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Sentieri storico-naturalistici a Coreno Ausonio (Fr)

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Macaone (Papillo Machaon)

Macaone (Papillo Machaon)

Nelle scienze esatte spesso capita che più una formula è semplice, più si rivela efficace, utile, rivoluzionaria. Similmente, un progetto dall’idea elementare e dal costo contenuto potrà annoverarsi probabilmente tra le iniziative più fruttifere e virtuose portate a termine da un’amministrazione locale negli ultimi decenni. Con la collaborazione della sezione di Esperia del C.A.I. (Club Alpino Italiano), il generoso contributo di un drappello di volontari nonché la dedizione instancabile del giovane Gianfranco Onairda (delegato comunale all’organizzazione di eventi e manifestazioni)  si è lavorato alla promozione dei sentieri storici che insistono nel territorio collinare e montano di Coreno Ausonio (Fr). I possibili tracciati, (per lo più antiche mulattiere in pietra), sono stati perlustrati più volte al fine di individuarne i migliori. I percorsi scelti sono stati ripuliti da arbusti e sterpaglie, codificati e georefenziati con un navigatore GPS, infine regolarmente contrassegnati con il segno bianco/rosso del C.A.I. (autorizzato a svolgere tale attività dalla Legge 776/1985).

Il progetto ha previsto la stampa di una brochure divulgativa che riporta, oltre ad informazioni storico-naturalistiche sul territorio e sui luoghi d’interesse, la mappa di tutti gli itinerari presi in considerazione. I percorsi censiti entreranno a far parte del Catasto regionale dei sentieri del Lazio che sarà reso disponibile su internet e che favorirà nell’area degli Aurunci Orientali (Monti Vescini) un turismo di tipo escursionistico.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Nel giorno di pasquetta ho avuto modo di sperimentare l’efficacia degli interventi realizzati. Dai pressi dell’acquedotto comunale, non lontano dal centro del paese, con una piccola comitiva ho intrapreso il cammino che abbraccia ad anello il monte Rinchiuso (778 m) e che coinvolge parte dei sentieri 973, 973B e 975. L’itinerario, di circa 8 chilometri, si snoda fra 380 m e 750 m di altitudine. Nel 2004, con un paio di amici dell’università, tentai un’escursione simile nella stessa zona. In quella circostanza smarrii una mulattiera e ci ritrovammo, nel giorno del solstizio d’estate, sotto un sole cocente, sul clivo ripido esposto a Sud che sovrasta il paese, in mezzo alla vegetazione alta di ampelodesma tenax, una pianta cespugliosa dalle foglie taglienti.

Sentiero CAI 973 - Panorama verso il mar Tirreno

Sentiero CAI 973 – Panorama verso il mar Tirreno

In questa escursione non ho avuto difficoltà di orientamento. Il primo tratto del percorso (sentiero 973) è ripido ma panoramico. Verso Sud-Ovest, oltre il paese che man mano si allontana, si  staglia la linea di costa del mar Tirreno. Verso Nord-Ovest, oltre la gariga mediterranea tipica dei dintorni, la vista può indugiare sulla parete verticale del monte Fammera (1166 m) e sull’amena forma piramidale del monte D’Oro (828 m). Salendo ancora la pendenza del cammino si attenua. Soprattutto il paesaggio diviene meno spoglio, gli alberi di specie diverse si infittiscono e la natura esplode in tutta la sua straordinaria biodiversità.

Casella della "Matthia": luogo di una tragedia di guerra

Sentiero CAI 973B – Casella della “Matthia”

Proseguendo sul sentiero 973B ci si addentra sul versante settentrionale del monte Rinchiuso fino ad attraversare una zona particolarmente umida, dalle infinite sfumature di verde, colonizzata da un intreccio di carpini bianchi, ricca di muschio e disseminata di profumati ciclamini. A 675 m s.l.m. si raggiunge la “casella della Matthia“. Il sito fu teatro di una tragica esecuzione durante la II guerra mondiale: il 12 aprile 1944 alcuni civili furono uccisi per rappresaglia da soldati tedeschi in quanto avevano dato ricovero ad un aviatore americano che si era paracadutato da un aereo abbattuto.

Lecceta delle Chianare (720  m slm)

Lecceta delle Chianare (720 m s.l.m.)

