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Anguillara Sabazia (Rm)

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Fontana di Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano

Fontana di Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano

Il primo giugno sono stato ad Anguillara Sabazia, città situata sul lago di Bracciano, trenta chilometri a Nord di Roma. La mia nonna paterna menzionava Anguillara quando narrava le drammatiche traversìe vissute  in tempo di guerra (1943-1944). Assieme a tre suoi piccoli (tra cui due bambine che sarebbero poi morte di stenti) era stata sfollata a Cesano di Roma. In questa località dell’agro romano i soldati tedeschi avevano attrezzato un campo di concentramento per i civili che erano stati allontanati con la forza dalla Linea Gustav.

Porta dell'orologio

Porta dell’orologio

L’area di confinamento era recintata e sorvegliata da guardie. Comunque alcuni (aspettando il momento opportuno), riuscivano a guadagnare l’uscita attraverso una fenditura. Di lì sciamavano nei dintorni in cerca di qualcosa da mangiare; poi rientravano di nascosto. Tra queste persone, che gli abitanti del posto chiamavano “quelli di Cassino“, c’era mia nonna Domenica (1915). Lasciando mio zio Angelo (di 4 anni) ad aspettarlo nel campo e portando con sé solo la più piccola nata da pochi mesi, nonna Domenica percorreva 5-6 chilometri fino ad Anguillara, dove trovava un lago con “tantissima acqua“, all’ingresso del paese “una grande porta“, quindi “una salita che portava ad una chiesa“. Raccontava, non riuscendo a farlo mai senza piangere, che le genti del luogo si intenerivano alla vista di lei con la figlioletta e non si trattenevano da gesti generosi, facendola entrare in casa senza diffidenza.

Una volta, durante una delle sortite dal campo di Cesano, stava attraversando un tratto di bosco solitario, quando sopraggiunse un uomo a cavallo. Sentì l’imbarazzo della propria condizione, forse ebbe anche timore che lo sconosciuto potesse farle del male. Ma l’uomo, senza scendere dalla sella e senza avvicinarsi troppo, in guisa d’un cavaliere d’altri tempi, tirò fuori delle monete e glie le gettò a terra, prima di galoppare via.

In quei territori, a 150 km dal fronte, il conflitto sembrava abbastanza lontano e la vita proseguiva in modo relativamente tranquillo. L’economia rurale si ripeteva nel suo ciclico corso, i beni di prima necessità non scarseggiavano. Comunque, con le persone del posto mia nonna poteva indugiare nel racconto di qualche doloroso episodio che aveva vissuto a Coreno Ausonio: spiegare che fino a poco tempo prima anche lei coltivava terreni e allevava animali, ma aveva visto venire meno tutti i suoi mezzi di sostentamento a causa dei disordini della guerra, dei bombardamenti, delle razzìe dei militari.

Chiesa della Collegiata (sul promontorio)

Chiesa della Collegiata (sul promontorio)

Attraversata la Porta dell’Orologio, percorsa la stessa salita che è rimasta scolpita nella mente di mia nonna, con i miei familiari giungiamo dinanzi alla Chiesa della Collegiata. L’edificio religioso, di ricostruzione settecentesca, sovrasta la parte più antica di Anguillara. Nello slargo attiguo alla terrazza che affaccia sul lago se ne sta seduto a riposare il signor Alfonso. Non c’è persona di passaggio (a piedi, in auto o in motorino), che non gli rivolga un saluto. Lui è nato poco dopo la guerra, ma racconta che sua madre (morta da circa 8 anni) non aveva mai smesso di parlargli di quel tragico periodo e degli “sfollati di Cassino”. In particolare continuava a ricordarsi di una donna che giungeva in paese con una piccola creatura in braccio e che chiedeva aiuto con un certo imbarazzo. Prevedendo gli orari del suo arrivo, sua madre aveva premura di farle trovare del latte appena bollito, così che non si guastasse durante il cammino di ritorno. Un particolare che raccontava anche mia nonna! Quando sente nominare il “cavaliere”, Alfonso quasi sobbalza. Ne indica la casa persino. Si trattava di un signore benestante, morto da pochi anni, che era effettivamente noto per il suo spirito magnanimo.

