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Lazio Archivi - Giuseppe Di Siena

Un luglio piovoso

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Maltempo in luglio

Maltempo in luglio

Non ricordo a mia memoria un luglio più piovoso. Sembra che non si verificasse un’estate altrettanto umida e fredda almeno dagli anni ’70. Una perdita notevole per il turismo e l’economia dello svago all’aperto. Un danno anche per l’agricoltura. Per la fauna e per la flora un po’ di disorientamento: con le cicale che esitano a cantare, i prati che indugiano a seccarsi e a colorare di giallo la tipica estate italiana, abbagliante e caldissima.

Dal punto di vista ambientale le frequenti piogge sono perlopiù positive. Un balsamo che in modo insperato lenisce le piaghe stagionali cui siamo abituati: incendi boschivi, siccità, ondate di calore. L’umidità e le pioggerelline hanno anche regalato al tramonto intense e variopinte sfumature di colori.

Pioggia d'estate...

Pioggia d’estate…

Il clima è variabile per sua stessa natura. Secondo i meteorologi le cause di questa estate insolita andrebbero ricercate nelle perturbazioni dello scorso inverno che hanno abbassato oltremodo la temperatura delle acque dell’Atlantico. Inoltre il caldo africano avrebbe avuto un’influenza debole alla nostra latitudine a causa dell’interazione col Monsone indiano (sic).

Vista la molteplicità dei fattori fisici in gioco è ardito asserire che questo luglio così anomalo costituisca una prova ulteriore dell’alterazione del clima in atto su scala mondiale. Nondimeno il dubbio dovrebbe indurre ciascuno a riesaminare il proprio stile di vita. Ricordando sempre che la Terra è la casa in cui abitiamo; che tutte le offese che vi arrechiamo, grandi o piccolissime che siano, si ritorcono immancabilmente a danno di tutti gli essere viventi e di noi stessi.

Tramonto del 12 luglio 2014 (Monte D'oro, Esperia)

Tramonto del 12 luglio 2014 (Monte D’oro, Esperia)

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Anguillara Sabazia (Rm)

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Fontana di Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano

Fontana di Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano

Il primo giugno sono stato ad Anguillara Sabazia, città situata sul lago di Bracciano, trenta chilometri a Nord di Roma. La mia nonna paterna menzionava Anguillara quando narrava le drammatiche traversìe vissute  in tempo di guerra (1943-1944). Assieme a tre suoi piccoli (tra cui due bambine che sarebbero poi morte di stenti) era stata sfollata a Cesano di Roma. In questa località dell’agro romano i soldati tedeschi avevano attrezzato un campo di concentramento per i civili che erano stati allontanati con la forza dalla Linea Gustav.

Porta dell'orologio

Porta dell’orologio

L’area di confinamento era recintata e sorvegliata da guardie. Comunque alcuni (aspettando il momento opportuno), riuscivano a guadagnare l’uscita attraverso una fenditura. Di lì sciamavano nei dintorni in cerca di qualcosa da mangiare; poi rientravano di nascosto. Tra queste persone, che gli abitanti del posto chiamavano “quelli di Cassino“, c’era mia nonna Domenica (1915). Lasciando mio zio Angelo (di 4 anni) ad aspettarlo nel campo e portando con sé solo la più piccola nata da pochi mesi, nonna Domenica percorreva 5-6 chilometri fino ad Anguillara, dove trovava un lago con “tantissima acqua“, all’ingresso del paese “una grande porta“, quindi “una salita che portava ad una chiesa“. Raccontava, non riuscendo a farlo mai senza piangere, che le genti del luogo si intenerivano alla vista di lei con la figlioletta e non si trattenevano da gesti generosi, facendola entrare in casa senza diffidenza.

Una volta, durante una delle sortite dal campo di Cesano, stava attraversando un tratto di bosco solitario, quando sopraggiunse un uomo a cavallo. Sentì l’imbarazzo della propria condizione, forse ebbe anche timore che lo sconosciuto potesse farle del male. Ma l’uomo, senza scendere dalla sella e senza avvicinarsi troppo, in guisa d’un cavaliere d’altri tempi, tirò fuori delle monete e glie le gettò a terra, prima di galoppare via.

In quei territori, a 150 km dal fronte, il conflitto sembrava abbastanza lontano e la vita proseguiva in modo relativamente tranquillo. L’economia rurale si ripeteva nel suo ciclico corso, i beni di prima necessità non scarseggiavano. Comunque, con le persone del posto mia nonna poteva indugiare nel racconto di qualche doloroso episodio che aveva vissuto a Coreno Ausonio: spiegare che fino a poco tempo prima anche lei coltivava terreni e allevava animali, ma aveva visto venire meno tutti i suoi mezzi di sostentamento a causa dei disordini della guerra, dei bombardamenti, delle razzìe dei militari.

Chiesa della Collegiata (sul promontorio)

Chiesa della Collegiata (sul promontorio)

Attraversata la Porta dell’Orologio, percorsa la stessa salita che è rimasta scolpita nella mente di mia nonna, con i miei familiari giungiamo dinanzi alla Chiesa della Collegiata. L’edificio religioso, di ricostruzione settecentesca, sovrasta la parte più antica di Anguillara. Nello slargo attiguo alla terrazza che affaccia sul lago se ne sta seduto a riposare il signor Alfonso. Non c’è persona di passaggio (a piedi, in auto o in motorino), che non gli rivolga un saluto. Lui è nato poco dopo la guerra, ma racconta che sua madre (morta da circa 8 anni) non aveva mai smesso di parlargli di quel tragico periodo e degli “sfollati di Cassino”. In particolare continuava a ricordarsi di una donna che giungeva in paese con una piccola creatura in braccio e che chiedeva aiuto con un certo imbarazzo. Prevedendo gli orari del suo arrivo, sua madre aveva premura di farle trovare del latte appena bollito, così che non si guastasse durante il cammino di ritorno. Un particolare che raccontava anche mia nonna! Quando sente nominare il “cavaliere”, Alfonso quasi sobbalza. Ne indica la casa persino. Si trattava di un signore benestante, morto da pochi anni, che era effettivamente noto per il suo spirito magnanimo.