Più avanti il sentiero si confonde con una pista realizzata dai taglialegna negli anni ’80 e che, assieme ai tralicci dell’alta tensione,(installati nello stesso periodo), ha un po’ compromesso l’originario aspetto “selvaggio” e incontaminato dei luoghi. A partire da circa 720 m s.l.m. si raggiungono le Chianare, un’area di notevole pregio antropologico e naturalistico. Le sue valli si incuneano tra la sommità del Monte Rinchiuso e le pendici meridionali del Monte Maio (940 m). Qui il paesaggio è colonizzato diffusamente dai lecci (Quercus ilex), alberi sempreverdi il cui apparato radicale riesce a insinuarsi in profondità tra i sassi. Con la loro fitta chioma assicurano un microclima relativamente fresco anche nei giorni più caldi dell’estate. Il bivio con il sentiero che porta sulla sommità del monte Maio è facilmente riconoscibile. Più avanti una carrareccia fende ripida il costone che porta alla strada bianca carrabile, a sua volta rilevata come sentiero n. 975 per mountain bike. Di qui la stanchezza si fa sentire, ma la discesa è ormai agevole, fino al paese.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

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Il Monte Maio (940 m)

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Il Monte Maio (940 m).

Il Monte Maio (940 m).

Gli Aurunci sono un gruppo montuoso sito nel Lazio meridionale. L’insieme confina a Nord con i Monti Ausoni, a Est con la valle del Liri, a Sud-Ovest con il mar Tirreno ed il fiume Garigliano. Dal punto di vista geologico si tratta di un massiccio calcareo costituito da rocce friabili, ove spiccano volumi compatti in prossimità del mare di Gaeta e lungo le pendici del monte Fammera (1166 m). Alle dorsali principali, come quella che contiene la cima più alta del monte Petrella (1533 m) si affiancano cime minori e separate.

"Vallaurea": vallata ai piedi del Maio un tempo coltivata a grano.

“Vallaurea”: vallata ai piedi del Maio un tempo coltivata a grano.

Tra queste, nell’estremo Sud, il comprensorio degli “Aurunci orientali“, la cui montagna più alta è il monte Maio (940 m). La vetta segna anche il confine tra i comuni di Coreno Ausonio e di Vallemaio, in provincia di Frosinone. Per l’orografia della nostra penisola appenninica non rappresenta un’altura particolarmente significativa.

Aurunci orientali: il monte Feuci (830 m).

Aurunci orientali: il monte Feuci (830 m).

Eppure, svettando isolato, a poche decine di chilometri dal mare, il monte Maio apre agli escursionisti potenzialmente un panorama  straordinario: ruotando a 360 gradi si possono scorgere via via gli Aurunci occidentali (il Monte d’Oro della vicina Esperia, dalla tipica cima appuntita, il Monte Fammera, dalla caratteristica parete rocciosa, l’imponente monte Petrella, il monte Redentore, che guarda verso il mare); il golfo del Sud pontino con il curioso promontorio della città di Gaeta (una “balena” che insegue una “nave”); il mar Tirreno con le piccole isole di Santo Stefano e di Ventotene; il Monte Epomeo di Ischia; il Monte Massico e la Rocca Monfina (un vulcano spento) poco oltre il fiume Garigliano, in provincia di Caserta; il Vesuvio; il Matese; i Monti della Meta; la piana di Cassino dominata  dal colle di Montecassino (520 m); più lontano i monti Simbruini.

Panorama. Monti Aurunci occidentali visti dalla sella tra il monte Maio e il monte Feuci.

Panorama. Monti Aurunci occidentali visti dalla sella tra il monte Maio e il monte Feuci.

Non sorprende che il monte Maio costituisse strategicamente uno dei più importanti punti di osservazione dell’artiglieria tedesca durante la seconda guerra mondiale.  Il confine della linea Gustav (la fortificazione approntata dai tedeschi nell’autunno 1943 contro l’avanzata delle truppe alleate) correva pochi chilometri più a Sud. Ancora oggi è possibile rinvenire le trincee e gli appostamenti che furono scavati allora.

Trincea a difesa della linea Gustav.

Trincea a difesa della linea Gustav.