Domenica La Valle in una foto degli anni '60

Domenica La Valle in una foto degli anni ’60

Negli anni del dopoguerra, mentre la società italiana diventava via via più opulenta ed individualista, mia nonna si è portata nel cuore l’umanità di quei giorni in cui la propria vita e quella dei suoi cari dipendeva dalla generosità degli altri. Così, almeno finché una malattia non l’ha privata del senno, ogni volta che una questuante bussava alla sua porta, non aveva importanza chi fosse e se meritasse davvero un’offerta: la faceva entrare in casa e le consegnava, quasi con devozione, una bottiglia di buon olio d’oliva che teneva sempre da parte, come qualcosa di prezioso.

Tramonto sul lago di Bracciano (Anguillara Sabazia, RM)

Tramonto sul lago di Bracciano (Anguillara Sabazia, RM)

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Militari in visita lungo la linea Gustav

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Together, Further and Faster” ovvero “Insieme, più lontano e più velocemente”, questo il motto della “Headquarters Rapid Reaction Corps”, una struttura di comando specializzata in operazioni via terra cui aderiscono le forze armate di 13 nazioni dell’Unione Europea e della Nato. Il suo quartier generale si trova in una cittadella fortificata nei pressi di Lille, nel Nord della Francia, dove risiedono alcune centinaia di militari. Nella mattina di martedì 18 giugno circa 35 di essi (di nazionalità francese, belga, tedesca, spagnola, danese, inglese) hanno raggiunto la piazza di Coreno Ausonio accompagnati dai Carabinieri di Ausonia. Dopo una breve sosta in Municipio, dove una delegazione è stata accolta dal sindaco Domenico Corte, dal vice sindaco Francesco Lavalle e dall’assessore Domenico Di Bello, i militari hanno proseguito verso la montagna.

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Militare francese e la “Carta dei sentieri lungo la linea Gustav”

Nei pressi del monumento per la pace di Marinaranne i partecipanti al corso, cui erano già state fornite nozioni di tipo storico,  hanno avuto modo di constatare dal vivo l’esatta orografia del territorio. Il programma dell’esercitazione è stato somministrato in lingua inglese e ha consentito agli allievi, mappe alla mano, di ripercorrere la dinamica bellica che ha portato allo sfondamento della linea difensiva apprestata sul Garigliano e alla conquista del monte Maio. Il Sindaco e il neodelegato al turismo Gianfranco Onairda hanno salutato gli ospiti donando loro delle copie della “Carta dei sentieri lungo la linea Gustav” e del libro “Racconti di Guerra” di Gabriel Ruggiero. Alle tredici, proprio mentre dei tuoni annunciavano un imminente acquazzone, i militari sono ripartiti per Venafro (Is), dove era prevista una cerimonia. Una visita insolita, che può farci riflettere, una volta di più, su come le montagne di Coreno, associando al valore naturale-paesaggistico anche quello storico-didattico, possano attrarre persone di lingua e culture diverse.

[Articolo pubblicato sul n. 109 del trimestrale di vita e cultura corenese “La Serra”]

Militari a Marinaranne (Coreno Ausonio), nei pressi del monumento per la pace

Militari a Marinaranne (Coreno Ausonio), nei pressi del monumento per la pace

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Sentieri storico-naturalistici a Coreno Ausonio (Fr)

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Macaone (Papillo Machaon)

Macaone (Papillo Machaon)

Nelle scienze esatte spesso capita che più una formula è semplice, più si rivela efficace, utile, rivoluzionaria. Similmente, un progetto dall’idea elementare e dal costo contenuto potrà annoverarsi probabilmente tra le iniziative più fruttifere e virtuose portate a termine da un’amministrazione locale negli ultimi decenni. Con la collaborazione della sezione di Esperia del C.A.I. (Club Alpino Italiano), il generoso contributo di un drappello di volontari nonché la dedizione instancabile del giovane Gianfranco Onairda (delegato comunale all’organizzazione di eventi e manifestazioni)  si è lavorato alla promozione dei sentieri storici che insistono nel territorio collinare e montano di Coreno Ausonio (Fr). I possibili tracciati, (per lo più antiche mulattiere in pietra), sono stati perlustrati più volte al fine di individuarne i migliori. I percorsi scelti sono stati ripuliti da arbusti e sterpaglie, codificati e georefenziati con un navigatore GPS, infine regolarmente contrassegnati con il segno bianco/rosso del C.A.I. (autorizzato a svolgere tale attività dalla Legge 776/1985).

