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Ciociaria Archivi - Giuseppe Di Siena

Sentieri storico-naturalistici a Coreno Ausonio (Fr)

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Macaone (Papillo Machaon)

Macaone (Papillo Machaon)

Nelle scienze esatte spesso capita che più una formula è semplice, più si rivela efficace, utile, rivoluzionaria. Similmente, un progetto dall’idea elementare e dal costo contenuto potrà annoverarsi probabilmente tra le iniziative più fruttifere e virtuose portate a termine da un’amministrazione locale negli ultimi decenni. Con la collaborazione della sezione di Esperia del C.A.I. (Club Alpino Italiano), il generoso contributo di un drappello di volontari nonché la dedizione instancabile del giovane Gianfranco Onairda (delegato comunale all’organizzazione di eventi e manifestazioni)  si è lavorato alla promozione dei sentieri storici che insistono nel territorio collinare e montano di Coreno Ausonio (Fr). I possibili tracciati, (per lo più antiche mulattiere in pietra), sono stati perlustrati più volte al fine di individuarne i migliori. I percorsi scelti sono stati ripuliti da arbusti e sterpaglie, codificati e georefenziati con un navigatore GPS, infine regolarmente contrassegnati con il segno bianco/rosso del C.A.I. (autorizzato a svolgere tale attività dalla Legge 776/1985).

Il progetto ha previsto la stampa di una brochure divulgativa che riporta, oltre ad informazioni storico-naturalistiche sul territorio e sui luoghi d’interesse, la mappa di tutti gli itinerari presi in considerazione. I percorsi censiti entreranno a far parte del Catasto regionale dei sentieri del Lazio che sarà reso disponibile su internet e che favorirà nell’area degli Aurunci Orientali (Monti Vescini) un turismo di tipo escursionistico.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Nel giorno di pasquetta ho avuto modo di sperimentare l’efficacia degli interventi realizzati. Dai pressi dell’acquedotto comunale, non lontano dal centro del paese, con una piccola comitiva ho intrapreso il cammino che abbraccia ad anello il monte Rinchiuso (778 m) e che coinvolge parte dei sentieri 973, 973B e 975. L’itinerario, di circa 8 chilometri, si snoda fra 380 m e 750 m di altitudine. Nel 2004, con un paio di amici dell’università, tentai un’escursione simile nella stessa zona. In quella circostanza smarrii una mulattiera e ci ritrovammo, nel giorno del solstizio d’estate, sotto un sole cocente, sul clivo ripido esposto a Sud che sovrasta il paese, in mezzo alla vegetazione alta di ampelodesma tenax, una pianta cespugliosa dalle foglie taglienti.

Sentiero CAI 973 - Panorama verso il mar Tirreno

Sentiero CAI 973 – Panorama verso il mar Tirreno

In questa escursione non ho avuto difficoltà di orientamento. Il primo tratto del percorso (sentiero 973) è ripido ma panoramico. Verso Sud-Ovest, oltre il paese che man mano si allontana, si  staglia la linea di costa del mar Tirreno. Verso Nord-Ovest, oltre la gariga mediterranea tipica dei dintorni, la vista può indugiare sulla parete verticale del monte Fammera (1166 m) e sull’amena forma piramidale del monte D’Oro (828 m). Salendo ancora la pendenza del cammino si attenua. Soprattutto il paesaggio diviene meno spoglio, gli alberi di specie diverse si infittiscono e la natura esplode in tutta la sua straordinaria biodiversità.

Casella della "Matthia": luogo di una tragedia di guerra

Sentiero CAI 973B – Casella della “Matthia”

Proseguendo sul sentiero 973B ci si addentra sul versante settentrionale del monte Rinchiuso fino ad attraversare una zona particolarmente umida, dalle infinite sfumature di verde, colonizzata da un intreccio di carpini bianchi, ricca di muschio e disseminata di profumati ciclamini. A 675 m s.l.m. si raggiunge la “casella della Matthia“. Il sito fu teatro di una tragica esecuzione durante la II guerra mondiale: il 12 aprile 1944 alcuni civili furono uccisi per rappresaglia da soldati tedeschi in quanto avevano dato ricovero ad un aviatore americano che si era paracadutato da un aereo abbattuto.

Lecceta delle Chianare (720  m slm)

Lecceta delle Chianare (720 m s.l.m.)

