei dintorni. Difficilmente un albero messo a dimora dall’uomo può sostituire il valore biologico e paesaggistico di uno nato in loco. Un albero nato spontaneamente instaura una complessa simbiosi con l’ecosistema circostante che è frutto di processi di selezione intercorsi nell’arco di secoli. E tuttavia l’intervento messo in campo dal Comune, pur nella sua modestia (rispetto ai danni già compiuti) promuovendo un cambio di mentalità generazionale e coinvolgendo aspetti di forte valenza educativa, rappresenta una sorta di rivoluzione copernicana. L’albero selvatico non è più un elemento quasi dannoso e malamente utile per il fuoco domestico, ma diventa una risorsa collettiva, se possibile un essere vivente, che con la sua presenza rassicurante contribuisce ad impreziosire, qualificare, proteggere, oltre che abbellire, il territorio in cui nel trascorrere del tempo può continuare a identificarsi una comunità.

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Città della Pieve (Pg)

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Città della Pieve (Pg) è una cittadina umbra adagiata (a circa 500 metri sul livello del mare)  su alture prospicienti la Val di Chiana, una valle di origine alluvionale lunga un centinaio di chilometri e condivisa con la vicina Toscana. Il centro abitato non è molto popoloso (circa 7.800 abitanti) ma ha una forte vocazione turistica: sia per la presenza di edifici storici e religiosi (la “pieve” nell’alto medioevo indicava la chiesa principale d’una circoscrizione), sia per l’ambiente naturale e il rinfrancante paesaggio  che la circonda. Ciò che caratterizza la città più di ogni altra cosa è il diffuso utilizzo di mattoni a vista. Nel territorio digradante dei dintorni non si ritrovano i muri a secco in pietre cui sono così abituato nella mia terra di origine e  anzi la semplice presenza di sassi appare una rarità.

L’esuberante utilizzo dei mattoni nelle strutture urbane è quindi dovuto a motivazioni storiche di tipo economico e logistico, ma di certo in tempi più recenti è stato incoraggiato in modo lungimirante da amministrazioni e cittadini che hanno puntato non solo alla conservazione del medievale centro storico, ma anche ad un accogliente effetto estetico complessivo.
Lode alla città quindi, con i suoi vicoli arcati dove occhieggiano lampioni, le porte antiche in legno, i muri e i davanzali colmi di fioriere, i frondosi angoli verdi, i campanili svettanti sulle piazze dove al tramonto turbinano le rondini… E tuttavia, in questi giorni d’estate così caldi, ci sia consentito di soffermarci sul sinuoso territorio agricolo circostante: impreziosito, in modo inestimabile, da solari campi di girasole.

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