Il progetto ha previsto la stampa di una brochure divulgativa che riporta, oltre ad informazioni storico-naturalistiche sul territorio e sui luoghi d’interesse, la mappa di tutti gli itinerari presi in considerazione. I percorsi censiti entreranno a far parte del Catasto regionale dei sentieri del Lazio che sarà reso disponibile su internet e che favorirà nell’area degli Aurunci Orientali (Monti Vescini) un turismo di tipo escursionistico.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Nel giorno di pasquetta ho avuto modo di sperimentare l’efficacia degli interventi realizzati. Dai pressi dell’acquedotto comunale, non lontano dal centro del paese, con una piccola comitiva ho intrapreso il cammino che abbraccia ad anello il monte Rinchiuso (778 m) e che coinvolge parte dei sentieri 973, 973B e 975. L’itinerario, di circa 8 chilometri, si snoda fra 380 m e 750 m di altitudine. Nel 2004, con un paio di amici dell’università, tentai un’escursione simile nella stessa zona. In quella circostanza smarrii una mulattiera e ci ritrovammo, nel giorno del solstizio d’estate, sotto un sole cocente, sul clivo ripido esposto a Sud che sovrasta il paese, in mezzo alla vegetazione alta di ampelodesma tenax, una pianta cespugliosa dalle foglie taglienti.

Sentiero CAI 973 - Panorama verso il mar Tirreno

Sentiero CAI 973 – Panorama verso il mar Tirreno

In questa escursione non ho avuto difficoltà di orientamento. Il primo tratto del percorso (sentiero 973) è ripido ma panoramico. Verso Sud-Ovest, oltre il paese che man mano si allontana, si  staglia la linea di costa del mar Tirreno. Verso Nord-Ovest, oltre la gariga mediterranea tipica dei dintorni, la vista può indugiare sulla parete verticale del monte Fammera (1166 m) e sull’amena forma piramidale del monte D’Oro (828 m). Salendo ancora la pendenza del cammino si attenua. Soprattutto il paesaggio diviene meno spoglio, gli alberi di specie diverse si infittiscono e la natura esplode in tutta la sua straordinaria biodiversità.

Casella della "Matthia": luogo di una tragedia di guerra

Sentiero CAI 973B – Casella della “Matthia”

Proseguendo sul sentiero 973B ci si addentra sul versante settentrionale del monte Rinchiuso fino ad attraversare una zona particolarmente umida, dalle infinite sfumature di verde, colonizzata da un intreccio di carpini bianchi, ricca di muschio e disseminata di profumati ciclamini. A 675 m s.l.m. si raggiunge la “casella della Matthia“. Il sito fu teatro di una tragica esecuzione durante la II guerra mondiale: il 12 aprile 1944 alcuni civili furono uccisi per rappresaglia da soldati tedeschi in quanto avevano dato ricovero ad un aviatore americano che si era paracadutato da un aereo abbattuto.

Lecceta delle Chianare (720  m slm)

Lecceta delle Chianare (720 m s.l.m.)

Più avanti il sentiero si confonde con una pista realizzata dai taglialegna negli anni ’80 e che, assieme ai tralicci dell’alta tensione,(installati nello stesso periodo), ha un po’ compromesso l’originario aspetto “selvaggio” e incontaminato dei luoghi. A partire da circa 720 m s.l.m. si raggiungono le Chianare, un’area di notevole pregio antropologico e naturalistico. Le sue valli si incuneano tra la sommità del Monte Rinchiuso e le pendici meridionali del Monte Maio (940 m). Qui il paesaggio è colonizzato diffusamente dai lecci (Quercus ilex), alberi sempreverdi il cui apparato radicale riesce a insinuarsi in profondità tra i sassi. Con la loro fitta chioma assicurano un microclima relativamente fresco anche nei giorni più caldi dell’estate. Il bivio con il sentiero che porta sulla sommità del monte Maio è facilmente riconoscibile. Più avanti una carrareccia fende ripida il costone che porta alla strada bianca carrabile, a sua volta rilevata come sentiero n. 975 per mountain bike. Di qui la stanchezza si fa sentire, ma la discesa è ormai agevole, fino al paese.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