Domenica La Valle in una foto degli anni '60

Domenica La Valle in una foto degli anni ’60

Negli anni del dopoguerra, mentre la società italiana diventava via via più opulenta ed individualista, mia nonna si è portata nel cuore l’umanità di quei giorni in cui la propria vita e quella dei suoi cari dipendeva dalla generosità degli altri. Così, almeno finché una malattia non l’ha privata del senno, ogni volta che una questuante bussava alla sua porta, non aveva importanza chi fosse e se meritasse davvero un’offerta: la faceva entrare in casa e le consegnava, quasi con devozione, una bottiglia di buon olio d’oliva che teneva sempre da parte, come qualcosa di prezioso.

Tramonto sul lago di Bracciano (Anguillara Sabazia, RM)

Tramonto sul lago di Bracciano (Anguillara Sabazia, RM)

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L’acropoli di Alatri (Fr)

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Scorcio di Alatri visto dal lato Ovest dell'Acropoli.

Scorcio di Alatri visto dal lato Ovest dell’Acropoli.

Alatri è un’accogliente città di palazzi storici, edifici religiosi e fontane monumentali. Il centro urbano, che vanta origini antichissime, è il terzo della Ciociaria per numero di abitanti (dopo Frosinone e Cassino). Il fastigio del borgo è l’acropoli, caratterizzata da una cintura di mura megalitiche che abbracciano la sommità della collina su cui la città è adagiata.

Vista della porta Maggiore dall'interno dell'Acropoli di Alatri.

Vista della porta Maggiore dall’interno dell’Acropoli di Alatri.

Veduta verso Sud dal Pizzale dell'Acropoli di Alatri.

Veduta verso Sud dal Pizzale dell’Acropoli di Alatri.

Monumento al "concone", la brocca simbolo della Ciociaria (Acropoli di Alatri).

Monumento al”concone”, la brocca simbolo della Ciociaria (Alatri).

L’inizio della costruzione delle mura viene fatto risalire al VII secolo a.E.V.. I massi – anche di ragguardevoli dimensioni- levigati e sapientemente incastrati a secco, formano una barriera spessa e possente. Un tempo, oltre ad avere funzioni di protezione, delimitavano l’area sacra di un tempio pagano. Dal centro della città l’accesso più rapido al sito è quello attraverso la cosiddetta Porta minore (di solito chiusa però da un cancelletto). L’accesso principale è la Porta maggiore, che si trova quasi agli antipodi del quadrilatero murario. Affaccia su una stradina modesta che costeggia alcune abitazioni private.

Rivolta a Sud, con le sue umili pietre ingrigite e l’enorme architrave, la Porta maggiore conserva intatta l’antica sembianza austera e solenne. Accanto all’ingresso, sulla sinistra, sono presenti tre grandi nicchie, apparentemente riservate a qualche culto arcaico. Sulla destra, poco lontano, c’è il cosiddetto “Pizzale“, uno spigolo alto delle mura. Dalla sua sommità si possono mirare i monti Ernici e il paesaggio declinante verso la piana di Tecchiena. Sulle pendici di una collina si può individuare in lontananza il centro abitato di Veroli.

Proseguendo il cammino sull’Acropoli, sul lato opposto (Nord) la vista sovrasta la gran parte dei tetti e dei campanili del centro storico di Alatri. La sensazione è che da quell’altura si stia costeggiando una “piccola Siena”. Il luogo è reso ameno dalle pietre invecchiate dal tempo, ma la passeggiata è resa incantevole dalla presenza degli alberi e del verde.  Con il fusto eretto e regolare in mezzo al primo tappeto di foglie, spiccano i viali di tiglio. In un tiepido giorno di autunno, le loro chiome tendono ormai a spogliarsi e a colorarsi di un luminoso giallo.

Mura megalitiche di Alatri viste da via del Duomo (lato città)

Mura megalitiche di Alatri viste da via del Duomo (lato città)

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Il Monte Fammera (1166 m)

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Insolita veduta, da Coreno Ausonio, del monte Fammera innevato (dicembre 2011)

Monte Fammera innevato (veduta da Coreno Ausonio, dicembre 2011)

Non véco mancu Fammera” (trad.: Non vedo neanche Fammera) si dice talvolta a Coreno Ausonio, quando si ritiene di non avere neanche il tempo di alzare lo sguardo da terra o dalle proprie occupazioni. Il modo di dire diviene più significativo se si pensa che i contadini della zona solevano gettare un’occhiata sulla “pietra di Fammera”: un masso incastonato ai piedi di una china ripida del monte. La pietra segnava il mezzogiorno quando era raggiunta dall’ombra di una guglia soprastante.

Sentiero tra i boschi del monte Fammera.

Sentiero tra i boschi del monte Fammera.

Fammera appartiene al gruppo montuoso degli Aurunci occidentali, nel Lazio meridionale. La montagna  risalta per la parete scoscesa che incombe su Selvacava (frazione di Ausonia), troneggia sulla piana dell’ Ausente e guarda dritta verso gli Aurunci orientali e lo stesso paese di Coreno, sito sulla collina antistante, alle pendici del monte Maio. Fammera ricade per buona parte all’interno del Parco Regionale dei Monti Aurunci, istituito nel 1997. La caratteristica parete, che dal punto di vista geologico rappresenta una linea di faglia (la disgiunzione di 2000 metri è quella di maggior rigetto verticale di tutti gli Aurunci) è censita come area “SIC” ed è stata inclusa quindi nella rete europea dei Siti di Importanza Comunitaria da preservare a tutela degli habitat e della biodiversità.

Il sole del mattino sul declivio retrostante del monte Fammera.

Il sole del mattino sul declivio retrostante del monte Fammera.

Il poeta corenese Mariano Coreno, emigrato in Australia negli anni ’50, osserva: “E non importa dove vado, dove mi trovo: Fammera mi segue ovunque con la sua mitica bellezza.” Dal canto suo, l’umanista di Ausonia Elisio Calenzio (1430-1503) scriveva negli Opuscola: “Vito, a te piace il Fammera; anche noi ammiriamo il monte e le sue pietre, precipitate per mano non umana.”