L’assalto decisivo degli alleati venne scagliato nella notte tra l’11 e il 12 maggio 1944. Lo sfondamento della linea difensiva avvenne in questo settore il 14 maggio per mezzo delle truppe marocchine (i goumier) sotto il comando del generale Juin. Il filmato in bianco e nero ripreso da un aereo, di una bandiera francese che sventola sulla vetta del monte Maio, è tra le testimonianze più suggestive che mi è capitato di vedere sul conflitto che sconvolse questi luoghi. Nel 1994, a 50 anni da quei giorni terribili e cruciali, in località “Marinaranne” è stata eretta una stele in pietra in ricordo di tutte le vittime della guerra.

Sentiero con alberi spogli.

Sentiero con alberi spogli lungo un crinale prossimo alla cima.

Sotto l’aspetto naturalistico, il Maio rappresenta bene le peculiarità proprie dei monti Aurunci, caratterizzati da una spiccata varietà di suolo, di paesaggio e di specie vegetali. Il clima tende ad essere freddo e ventoso in inverno, arido e siccitoso in estate. Ma basta una piccola rupe di massi, un crinale, un impluvio protetto dalla vegetazione, perché si instauri un microclima un po’ diverso. In genere si tende a considerare di valore inestimabile le grandissime distese di boschi tipiche di regioni più interne, e senza dubbio vanno protette per la loro funzione di polmone verde dell’Italia. Ma dal punto di vista ecologico rischiano di costituire aree “monotone”. I dintorni del monte Maio hanno il pregio della varietà e della biodiversità.  I terrazzamenti di muri a secco realizzati da avi laboriosi e sapienti per coltivare gli ulivi lasciano il posto a pascoli impervi punteggiati di querce che si abbarbicano talvolta su terreni scoscesi, oppure a boschi fittissimi di specie arboree diverse, a lecceti densi sparsi tra gli affioramenti di rocce, a prati bassi impreziositi da piccoli fiori che spuntano fra le pietre o da erbe aromatiche. Nell’aria inaspettati profumi, d’origano o di timo.

Boschi umidi dietro un crinale del Monte Maio.

Versante boscoso in prossimità della cima del Monte Maio.

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Il maestro “Americano”

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La prima volta che lo vidi era giovialmente affacciato alla finestra della sua aula, la prima al piano terra accanto al portone principale, quella in cui aveva insegnato sin da quando si era trasferito alle Elementari di Coreno e dove lui stesso, come gli piaceva ricordare, era stato scolaro. Quasi alla fine della sua vita lavorativa, il maestro Americano calcolava con orgoglio che 1/5 dei Corenesi erano stati in qualche misura suoi allievi, e di tutti sembrava conservare un chiaro e vivido ricordo. “So piezz ‘e core” confessava talvolta a mezza voce. Un legame che traspariva quando qualche ex-alunno tornava a trovarlo. Gli sguardi sfuggenti o i vaghi sorrisi tradivano un felice e lieve impaccio come se, al pari forse d’un genitore, il maestro conservasse la chiave della personalità segreta di ciascuno, come se essere stati suoi alunni significasse appartenere a una famiglia i cui membri non avrebbero più dimenticato quell’amicizia, soprattutto non avrebbero disatteso gli insegnamenti sui quali l’Americano più spesso insisteva nella sua scuola di vita: l’onestà nei rapporti, il rispetto e la premura per il prossimo, il senso dello Stato e delle leggi, il riguardo per gli interessi della collettività, quell’affezione particolare per lo stesso paese di Coreno Ausonio il cui nome, assieme alla data, campeggiava ogni giorno sulla lavagna.

Da amministratore comunale in passato si era speso, contro l’opinione di altri, perché la strada della circonvallazione fosse realizzata in tutta la sua larghezza. “Guardatela adesso – rimarcava – col traffico di oggi sembra persino stretta!”. Una volta prese alcuni cerchi da ginnastica e li adagiò a terra. Quindi invitò altrettanti alunni a entrarvi dentro con i piedi. ”Questa è la libertà – disse – potete fare tutto quello che volete, ma restando sempre all’interno del vostro cerchio, la libertà di ciascuno non deve invadere il cerchio degli altri, altrimenti non è libertà. E’ libertinaggio”.