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Il giorno della memoria: i Bibelforscher

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A partire dal 2001 si commemora in Italia (come in altre nazioni del mondo) il Giorno della Memoria. Il fine di questa disposizione è quello “di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. La ricorrenza prescelta rievoca la data del 27 gennaio 1945, quando le truppe Sovietiche, nella loro avanzata verso Berlino, arrivarono alle porte del campo di concentramento di Auschwitz (non lontano dall’omonima città polacca) liberando i pochi prigionieri superstiti. Per una sorta di convenzione storica questo è il giorno in cui gli orrori del genocidio nazista furono rivelati all’intero mondo e divennero evidenti agli stessi cittadini tedeschi. Il campo di Auschwitz e quelli limitrofi di Birkenau e di Monowitz, ubicati in un’area di alcune decine di chilometri quadrati, ebbero un ruolo fondamentale nella macabra macchina organizzativa che perseguiva la cosiddetta “soluzione finale”: lo sterminio di tutti gli ebrei residenti nei territori caduti sotto il controllo tedesco.

Nondimeno, nei campi di detenzione dei nazisti (uno anche in Italia a Risiera di San Sabba, Trieste) trovarono la morte diverse altre categorie di persone: prigionieri di guerra, polacchi, zingari (rom e sinti), slavi, omosessuali, testimoni di Geova, pentecostali, dissidenti politici, massoni, criminali comuni, disabili, malati di mente. Nonostante il rigore teutonico (che portò a tatuare un numero di matricola, oltre che sui vestiti, sulla pelle stessa dei prigionieri), non si conosce l’esatto numero delle vittime: si stimano da 12 a 18 milioni di morti nei campi, fra i quali circa 6 milioni di ebrei.

Merita di essere ricordata, di questo sacrificio umano  di un’abnormità che non aveva precedenti, la parte eroicamente sopportata dai testimoni di Geova. In Germania i ‘Bibelforscher’ (o ‘Studenti biblici’ come si chiamavano nei primi anni ’30) costituivano un gruppo di circa 10.000 persone. La loro fede era  quanto di più incompatibile con il nazismo: si rifiutavano di impugnare armi, di rivestire cariche politiche, di prendere parte a feste nazionali, di pronunciare il saluto ‘Heil Hitler’, di compiere qualsiasi gesto di fedeltà al regime militare. Non sorprende che i Bibelforscher vennero apertamente dichiarati fuorilegge già nel 1933. Molti persero il lavoro, la casa, il negozio, la pensione. Almeno 860 i fanciulli che furono strappati alle cure dei  loro genitori. Gli arrestati furono circa 6.000, gli internati nei campi circa 10.000. Quasi 2.000 fedeli persero la vita, compresi coloro che furono giustiziati (le condanne a morte ammontarono a 253) per essersi rifiutati di prestare il servizio militare divenuto obbligatorio nel 1935. Sembra che i testimoni di Geova siano stati tra i primi (negli anni 1934-35) ad essere confinati nei campi di concentramento (a cominciare da quello di Dachau, vicino Monaco di Baviera). Tra loro infatti si annoveravano buona parte delle “matricole” inferiori al numero 1000. A partire dal 1937 la loro casacca di prigionia fu contrassegnata da un triangolo di colore viola. Si stima che appena prima dell’inizio della II guerra mondiale  costituissero il 5-10% di tutti gli internati. A differenza della restante parte dei reclusi, i testimoni di Geova tedeschi avevano in ogni momento la possibilità di sfuggire a quegli indicibili patimenti: era sufficiente per loro firmare un documento di abiura del proprio credo e di sostegno alla Germania nazista. Pochi firmarono.