Vegetazione autunnale del Monte Fammera

Vegetazione autunnale del Monte Fammera

Uno dei percorsi consigliati per raggiungere la vetta è quello che parte dalla “Valle Gaetana” nel territorio di Spigno Saturnia (Lt): ad un primo tratto facile da percorrere ne segue però uno ripido e accidentato che sfiora e costeggia lo strapiombo e alcuni burroni. Il modo probabilmente più agevole di raggiungere la vetta è invece quello di partire da uno stretto pianoro sito sul retro del rilievo, nei pressi di masserie sparse che vivono delle risorse del luogo (legname, allevamento, agricoltura). Oggi dalla Rocca di Esperia vi arriva una stradina stretta e a tratti tortuosa, ma facilmente carrabile. Pare che fino agli anni ’70-’80 esistesse soltanto una mulattiera e che solo intorno al 2000 le ultime abitazioni siano state servite dalla rete elettrica nazionale.

Precipizi in prossimità della vetta del monte Fammera.

Precipizi in prossimità della vetta del monte Fammera.

Su questo versante insiste un sentiero che è stato contrassegnato di recente e che si inerpica sul monte con una pendenza moderata. Esso necessiterebbe però di interventi migliorativi e di manutenzione: non poche pietre sciolte intralciano il passo e possono causare una perdita di equilibrio; inoltre andrebbero rimossi i diversi alberi caduti a seguito della nevicata del febbraio 2012. Sarebbe opportuno che l’Ente parco se ne preoccupasse quanto prima, perché il percorso, sfiorato dal sole del mattino, attraversa cornici naturali di incomparabile bellezza che meritano di essere alla portata di tutti. Il patrimonio boschivo è molto vario: oltre alle macchie di pino messe a dimora nel dopoguerra (ormai ben consolidate), si incontrano aceri, carpini, frassini, lecci, querce e castagni; pietraie colonizzate dall’erica e dalla salvia lasciano il passo a fitti boschi di conifere altissime.

Cima del monte Fammera. Sullo sfondo il monte Cairo.

Cima del monte Fammera. Sullo sfondo il monte Cairo.

Man mano che si sale, lo sguardo spazia sempre meglio sulle valli e sui clivi contrapposti dei monti interni, tra cui il grande Petrella, ed in parte verso il mare. Ma è quando si arriva sulla cresta, dopo circa un’ora e mezzo di cammino senza affanno, che si apre un panorama mozzafiato. Sulla vetta da pochi anni è stata ancorata una croce di legno e se ne può cogliere il contributo scenografico alla suggestione del sito. Eppure questi luoghi lontani dalle ansie quotidiane e dalle beghe mondane andrebbero lasciati forse alla loro pace. Anche un piccolo manufatto rischia di violare goffamente ciò che la natura ha armoniosamente plasmato in un tempo smisurato. Ma non è il momento di indugiare sulle piccinerie umane: tra le pietre consumate dal vento e dall’acqua, vicino ai frassini rossi d’autunno, ai lecci verdi che sfidano vertiginosi dirupi, è il momento di rimirare un pezzo di Terra. Accanto alle nuvole.

Uno scorcio del sentiero che porta sulla cresta del Monte Fammera

Scorcio di un sentiero del Monte Fammera

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Il Monte Maio (940 m)

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Il Monte Maio (940 m).

Il Monte Maio (940 m).

Gli Aurunci sono un gruppo montuoso sito nel Lazio meridionale. L’insieme confina a Nord con i Monti Ausoni, a Est con la valle del Liri, a Sud-Ovest con il mar Tirreno ed il fiume Garigliano. Dal punto di vista geologico si tratta di un massiccio calcareo costituito da rocce friabili, ove spiccano volumi compatti in prossimità del mare di Gaeta e lungo le pendici del monte Fammera (1166 m). Alle dorsali principali, come quella che contiene la cima più alta del monte Petrella (1533 m) si affiancano cime minori e separate.

"Vallaurea": vallata ai piedi del Maio un tempo coltivata a grano.

“Vallaurea”: vallata ai piedi del Maio un tempo coltivata a grano.

Tra queste, nell’estremo Sud, il comprensorio degli “Aurunci orientali“, la cui montagna più alta è il monte Maio (940 m). La vetta segna anche il confine tra i comuni di Coreno Ausonio e di Vallemaio, in provincia di Frosinone. Per l’orografia della nostra penisola appenninica non rappresenta un’altura particolarmente significativa.

Aurunci orientali: il monte Feuci (830 m).

Aurunci orientali: il monte Feuci (830 m).

Eppure, svettando isolato, a poche decine di chilometri dal mare, il monte Maio apre agli escursionisti potenzialmente un panorama  straordinario: ruotando a 360 gradi si possono scorgere via via gli Aurunci occidentali (il Monte d’Oro della vicina Esperia, dalla tipica cima appuntita, il Monte Fammera, dalla caratteristica parete rocciosa, l’imponente monte Petrella, il monte Redentore, che guarda verso il mare); il golfo del Sud pontino con il curioso promontorio della città di Gaeta (una “balena” che insegue una “nave”); il mar Tirreno con le piccole isole di Santo Stefano e di Ventotene; il Monte Epomeo di Ischia; il Monte Massico e la Rocca Monfina (un vulcano spento) poco oltre il fiume Garigliano, in provincia di Caserta; il Vesuvio; il Matese; i Monti della Meta; la piana di Cassino dominata  dal colle di Montecassino (520 m); più lontano i monti Simbruini.

Panorama. Monti Aurunci occidentali visti dalla sella tra il monte Maio e il monte Feuci.

Panorama. Monti Aurunci occidentali visti dalla sella tra il monte Maio e il monte Feuci.

Non sorprende che il monte Maio costituisse strategicamente uno dei più importanti punti di osservazione dell’artiglieria tedesca durante la seconda guerra mondiale.  Il confine della linea Gustav (la fortificazione approntata dai tedeschi nell’autunno 1943 contro l’avanzata delle truppe alleate) correva pochi chilometri più a Sud. Ancora oggi è possibile rinvenire le trincee e gli appostamenti che furono scavati allora.

Trincea a difesa della linea Gustav.

Trincea a difesa della linea Gustav.

L’assalto decisivo degli alleati venne scagliato nella notte tra l’11 e il 12 maggio 1944. Lo sfondamento della linea difensiva avvenne in questo settore il 14 maggio per mezzo delle truppe marocchine (i goumier) sotto il comando del generale Juin. Il filmato in bianco e nero ripreso da un aereo, di una bandiera francese che sventola sulla vetta del monte Maio, è tra le testimonianze più suggestive che mi è capitato di vedere sul conflitto che sconvolse questi luoghi. Nel 1994, a 50 anni da quei giorni terribili e cruciali, in località “Marinaranne” è stata eretta una stele in pietra in ricordo di tutte le vittime della guerra.