La mattina arrivava a scuola con la sua Fiat 850 grigio perla, la bottiglia d’acqua Fiuggi sottobraccio e l’immancabile “Messaggero”, il quotidiano da cui di tanto in tanto ci leggeva qualche articolo. A volte cronaca locale, magari il didattico resoconto di incidenti che erano capitati a bambini troppo incauti, altre volte notizie che facevano la storia stessa di quegli anni: la rielezione del presidente Reagan, la strage di spettatori allo stadio di Bruxelles, l’esplosione in aria della navetta spaziale Challenger. Un modo di iniziarci alla lettura. Provenendo da una modesta famiglia di un antico quartiere nella parte alta del paese, non di rado ci ricordava come lo studio fosse stato importante per lui e come poteva esserlo per noi. “Ognuno di noi è una casa – spiegava – più si studia e più la casa si eleva e apre nuove finestre. Più finestre avrete, più riuscirete a vedere orizzonti e cose che altri, con meno finestre, non possono vedere”.

E accanto all’importanza per l’istruzione, la sua passione per la disciplina sportiva. A metà mattinata, sul terreno attiguo allo storico edificio della scuola, c’era il gioioso momento della partita di pallone, un impegno che il maestro cercò di conservare nonostante il terrore di altri insegnanti (e di qualche apprensivo genitore) che ci si potesse far male. Di solito faceva competere i quattro o cinque alunni più bravi contro se stesso e la restante classe, bambine incluse. Spesso non sembrava proprio calcio, ma un gioco in cui tutti, anche i più pigri e restii, solo rimpallando il pallone, potevano sentirsi uguali agli altri. Quella preziosa area di svago e ricreazione, con l’erba a ciuffi e gli alberi che facevano da pali della porta, in modo sciocco prima ancora che insensibile, di lì a poco sarebbe stata recintata e seppellita sotto 80 cm di calcestruzzo.

D’inverno prima di arrivare puntualmente a scuola, l’Americano si svegliava all’alba per andare a caccia. Ci rassicurava che lo faceva soprattutto per il diletto di camminare sui monti in solitudine o assieme ai suoi cani. Dei cani lodava la sconfinata fedeltà, ma forse li amava anche in quanto animali estroversi e giocosi, un po’ come lui, con quella ironia che aveva con gli infantili scolari, ma anche con i calciatori maldestri, urlando i suoi inconfondibili sberleffi, dalla ringhiera del campo sportivo, durante gli affollati tornei estivi.

Verso la fine dell’anno scolastico, la tradizionale passeggiata all’Acquedotto. Vigilando su di noi tra il festoso e il severo, il maestro interloquiva allegramente, fiero della sua scolaresca, con chiunque incontrasse lungo il cammino. In una circostanza ci inerpicammo fin verso la Macchia: “Ci troviamo a 600 metri di altezza”, dichiarò sicuro di sé, guardando il paesino più lontano. E all’ombra di un gruppo di querce poteva spiegare ancora: “La Natura ha un’energia enorme. Anche in una semplice foglia c’è nascosta la potenza di una bomba atomica. E’ invisibile, ma c’è un momento in cui ve ne potete accorgere: in primavera”.

L’ultima volta che incontrai l’Americano fu di primo mattino, in un negozio di alimentari in piazza, dove ero entrato poco prima di prendere l’autobus per Cassino. Mi chiese che scuola frequentassi, rimbrottò che avevo sbagliato. Poi, inaspettatamente, come non fossi quasi cresciuto, il maestro mi afferrò e mi strinse a sé affettuoso, come fossi un bambino. Provai imbarazzo, mentre la negoziante ci guardava ammirata e silenziosa. Non immaginavo che quell’abbraccio sarebbe diventato il suo saluto.

[Articolo pubblicato sul trimestrale di vita e cultura corenese “La Serra”, a vent’anni dalla morte del maestro Antonio Ruggiero, avvenuta il 22 luglio 1990]

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Le querce di Coreno

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Coreno Ausonio (FR) è situato tra rilievi collinari quasi sempre aspri e impervi. Una parte considerevole del territorio, ben noto ai paesi vicini, è stata sacrificata  all’estrazione del marmo. Eppure ancora la natura resiste intorno all’abitato, ad esempio con le querce che, fra pietre e stramma’ (Ampelodesma tenax), si abbarbicano tenacemente ovunque sia possibile.