Eppure sin dalle prime forme di persecuzione non erano mancate mobilitazioni  internazionali. Il mattino del 7 ottobre 1934 circa 20.000 gruppi di “Studenti Biblici” di tutto il mondo (compresi quelli tedeschi) spedirono altrettanti telegrammi indirizzati al Cancelliere del Reich Adolf Hitler. Il testo del messaggio non lasciava adito ad ambiguità: “Il cattivo trattamento da Lei riservato ai testimoni di Geova indigna tutte le persone buone e disonora il nome di Dio. Desista dal perseguitare i testimoni di Geova, altrimenti Dio annienterà Lei e il Suo partito”. Ma ancora nell’agosto del 1942 Hitler dichiarava sprezzantemente in un pubblico discorso: “questa genìa deve essere eliminata dalla Germania!”. La storia sta a raccontarci come è andata. Nell’autunno del 1942 le sorti della guerra, sino ad allora favorevoli, cominciarono a mostrarsi avverse al dittatore, fino a portarlo, in poco meno di tre anni, alla completa disfatta. Oggi, a distanza di molti decenni da quel periodo così oscuro per la storia umana, il partito nazista è stato bandito e in Germania circa 170.000 testimoni di Geova esercitano liberamente la loro fede, alla luce del sole.

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Maddalena, marcia per l’Italia

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Il nome di “Coreno Ausonio” ben stampigliato sul petto, sin da quando è partito, in questa straordinaria camminata attraverso le Regioni italiane, il 3 novembre scorso, dalla Piazza Unità d’Italia di Trieste con il molo dei bersaglieri davanti, presenti labari e bandiere di ogni rappresentanza militare. Sulla tuta di Michele Maddalena (classe 1940, insegnante in pensione), ben in vista anche il nome di Formia  (Lt) sua città natale,  dell’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo, della Scuola Nautica della Guardia di Finanza, dell’Istituto Nazionale del Nastro Azzurro, un ente morale fondato nel 1923 che richiede ai suoi associati, tra le altre cose, “la rigida osservanza delle leggi dell’onore e del dovere in ogni atto della vita privata e pubblica”. Il Sindaco  di Coreno Ausonio (Fr), Domenico Corte, al suo arrivo  nel centro del paese, alle ore 12 del 10 dicembre 2010, lo ha omaggiato di un fascio di fiori che il “maratoneta” ha subito deposto ai piedi del Monumento ai caduti in guerra.

A Coreno lo legano persone ed amicizie, ma un vincolo speciale si è saldato “in una splendida sera dello scorso agosto -ricorda Maddalena-  un’immagine di serenità e amore che porto negli occhi e nel cuore“. In quella circostanza era venuto a Coreno Ausonio per presentare pubblicamente il libro “La maledizione di Lucia”, un racconto ambientato nella seconda metà del XIX secolo nella cui trama fa capolino anche il corenese Giovanni Costanzo, uno dei cinquecento soldati che morirono in Abissinia nella battaglia di Dogali il 26 gennaio 1887. Il sacrificio di quel massacro è ricordato dall’omonima piazza di fronte alla Stazione Termini di Roma.

La marcia del prof. Michele Maddalena si è snodata per oltre un migliaio di kilometri, non di rado sotto una pioggia incessante. Da Trieste a Redipuglia, poi Gorizia, Udine, Pordenone, Vittorio Veneto, Trento, Bassano del Grappa, Treviso, Venezia, Mestre. “”L’indomani mattina, fresco e riposato, attraverso il ponte della Libertà -racconta Maddalena- e vado alla sede della Regione Veneto. Devo faticare non poco per far capire, ad una signora della Segreteria del Presidente, quello che sto facendo. La signora prende la pergamena e va via. Dopo oltre un’ora torna per dirmi che il Presidente non c’è perché è sulle zone alluvionate. “Comunque noi non vi abbiamo mai autorizzato -aggiunge la donna- ad utilizzare lo stemma della Regione. Anche per fare la fiera della zucca occorre il permesso. Per cui lei deve togliere lo stemma dalla pergamena.” Alla mia precisazione che detto stemma è stato prelevato da internet, la signora ribadisce la faccenda della zucca e aggiunge che a giorni si riunirà la Giunta Regionale per deliberare che la Regione Veneto non aderisce all’iniziativa. Non raccolgo l’adesione del Presidente Zaia, -si rammarica Maddalena- ma l’episodio imprime alla mia marcia il crisma di cosa giusta e sacrosanta“”.
Uno spaccato impietoso delle distanze. Tra le diverse Regioni italiane certo, tra il Nord e il Sud della penisola, ma  forse soprattutto tra il mondo quotidiano delle persone e quello fanatico e dorato dei palazzi della politica di propaganda.