Sentiero con alberi spogli.

Sentiero con alberi spogli lungo un crinale prossimo alla cima.

Sotto l’aspetto naturalistico, il Maio rappresenta bene le peculiarità proprie dei monti Aurunci, caratterizzati da una spiccata varietà di suolo, di paesaggio e di specie vegetali. Il clima tende ad essere freddo e ventoso in inverno, arido e siccitoso in estate. Ma basta una piccola rupe di massi, un crinale, un impluvio protetto dalla vegetazione, perché si instauri un microclima un po’ diverso. In genere si tende a considerare di valore inestimabile le grandissime distese di boschi tipiche di regioni più interne, e senza dubbio vanno protette per la loro funzione di polmone verde dell’Italia. Ma dal punto di vista ecologico rischiano di costituire aree “monotone”. I dintorni del monte Maio hanno il pregio della varietà e della biodiversità.  I terrazzamenti di muri a secco realizzati da avi laboriosi e sapienti per coltivare gli ulivi lasciano il posto a pascoli impervi punteggiati di querce che si abbarbicano talvolta su terreni scoscesi, oppure a boschi fittissimi di specie arboree diverse, a lecceti densi sparsi tra gli affioramenti di rocce, a prati bassi impreziositi da piccoli fiori che spuntano fra le pietre o da erbe aromatiche. Nell’aria inaspettati profumi, d’origano o di timo.

Boschi umidi dietro un crinale del Monte Maio.

Versante boscoso in prossimità della cima del Monte Maio.

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XX Edizione “Libri sulla cresta dell’onda” (Franco Di Mare, Raffaele Cantone)

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XX Edizione Libri sulla Cresta dell'onda

XX Edizione Libri sulla Cresta dell’onda

Durante la serata dello scorso 5 agosto, nella suggestiva cornice del centro C.O.N.I. di Formia (Lt), il giudice Raffaele Cantone e il giornalista Franco Di Mare hanno partecipato al secondo dei tre incontri della XX rassegna letterariaLibri sulla cresta dell’onda a cura della libreria “Tuttilibri”. I due convenuti, attenti osservatori dei nostri tempi, si sono prestati a riflessioni per nulla banali sullo stato e sul sentire della legalità in Italia.

Franco Di Mare ha presentato il libro dal titolo “Il paradiso dei diavoli“, un racconto ambientato nella sua Napoli. Per il noto giornalista della Rai, Napoli è una città unica al mondo perché i quartieri socialmente più “degradati” non si trovano nella periferia, ma nel suo stesso centro. Così succede che anche la “buona borghesia” cittadina si sia abituata non solo a tollerare, ma anche a favorire varie forme di illegalità. Il libro narra tra le altre cose della corruzione di un professore universitario che vuole appropriarsi del buon lavoro di un giovane per favorire la carriera del figlio. Per Franco Di Mare il confine tra bene e male, che per molte persone che vivono in altri luoghi è un limite lontano dalla propria esistenza, a Napoli diventa una fettuccia che sfiora i passi della vita quotidiana e che di tanto in tanto si travalica. Ne fa un esempio grottesco: un uomo conosciuto come un impiegato pubblico integerrimo che in una circostanza si è prestato a fare il killer su commissione.

Non molto tempo fa costituiva una sorta di passatempo per i napoletani osservare in mare i motoscafi della Guardia di Finanza all’inseguimento dei contrabbandieri. Gran parte degli spettatori facevano il tifo per quest’ultimi. Il contrabbando di sigarette era accettato da tutti, anche perché per la politica era diventato l’alibi per non intervenire sulla disoccupazione e sul dilagante disagio sociale. Una città senza speranze? Franco Di Mare ritiene di no. Ricorda che una ventina di anni fa quando si pensò di riqualificare il parco cittadino furono introdotte nel laghetto delle papere che l’indomani erano sparite. Non durarono più di 24 ore. Oggi gli uccelli acquatici vi sguazzano indisturbati. Un piccolo progresso che lascia sperare per il futuro in “conquiste” più importanti. Purtroppo, ammette il giornalista, non avverrà sulla scala della vita di un uomo.

Vista la sua professione, non poteva mancare una domanda sul mondo dell’informazione che in Italia non si sofferma tanto sui problemi veri del nostro Paese (come la malavita organizzata) ma dà risalto piuttosto a questioni inutili o argomenti frivoli. Come siamo arrivati a questo? Franco Di Mare ricorre ad una metafora che lo avrebbe folgorato -quasi ammutolito- durante un convegno in cui si dibatteva della televisione “malata” che sfrutta il corpo delle donne. Come si cuociono le rane? Non come le aragoste, che si buttano di colpo nell’acqua bollente. Gli anfibi infatti zampillerebbero fuori della pentola con tutta la forza delle loro zampe posteriori. Le rane si cuociono a fuoco lento. Si adagiano nell’acqua fredda, in un ambiente che almeno all’inizio non sentono lontano dal proprio habitat naturale. Quindi vengono intorpidite gradualmente con il calore. Quando la temperatura diventa eccessiva le rane sono ormai incapaci di qualsiasi reazione e muoiono. Come siamo arrivati a questo? Poco alla volta, senza che ce ne siamo accorti, siamo stati bolliti.

Raffaele Cantone ha scritto assieme al giornalista Gianluca Di Feo un libro dal titolo “Football clan“. Ha spiegato perché non deve stupire che le mafie siano interessate ad investire denaro nel calcio. L’aspetto più banale è che il calcio costituirebbe un ottimo pretesto per intrattenere rapporti con amministratori e dirigenti di altre società. Nelle tribune avverrebbe quello che non avviene neanche nel parlamento italiano. Il magistrato, appassionato tifoso del Napoli, non ha risparmiato battute sui recenti acquisti della squadra del cuore, ma ha anche ricordato le complicità che a volte si instaurano tra il mondo dei calciatori e quello della criminalità. Lo stesso Maradona, all’apice della sua popolarità, sceglieva la vita e le compagnie delle zone più malfamate della città. Fu in quel periodo che il Napoli mancò lo scudetto  perdendo goffamente una partita col Milan. Fu solo un caso? La criminalità può gestire l’economia dei gadget. Squadre di calcio come il Napoli, ma anche la Lazio, a differenza di altre società paragonabili (come il Barcellona) incassano ben poco da questo settore commerciale. Come mai?