Come osservava la scrittrice Susanna Tamaro, l’albero se ne sta sempre lì dove è nato: mite, quieto, senza poter influire su nessuna delle cose da cui dipende la sua sopravvivenza, in balia -senza potersi spostare- di tutto quello che gli accadrà intorno durante la sua lunga vita. Ma l’albero che punteggia un costone sassoso dell’Italia centro-meridionale non è lo stesso che si può trovare in altri boschi o sconfinate foreste dell’Europa. E’ un combattente, un pioniere che lotta contro la scarsità del suolo, i forti venti che lo flagellano d’inverno, la calura, la siccità (a volte le fiamme), proprie della lunga estate mediterranea.

In questa lotta per la sussistenza, la quercia non lascia trapelare nulla del suo sforzo, se  non la grazia delle sue fronde appena coriacee o dei rami robusti e rugosi dove -cacciatori permettendo- si posano talvolta degli uccelli a ispezionarne i dintorni. Ma la stupidità è umana. Capita che ce se n’infischi della maestà di piante quasi centenarie. E ancor più delle lontane minacce di inquinamento e riscaldamento globale che pure echeggiano sempre più spesso sui mezzi di informazione. Così, motosega alla mano, per un’infornata di legna o una manciata di euro, si abbattono esemplari quasi eroici di queste piante, anche laddove è improbabile che ne ricresceranno altri.

Soprattutto nelle persone meno giovani spesso manca ogni sensibilità verso la natura e la tutela del paesaggio come patrimonio collettivo, ma anche solo un briciolo di consapevolezza civica. Si dovrebbe fare a gara tutti non nel calcolare minuscole convenienze, ma nell’avere premura anche degli altri e della terra in cui si vive.

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Tulipani viola

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E’ la prima volta che coltivo dei tulipani provenienti dall’olanda. Nell’arco di alcune settimane sono fioriti dapprima alcuni di altri colori. Ora è la volta dei violacei, tutti assieme. Esisterà una correlazione tra colori e periodo di fioritura. Mi chiedo se può valere la regola che più i colori sono chiari e più i fiori fioriscono prima.

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La caccia ci offende

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Caro Beppe,
voglio parlare di un tema che solo di rado è stato sfiorato nella tua rubrica: la caccia. Da poco si è riaperta, come l’anno scorso con 15 giorni di anticipo rispetto a un calendario nazionale prefissato. Io credo di aver capito perché quest’argomento non muove, come dovrebbe, gli animi della gran parte degli italiani. Secondo me in città si tende a trascurarlo o a viverlo in termini fortemente idealistici (animalisti o vegetariani). Invece dovrebbe interessare qualsiasi cittadino che abbia a cuore la migliore gestione della cosa pubblica. Io che abito in un piccolo paese, sento la caccia come un fenomeno molto vicino e concreto. Quando sento gli spari mi ribolle il sangue. A partire da questo periodo diventa raro vedere uccelli che volano disinvoltamente nel cielo.
E’ vero, la caccia è una pratica molto antica. Fino a neanche tanto tempo fa si cacciava anche per mangiare. Oggi però la caccia è solo uno svago, un puro divertimento. Uno svago che inquina, uccide, devasta. Tutto questo, quando l’ambiente è minacciato seriamente da vari fronti. Ecco perché la caccia ci offende. Ci offende perché i cacciatori si prendono gioco di un patrimonio naturale prezioso e sempre più vulnerabile. Ci offende perché la prepotenza la vince su chi è indifeso. Ci offende perché in un un mondo dove le armi causano tante sofferenze è difficile tollerarne l’uso gratuito, per sfizio o per vizio. I cacciatori inquinano con il piombo velenoso, con i rifiuti lasciati nei boschi, inquinano con il suono degli spari che echeggia macabro e infantile nelle assolate giornate di inverno. Inaridiscono i cieli, portano morte e spavento agli animali. Pericolo alle persone. Ha scritto un letterato degli anni Sessanta: “In Italia gli uccelli non volano: scappano”.
Il governo, con la complicità delle Regioni, si sta distinguendo per nuove aperture verso i cacciatori. Poco importa se si adottano disposizioni che vanno contro la direttiva “Uccelli” europea. In fondo a “imbrogliare” con noi c’è anche la Francia. Io penso che, come cittadini, non possiamo accettare che l’interesse nostro e dell’ambiente sia calpestato da quello, egoistico, di pochi.
Saluti cordiali.

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