A Rovigo Maddalena trova un clima più cordiale: il Presidente della Giunta Provinciale lo incarica di portare i suoi saluti ai polesani dell’Agro Pontino. Poi la marcia tocca Reggio Emilia (città della bandiera tricolore), quindi Bologna con arrivo in Piazza del Nettuno, con la scorta dei Vigili Urbani e l’occhio curioso della gente. Si continua con Rimini e Senigallia, sotto la pioggia. Ad Ancona si tiene una breve cerimonia nella sede della Regione Marche. La marcia prosegue quasi senza sosta tra Fossato di Vico e Ponte San Giovanni. La Presidente della Regione Umbria è la prima che firma personalmente la pergamena. Poi fino a Rieti finalmente il sole. Quindi  il tratto da Cassino a Coreno. La marcia riprenderà il 19 dicembre da Antrodoco a L’Aquila.

Coraggio e incoscienza” tra le motivazioni di questa impresa, ammette  lo scrittore. Ma nel 150° dell’unità d’Italia quello di Michele Maddalena vuole essere prima di ogni altra cosa “un messaggio di italianità da far sottoscrivere ai Presidenti di tutte le Regioni affinché l’Italia sia una Nazione libera, democratica e indivisibile“.
Anche in ricordo dei tanti soldati caduti nelle guerre. Quasi tutti non avevano raggiunto i trent’anni – osserva Maddalena. E la maggior parte di costoro, a dispetto di certe velleità separatiste di oggi, (un po’ come  il nostro Giovanni Costanzo) venivano  dal Meridione.

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Visita all’Abbazia di Montecassino (FR)

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Ieri sono stato in visita nella celebre Abbazia di Montecassino (fondata da San Benedetto da Norcia, su un preesistente tempio pagano, nel 529). Avevo già avuto modo di ammirare gli affascinanti esterni in pietra per la prima volta proprio un anno fa, in occasione della consegna delle pergamene di laurea da parte dell’Università di Cassino.
In questa circostanza la dottoressa Rossella Alifuoco, nostra insegnante del corso di tedesco nonché guida turistica della stessa abbazia, ci ha accompagnato gentilmente anche nei luoghi interni. A cominciare dai sotterranei, dove sono visibili le possenti mura poligonali del IV sec. a. C. che ancora oggi costituiscono la robusta fondazione della struttura.

Quindi siamo entrati nella “cella” di San Benedetto. La parete frontale sarebbe stata parte di un’antica torre dell’epoca romana. Sui muri laterali ci sono affreschi che rappresentano episodi, più o meno leggendari, della vita del santo. In uno di essi si nota Benedetto che piange mentre l’abbazia viene bombardata. Questi affreschi, come la grandissima parte degli altri di cui è adornata l’abbazia, sono stati realizzati da pittori italiani a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Lo stesso vale per molte opere scultoree. Nel chiostro d’ingresso, in mezzo ad un giardino con arbusti di piccola taglia, troneggia ad esempio un gruppo bronzeo realizzato da monaci tedeschi e donato nel dopoguerra dal primo ministro tedesco Konrad Herman Josef Adenauer (1876-1967) . Dalla “terrazza” ai piedi di un’ampia gradinata il panorama si spinge verso Ovest e la sottostante piana del fiume Liri. Dalla balaustra si vede anche, su una collina laterale poco distante, il cimitero di guerra polacco. Al centro una cisterna per raccogliere l’acqua piovana; ai lati due rimarchevoli statue, una di san Benedetto (quasi interamente originale) l’altra di santa Scolastica (una copia, purtroppo).