La giustizia ordinaria ha delle norme ridicole, come quella che ha permesso all’allenatore della Juventus di patteggiare la pena dopo due gradi di giudizio sfavorevoli. Quanto alla giustizia sportiva, questa è ben peggiore. “Fa ridere” – tira corto il magistrato. Richiama casi recenti, come quello del capitano della Lazio o del portiere del Torino. Entrambi si sarebbero venduti delle partite, ma le condanne della giustizia sportiva  -piuttosto blande- sono arrivate solo alla fine del campionato. Le scommesse sono un altro importante capitolo di interesse per la criminalità organizzata. La quantità di denaro che orbita attorno alle scommesse è difficilmente stimabile ma, sulla base di qualche indizio, sarebbe enorme. Se non si porrà qualche argine, il calcio perderà l’interesse popolare che lo contraddistingue. Non sarebbe così improbabile. In fondo è già successo per altri sport che un tempo erano quasi altrettanto popolari come la boxe e l’ippica. Comunque il rischio di inquinamento ci sarebbe anche negli sport meno seguiti, dove di solito gli atleti hanno retribuzioni modeste e sono più facilmente corruttibili.

Area Coni di Formia alla fine dell'incontro letterario

Area Coni di Formia alla fine dell’incontro letterario

Al di là dell’argomento psudo-sportivo del libro, il magistrato si è prestato a considerazioni di carattere generale sulle organizzazioni mafiose. Come si fa a capire se le mafie si sono insediate al di fuori dei loro luoghi di origine (ad esempio nel basso Lazio)? Secondo Cantone un equivoco di fondo ha caratterizzato gli anni ’90. Allora si pensava che la criminalità organizzata fosse presente solo laddove ci fossero boss, sparatorie, estorsioni e cose simili. Oggi sappiamo che questi criteri, al di fuori delle regioni storicamente presidiate, semplicemente non sono validi. In effetti in molte aree d’Italia, come nel Lazio meridionale, non si avvertono presenze eclatanti. Poi però  “in lombardia succede che il prefetto non si accorge che la ndrangheta comandava la Regione”. In realtà la malavita organizzata, più che negli alti palazzi del potere, vive soprattutto sul territorio, dove può portare avanti attività di riciclaggio e investimenti. I Comuni sono gli enti che contano di più per le mafie, proprio perché gestiscono la vita quotidiana del territorio. “Un assessore, magari all’urbanistica, è più importante di un parlamentare che si limita a schiacciare bottoni a comando. Il controllo di un municipio vale 100 volte più di una sparatoria” spiega Cantone. Secondo lui l’attuale sistema elettorale dei Comuni, (che pure in genere è apprezzato per la sua efficienza, ndr), nel Sud Italia avrebbe favorito le mafie perché le maggioranze possono essere ribaltate spostando un pacchetto di voti relativamente piccolo. Bisogna ricordare che le mafie non gestiscono il voto tanto attraverso gli affiliati, quanto attraverso l’economia. All’inizio sono presenze persino gradite, specie in un momento di crisi come quello attuale, perché sembrano portare lavoro e ricchezza nel sistema produttivo locale. Alla lunga però scacciano l’economia pulita.

Come contrastare queste infiltrazioni più o meno subdole? Per Raffaele Cantone sarebbe sufficiente solo che ciascuno faccia il proprio dovere. Le mafie hanno bisogno e vivono anche di “rispetto”. Soprattutto, osserva acutamente,  si inseriscono facilmente dove sono già consolidate forme di illegalità: “dove i cittadini sono adusi violare norme piccole, arriva la camorra e vìola le norme grandi. Osservazione ineccepibile, che rivela come il magistrato conosca bene le dinamiche e le strutture umane di cui parla.
A giudizio dello scrivente, è mancato forse un tassello. E’ importante sì, per ciascuno di noi, avere il giusto riguardo per le regole, avere a cuore le norme anche piccole. Ma soprattutto è importante che le leggi stesse siano formulate in modo da poter essere facilmente comprese e rispettate. Nessun cittadino o imprenditore onesto dovrebbe essere indotto o costretto, da leggi complicate o vessatorie, oppure da amministrazioni confuse e inefficienti, a scegliere tra  la ricerca di ambigue scorciatoie e la rinuncia ad aspirazioni legittime.

XX edizione Libri sulla cresta dell'onda: Raffaele Cantone e Franco Di Mare

XX edizione Libri sulla cresta dell’onda: Raffaele Cantone e Franco Di Mare

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XI Fiera Agricola di Ceprano (Fr)

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Macchine per lavori agricoli e giardinaggio

Macchine per lavori agricoli e giardinaggio.

Domenica 14 aprile son tornato a visitare la Fiera Agricola di Ceprano. L’iniziativa è curata dalla locale associazione “Amici per la Terra“. Ceprano, a 25 km dal capoluogo di provincia e ad un centinaio di chilometri dalla capitale, è una cittadina che si trova nel “cuore” della Ciociaria. Si raggiunge facilmente per mezzo dell’autostrada Roma-Napoli.

Toro che si disseta.

Toro che si disseta.

La fiera si svolge nei pressi della stazione ferroviaria, non lontano dalla linea dove sfrecciano treni velocissimi, in un piazzale di circa 10.000 metri quadri interamente recintato e provvisto di servizi ed infrastrutture leggere. Un’area adiacente, più estesa, è riservata a parcheggio per le auto e ha una capienza di circa 900 posti.

Vitello negli stalli riservati agli animali da allevamento.

Un vitello si affaccia dal suo stallo.

A distanza di solo un paio d’anni dalla precedente visita, sono rimasto meravigliato dall’incremento di partecipazione. Di certo è merito della perseveranza e dell’impegno dei molti volontari che presidiano la manifestazione con mansioni diverse. Il coordinatore Francesco De Angelis mi spiega orgogliosamente che si tratta dell’unica fiera del genere in tutta la provincia di Frosinone e che, dopo quella di Campoverde ad Aprilia (Lt), è la seconda per numero di edizioni in tutto il Lazio. Ma forse il successo di questo appuntamento annuale è anche il segnale, nella persistente crisi economica che costringe a chiudere fabbriche ed opifici l’uno dopo l’altro, di come il settore dei “lavori verdi” possa costituire uno zoccolo solido nella produzione di valore aggiunto.