Salendo la scalinata, circondati solo da bianche strutture marmoree, lo sguardo viene rapito soprattutto da un cielo celeste che sembra diventare ad ogni passo, ad ogni gradino, più chiaro e luminoso. Al termine della salita, attraversato il portico, si giunge al “Chiostro dei benefattori”, la cui peculiarità sono le statue di papi e di principi che nel corso dei secoli hanno elargito donazioni per arricchire l’Abbazia. Dirimpetto come un fastigio, al culmine della struttura, c’è la chiesa, ricostruita nel dopoguerra con i fondi dello Stato italiano. Le volte del soffitto, diversamente dall’edificio originale, sono prive (per ora) di affreschi. Le pareti grondano comunque di innumerevoli decorazioni e cesellature laminate in oro. Il pavimento si compone di circa 80 tipi di marmo dalle sfumature di colore più diverse. Sotto l’altare principale sarebbero raccolte le reliquie di san Benedetto e di sua sorella Scolastica. Sembra che questo punto della chiesa sia stato quasi miracolosamente risparmiato dalle bombe, tanto che la cripta sottostante è tra le pochissime parti dell’Abbazia rimaste integre ed originali.

La visita è stata per me molto didattica, interessante e suggestiva. Aleggiava una leggera malinconia anche, soprattutto all’approssimarsi della sera, quando il sole colpiva di striscio i marmi e le imponenti pietre bianche. La distruzione operata dai bombardieri angloamericani è stata solo l’ultima di quattro che sono intervenute per cause diverse nel corso dei millenni. Ma è facile immaginare che nessuna delle precedenti può essere stata altrettanto barbara e devastante. Peraltro è grazie alla lungimiranza delle gerarchie militari tedesche che furono messi in salvo almeno gli archivi e preziosissimi documenti bibliografici. E’ appena il caso di ricordare che nell’abbazia di Montecassino è custodito il primo documento scritto in lingua italiana (Placiti cassinesi, 960).

Il luogo abbonda di reperti dell’epoca romana e di iscrizioni in latino. C’era di che rimanere incantati a immaginare la vita che vi si svolgeva al tempo dell’antica Roma oppure nei molti secoli (bui) successivi, durante i quali il Monastero di Montecassino è restato una sorta di faro di lettere e cultura. Nondimeno era molto facile ritornare ai nostri giorni, semplicemente ascoltando qualche guardia di sorveglianza parlare nel dialetto locale. Non eravamo i soli ma invero i visitatori, complice la stagione invernale, erano pochissimi. Tradisce forse anche un segno dei tempi, ma gli unici ecclesiastici (un paio di monaci, fisicamente l’uno l’opposto dell’altro), li abbiamo incontrati al negozietto di souvenir.

In prossimità dell’ora di chiusura siamo stati sollecitati ad uscire dalle guardie di vigilanza, evidentemente frettolose di ritornare a casa. All’uscita del cancello, mentre si alzava un leggero vento serotino, abbiamo trovato un intero autobus di ragazzi francesi in posa per una foto di gruppo. Un fremito di vitalità in quel luogo un po’ mesto mentre l’aria tendeva a diventare umida e fredda. Sembra però che la scolaresca fosse giunta troppo tardi per entrare. Il turismo sarà pure una ricchezza per l’Italia, ma… dalle ore 15 alle ore 17:15!

Non di rado, durante la visita, il ricordo mi è corso al mio nonno paterno (1911-1996) che sembrava parlarmi con orgoglio di questa Abbazia che dista solo una trentina di chilometri dal mio paese. Aveva partecipato a qualche gita di gruppo per anziani, probabilmente a sfondo religioso, ma in realtà quei luoghi gli erano stati sempre familiari. Nel dopoguerra egli lavorò nei dintorni del monastero per la costruzione di muri a secco di contenimento. Lungo il tragitto ho osservato che sono moltissimi. Chissà su quali o su quante di quelle pietre mio nonno posò le sue mani! Dopo anni di desolazione morale e materiale, i suoi muscoli lavorarono alacremente assieme a quelli di altri italiani non solo per sollevare pietre, ma per ricostruire la pace.

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