Area dedicata al tiro con l'arco.

Area dedicata al tiro con l’arco.

Gli espositori sono stati 105. Erano presenti, oltre ai concessionari di trattori e macchine agricole, macchine per il taglio della legna  o piccoli veicoli da carico, anche vivaisti di piante da fiore e alberi da frutto, impiantisti specializzati nella produzione di eco-energie, commercianti di prodotti alimentari artigianali, di oggetti e utensili legati al mondo rurale, di arredi e ornamenti per il giardino, articoli per la casa,  chincaglierie e giocattoli.

Fiera dell'agricoltura di Ceprano 2013.

Fiera dell’agricoltura di Ceprano 2013.

Nei due giorni e mezzo di manifestazione si sono registrati 7.150 visitatori. Di questi, circa 4.800 si sono concentrati nella sola giornata della domenica, caratterizzata da una notevole partecipazione di curiosi, anziani e famiglie con bambini al seguito. Un’occasione di incontro generazionale quindi, ma soprattutto di promozione e valorizzazione del territorio. E il territorio delle campagne ciociare appare dolce e bellissimo proprio in questo periodo, con le sue alture boscate che brillano al sole, la tenera vegetazione in fiore, le colline puntellate di alberi maestosi, disseminate di case sparse, filari di coltivi, ruscelli e fiumiciattoli ancora gonfi d’acqua fredda e fluente.

Volontari in prossimità dell'ingresso alla fiera.

Volontari in prossimità dell’ingresso alla fiera.

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Strada Regionale 630: “arraffi” chi può…

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La SR 630 “Ausonia” è un’arteria stradale di circa 32 chilometri che collega la città di Cassino (Fr) alla città di Formia (Lt) e che mette in comunicazione una vasta area dell’entroterra ciociaro con il litorale pontino del golfo di Gaeta. Il tracciato attraversa in modo sinuoso un’impervia gola tra i monti Aurunci Occidentali e gli Aurunci Orientali, ma aldilà di questa sella che separa due zone dalla diversa fortuna climatica, il rilevato stradale si distende per lo più in modo pianeggiante, guardando da lontano i centri storici dei paesini che da secoli si abbarbicano sulle cime e sulle pendici delle colline circostanti.

E’ stata la strada dello sviluppo economico italiano degli anni ’60: facilitava  finalmente gli scambi e i trasporti, consentiva un rapido collegamento con l’Autostrada Roma-Napoli (1962), avvicinava lo svago del litorale pontino e il turismo storico-religioso dell’Abbazia di Montecassino, in seguito anche il lavoro presso lo stabilimento Fiat di Piedimonte (1972) e l’alta formazione presso l’Università degli studi di Cassino (1979). Moltissimi, troppi sarebbero morti su quell’asfalto dove si sorpassava con auto malferme e si sfrecciava su potenti motociclette senza usare il casco. Il nostro Paese cominciava a progredire anche così.

L’asse viario appena realizzato aveva un bacino d’utenza di centinaia di migliaia di abitanti e costituiva anche un passaggio obbligato tra la via Casilina (SS 6) e la via Appia (SS 7), tra l’entroterra e il litorale del basso Lazio. Intercettare questo flusso di merci e persone appariva invitante. Così, col beneplacito delle municipalità interessate, intorno alla nuova statale si è consumata una colonizzazione urbanistica “selvaggia”: lungo il suo percorso si son moltiplicate case, negozi e altre remunerative attività. Ai cavalcavia che erano stati regolarmente previsti per consentire lo smistamento sicuro del traffico  senza compromettere la fluidità dello scorrimento principale, si sono aggiunte a poco a poco centinaia di intersezioni a raso. L’egoismo speculativo di pochi ha via via danneggiato una risorsa pubblica, un bene che era stato realizzato con le tasse di tutti, a beneficio di tutti.

Da anni al danno si aggiunge la beffa. Le stesse amministrazioni che a lungo hanno assecondato uno scempio non solo etico e logistico, ma in qualche misura anche paesaggistico, ora intervengono tempestando la strada di rilevatori di velocità. Uno dei comuni storicamente più aggressivi sotto questo aspetto è quello di Pignataro Interamna. Di recente alle diverse postazioni fisse e mobili si è aggiunta una pattuglia munita di una pistola laser per il rilevamento telemetrico della velocità. Secondo quello che si è appreso dalla stampa locale, quest’attività lucrativa avrebbe fruttato somme esorbitanti al piccolo comune (2600 abitanti) che in parte sarebbero state distribuite, a mo’ di premio, agli stessi vigili urbani. Forse non è un caso che il Sindaco sia stato rieletto di recente con percentuali di voto bulgare (89,9%). L’accanimento di Pignataro contro gli automobilisti (di altri comuni) è tale che la missione di colpire tutti i veicoli che superano i 70 km/h meriterebbe di essere inserita tra i princìpi cardini del proprio statuto comunale e citata magari con un motto latino sullo stemma. [In realtà di recente, col pretesto di un “centro abitato” inesistente, per un buon tratto il limite è stato ulteriormente abbassato a soli 50 km/h, ndr.]

Diversi autovelox fissi, invero su tratti con limiti di velocità ragionevoli, sono stati installati da tempo anche dai comuni di Formia e di Minturno.  Quest’ultimo, da parte sua, ne ha installato uno poco distante da quelli formiani, in corrispondenza dell’unico breve tratto curvilineo che invaderebbe solo di poco il proprio territorio. Un caso simile  è quello di Esperia, comune dalla vasta estensione territoriale (109 km2), con un centro abitato di sole quattro migliaia di abitanti distribuito a diversi chilometri di distanza dalla SR 630… E purtuttavia anche Esperia ha sentito improvvisamente l’esigenza dell’installazione di un autovelox. Anche qui il limite di velocità previsto è ragionevole, ma non si capisce tale premura per la sicurezza in uno dei pochi tratti ancora naturalisticamente integri e sgombri da attività antropiche. Un autovelox fisso (inizialmente erano due) è stato attivato da diversi anni anche dal comune di Ausonia (2600 abitanti). Sulle prime l’iniziativa aveva il sapore della vera e propria “gabola” perché su un viadotto privo di entrate laterali,  era  stato contestualmente abbassato a 60 km/h il limite di velocità originario di 90 km/h. Pare si temesse che l’installazione non sarebbe risultata altrimenti abbastanza “redditizia”. (In seguito tale limite è stato portato a 70 km/h.)

Spigno Saturnia (2900 abitanti) è stato il primo comune della zona a sperimentare i “velo-ok“, una sorta di evoluzione stradale del gioco d’azzardo: una serie di colonnine arancioni, disposte in successione e in modo sufficientemente ravvicinato, fra le quali solo una sarebbe di volta in volta equipaggiata per il rilevamento delle infrazioni di velocità. Pare che l’impiego di tali dispositivi non abbia solide basi giuridiche e che le eventuali sanzioni comminate in assenza di pattuglia siano facilmente impugnabili. Nondimeno il sistema, usato con discernimento e la parsimonia che non sembra avere avuto Spigno, si rivela efficace sia nel rendere il traffico sicuro e ordinato, sia nell’educare gli automobilisti a viaggiare a velocità costante senza sopravanzarsi. Spigno è stato seguito a ruota dal comune di Castelnuovo Parano (900 abitanti) che però nel suo territorio può vantare dei limiti di velocità risibili. A Castelnuovo non ci si è limitati ad impiantare i dissuasori in prossimità del solo breve tratto piuttosto densamente abitato, ma si è pensato bene di rallentare le auto fino a velocità di soli 40-50 km/h da mezzo chilometro prima a mezzo chilometro dopo. Del resto, se l’intento è far cassa, è proprio in “periferia” che di solito si riesce a cogliere in fallo qualche automobilista distratto.

Si esagera. La sicurezza è un valore, nulla da eccepire. Ma si comincia a toccare il fondo e a oltrepassare il ridicolo. Ormai i tempi medi di percorrenza della Cassino-Formia (almeno per chi non è un faccendiere, un camorrista o un politico con l’auto blu) son ritornati quelli degli anni ’50 o quasi. Eppure le automobili di oggi son progettate per viaggiare a circa 80 km/h. A questa velocità consumano meno ed inquinano meno. Ma abbiamo dimenticato a cosa servono le strade e perso di vista l’utilità collettiva. Può essere comprensibile che singole amministrazioni locali, quando sono contraddistinte da scarsa lungimiranza e mediocre senso dello Stato, rimangono in balìa delle proprie convenienze barbìne. Ma le altre istituzioni coinvolte, la Regione, i Prefetti… Che cosa fanno? Nella situazione di difficoltà economica che sta vivendo la nostra nazione, la filosofia del “si salvi chi può” (fregando il prossimo) evoca quella strofa del Canto degli Italiani che recita: “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”.

La SR 630 Cassino-Formia non appartiene a Castelnuovo, non appartiene a Spigno, non appartiene a Formia, non appartiene ad Esperia, non appartiene a Minturno, non appartiene neanche a Pignataro. La SR 630 appartiene a 60.626.442 italiani. Non è un giocattolo che comuni più o meno insignificanti (magari male amministrati per altri versi) possano utilizzare per rimpinguare le casse o acquistare un facile consenso con i propri elettori. Nello spirito con cui è stata concepita e realizzata, la SR 630 è una delle infrastrutture che serve a questo Paese perché la nostra economia possa competere con quella di altre nazioni; una risorsa pubblica che ogni giorno utilizzano decine di migliaia di cittadini che non si spostano per divertimento, quanto per studiare, lavorare e contribuire in vario modo anche al bene della collettività.

[Articolo apparso anche sul quotidiano “L’Inchiesta” il 08/01/2013] 

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Il Radon, questo sconosciuto

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Il Radon (Rn) è l’elemento numero 86 nella tavola periodica di Mendeleev. Appartiene al gruppo dei “gas nobili”. E’ inodore, incolore, insapore, chimicamente inerte. Fra le sostanze gassose è tra quelle con la più alta massa volumica: 9,73 kg/m³ (in condizioni standard quasi 8 volte più denso dell’aria). In natura si presenta sotto forma di tre isotopi. Molto insidioso è il Radon 222 che appartiene alla serie di decadimento dell’uranio 238 (elemento radioattivo che a bassa concentrazione si trova in tutta la crosta terrestre). Una volta formato, con un periodo di dimezzamento di 3,8 giorni questo radioisotopo gassoso ha tutto il tempo di abbandonare il materiale poroso in cui si trova (in genere il suolo terrestre ma anche rocce e materiali da costruzione come il granito e il tufo) e di percorrere lunghe distanze. Il problema non si pone se alla fine fuoriesce in ambienti aperti in quanto si diluisce nell’ambiente. Ma il gas può raggiungere gli spazi confinati delle abitazioni e qui, in mancanza di areazione, accumularsi fino a livelli pericolosi per gli essere viventi. Infatti il radon non è stabile, ma  a sua volta decade e genera discendenti radioattivi in grado di emettere radiazioni ionizzanti  di tipo alfa e beta (nuclei di Elio).

Il radon e i suoi discendenti possono legarsi all’aria che respiriamo. Il radon inspirato è anche facilmente espulso, ma non avviene così per gli eventuali discendenti solidi che possono formarsi e rimanere intrappolati all’interno del sistema broncopolmonare, continuando a trasformarsi e ad emettere radioattività fino a quando non raggiungono la forma stabile del piombo 206. Tra i possibili danni  c’è la rottura di molecole di DNA e di altre parti che costituiscono le singole cellule. In realtà se l’esposizione è bassa o non prolungata l’organismo riesce a difendersi bene. In caso contrario possono insorgere neoplasie. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato il radon tra gli agenti cancerogeni di gruppo 1 (ovvero quelli la  cui pericolosità per l’uomo è acclarata al di là di ogni dubbio). Con un’incidenza complessiva dell’ 11% rappresenterebbe la prima causa di tumori al polmone per i non fumatori e la seconda causa per i fumatori. Per quest’ultimi sarebbero stati accertati effetti sinergici che farebbero aumentare la probabilità di insorgenza della malattia di 15-20 volte.

Con la Raccomandazione 90/143 “sulla tutela della popolazione contro l’esposizione del radon in ambienti chiusi ” la Commissione Europea ha stabilito che per gli edifici esistenti è tollerabile una dose di esposizione di 20 mSv  (millisievert) annui, convenzionalmente ritenuti equivalenti a una concentrazione media annua di  400 Bq/m³ (1 becquerel corrisponde ad una disintegrazione al secondo). Quanto all’Italia, si sarebbe limitata a legiferare solo in materia di tutela della salute negli ambienti di lavoro, fissando una soglia limite di concentrazione media annua di 500 Bq/m³ (D.Lgs 241/2000). Nel 2005 una commissione incaricata dal ministero della Salute ha avviato un piano per la riduzione dei tumori polmonari dovuti al radon. Il piano prevedeva iniziative di informazione della popolazione e un monitoraggio ai fini di una  migliore valutazione del rischio. Probabilmente è in virtù di questo progetto che un campione significativo di famiglie della penisola sono state prescelte per effettuare una rilevazione della concentrazione di radon presente nella propria abitazione. Per quanto riguarda la provincia di Frosinone pare che l’Arpa non abbia mai reso noti i risultati di uno studio concluso ormai da  alcuni anni.

E’ noto che le regioni italiane più soggette a questo rischio sono il Lazio e la Lombardia (con concentrazioni medie superiori ai 100 Bq/m³), seguite dalla Campania e dal Friuli Venezia Giulia. In linea generale ci si aspetta che siano più esposti i territori  che sono stati caratterizzati in passato da attività vulcanica, dove sono presenti fenomeni carsici o dove si trovano sorgenti termali. Tuttavia simili considerazioni si rivelano poco significative ai fini pratici in quanto la presenza del radon in ambienti chiusi dipende molto dalle caratteristiche di permeabilità del terreno nel punto esatto in cui si trova l’edificio o da come esso sia stato effettivamente isolato dal sottosuolo.

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III Concorso nazionale di poesia “Falcone e Borsellino 20 anni dopo”

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Sabato 16 giugno 2012 si è tenuta  la cerimonia di premiazione del 3° concorso nazionale di poesia indetto dal Comune di Coreno Ausonio con il patrocinio del Consiglio Regionale del Lazio, della Provincia di Frosinone e con il contributo della Banca Popolare del Cassinate. Nel XX anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio il tema scelto per questa terza edizione è stato “Falcone e Borsellino venti anni dopo“.

Il coordinatore della serata Domenico Adriano ha letto, tra le altre cose, il messaggio di saluto di Rita Borsellino: “Ecco, con il linguaggio leggero e soave della poesia –ha scritto la sorella del magistrato ucciso- ricordi tristi e dolorosi che hanno segnato inevitabilmente la vita di questo Paese e di tante persone che hanno perso la loro vita con le stragi del ’92. Un pezzo di loro stessi rivive. E lo fa nel modo migliore possibile.” In rappresentanza dei 25 finalisti (le opere pervenute sono state 119) Adriano ha declamato l’asciutta poesia di Rita Veloce di Rodi Garganico (FG) dal titolo “L’eredità”: “Come quel messaggio /che naviga le tempeste /in una bottiglia provata dall’onde, /il loro sacrificio /continuerà /a veleggiare le acque tumultuose /finché anche un solo giusto /si disseterà di quel lascito vitale.”

Il terzo premio è stato assegnato a Giuseppe Quirino di Coreno Ausonio (FR) per la poesia “Malapianta. Prima di leggere il suo componimento, il Quirino ha voluto rievocare le sensazioni provate alla vista delle immagini televisive della strage di Capaci, tra cui l’odore acre di tritolo, che gli sembrava di sentire quasi, conoscendolo bene grazie al lavoro da egli svolto nelle cave di marmo. Inoltre ha rimarcato l’assenza e la latitanza della politica nei confronti delle persone giuste “che quasi sempre sono perdenti perché proprio in quanto giuste vengono lasciate troppe volte sole.  Come quelle persone che quando decidono di dire la verità, non fanno semplicemente il proprio dovere, ma fanno la ‘spia’. Finché non si cambia questo modo di vedere le cose, staremo qui a piangere morti ammazzati “.

Il secondo premio è stato conferito ad Antonio Giordano di Palermo per la poesia in dialetto  dal titolo “7 gennaio 1943 – La Ballata di Ballarò“. Il poeta isolano ha negato che le vittime di mafia rimangano sole, spiegando che a Palermo c’è un luogo “magico” chiamato Ballarò, dove si tiene il mercato, dove si parla molto e dove i cantastorie si sono sempre sentiti liberi di declamare anche le verità più sgradite ai potenti, sicuri di poter  sgattaiolare in ogni momento tra i vicoletti dell’attiguo quartiere di ‘albergherìa’ detto così  perché poteva essere di rifugio per chiunque. Quindi Giordano ha recitato la sua opera in modo teatrale, a guisa proprio d’un cantastorie, con l’accompagnamento d’una chitarra.

Il primo premio è stato consegnato a Umberto Vicaretti di Luco dei Marsi (AQ) autore di “Ma noi ti aspettiamo”, poesia “ispirata nel contenuto e originale nella forma” come riporta il verbale della giuria di valutazione presieduta dal poeta  corenese prof. Tommaso Lisi. Vicaretti ha insistito sulla importanza di trasmettere alle nuove generazioni le idealità rappresentate dai due magistrati Falcone e Borsellino: “Dobbiamo insegnare ai giovani a opporsi alla ingiustizia, all’illegalità, al malaffare, alla malapolitica“. “Certo -ha aggiunto- è difficile dire ai giovani di essere corretti se poi un cattivo esempio ci viene da chi ci governa, da chi qualifica di eroismo persone che eroi non sono“.

Tra le autorità presenti, il Sindaco di Coreno Ausonio Domenico Corte e il Presidente del Consiglio della Regione Lazio On. Mario Abbruzzese, il quale ha lodato la virtuosa iniziativa culturale di un piccolo comune promettendo di non far mancare il suo sostegno anche alla prossima edizione. Le tre poesie premiate, assieme alle altre 22 prescelte come finaliste, sono state pubblicate in una piccola antologia distribuita gratuitamente.

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