Più avanti il sentiero si confonde con una pista realizzata dai taglialegna negli anni ’80 e che, assieme ai tralicci dell’alta tensione,(installati nello stesso periodo), ha un po’ compromesso l’originario aspetto “selvaggio” e incontaminato dei luoghi. A partire da circa 720 m s.l.m. si raggiungono le Chianare, un’area di notevole pregio antropologico e naturalistico. Le sue valli si incuneano tra la sommità del Monte Rinchiuso e le pendici meridionali del Monte Maio (940 m). Qui il paesaggio è colonizzato diffusamente dai lecci (Quercus ilex), alberi sempreverdi il cui apparato radicale riesce a insinuarsi in profondità tra i sassi. Con la loro fitta chioma assicurano un microclima relativamente fresco anche nei giorni più caldi dell’estate. Il bivio con il sentiero che porta sulla sommità del monte Maio è facilmente riconoscibile. Più avanti una carrareccia fende ripida il costone che porta alla strada bianca carrabile, a sua volta rilevata come sentiero n. 975 per mountain bike. Di qui la stanchezza si fa sentire, ma la discesa è ormai agevole, fino al paese.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

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Sentieri di pietra

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Sentieri antichi

Sentieri antichi

Oggi non c’è niente di più redditizio per una comunità che scommettere sulla qualità del proprio territorio. Il sogno della fabbrica e dei grandi stabilimenti appartiene al passato. Complice la crisi mondiale dell’ultimo lustro, l’Italia pullula ormai di capannoni sfitti ed aree industriali in via di desertificazione.

Antica via Serra

Antica via Serra

La nuova generazione può reagire puntando sulla qualità della vita nei borghi e nei piccoli paesi, sulla qualità dell’ambiente e del paesaggio, sul turismo naturalistico ed agricolo, sull’ enogastronomia e l’artigianato locali. Dal punto di vista economico una prospettiva modesta forse, ma a differenza di altre del recente passato,  una prospettiva ecologicamente sostenibile e dai vantaggi persistenti nel tempo. Quindi, tra le altre cose, ricostruiamo le macère (muri a secco), recuperiamo i vecchi selciati, riviviamo e camminiamo per gli antichi sentieri. Se negli anni dell’esplosione economica del secolo scorso i giovani lavoravano per cementificare e anche distruggere, adesso proteggiamo il paesaggio ed il territorio, non solo come patrimonio storico-culturale, ma come unica vera opportunità per il futuro.

Si legga anche: La generazione degli anni ’60 e il cemento

Sentieri di pietra

Selciato in pietra di un antico sentiero.

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L’acropoli di Alatri (Fr)

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Scorcio di Alatri visto dal lato Ovest dell'Acropoli.

Scorcio di Alatri visto dal lato Ovest dell’Acropoli.

Alatri è un’accogliente città di palazzi storici, edifici religiosi e fontane monumentali. Il centro urbano, che vanta origini antichissime, è il terzo della Ciociaria per numero di abitanti (dopo Frosinone e Cassino). Il fastigio del borgo è l’acropoli, caratterizzata da una cintura di mura megalitiche che abbracciano la sommità della collina su cui la città è adagiata.

Vista della porta Maggiore dall'interno dell'Acropoli di Alatri.

Vista della porta Maggiore dall’interno dell’Acropoli di Alatri.

Veduta verso Sud dal Pizzale dell'Acropoli di Alatri.

Veduta verso Sud dal Pizzale dell’Acropoli di Alatri.

Monumento al "concone", la brocca simbolo della Ciociaria (Acropoli di Alatri).

Monumento al”concone”, la brocca simbolo della Ciociaria (Alatri).

L’inizio della costruzione delle mura viene fatto risalire al VII secolo a.E.V.. I massi – anche di ragguardevoli dimensioni- levigati e sapientemente incastrati a secco, formano una barriera spessa e possente. Un tempo, oltre ad avere funzioni di protezione, delimitavano l’area sacra di un tempio pagano. Dal centro della città l’accesso più rapido al sito è quello attraverso la cosiddetta Porta minore (di solito chiusa però da un cancelletto). L’accesso principale è la Porta maggiore, che si trova quasi agli antipodi del quadrilatero murario. Affaccia su una stradina modesta che costeggia alcune abitazioni private.

Rivolta a Sud, con le sue umili pietre ingrigite e l’enorme architrave, la Porta maggiore conserva intatta l’antica sembianza austera e solenne. Accanto all’ingresso, sulla sinistra, sono presenti tre grandi nicchie, apparentemente riservate a qualche culto arcaico. Sulla destra, poco lontano, c’è il cosiddetto “Pizzale“, uno spigolo alto delle mura. Dalla sua sommità si possono mirare i monti Ernici e il paesaggio declinante verso la piana di Tecchiena. Sulle pendici di una collina si può individuare in lontananza il centro abitato di Veroli.

Proseguendo il cammino sull’Acropoli, sul lato opposto (Nord) la vista sovrasta la gran parte dei tetti e dei campanili del centro storico di Alatri. La sensazione è che da quell’altura si stia costeggiando una “piccola Siena”. Il luogo è reso ameno dalle pietre invecchiate dal tempo, ma la passeggiata è resa incantevole dalla presenza degli alberi e del verde.  Con il fusto eretto e regolare in mezzo al primo tappeto di foglie, spiccano i viali di tiglio. In un tiepido giorno di autunno, le loro chiome tendono ormai a spogliarsi e a colorarsi di un luminoso giallo.

Mura megalitiche di Alatri viste da via del Duomo (lato città)

Mura megalitiche di Alatri viste da via del Duomo (lato città)

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Il Monte Maio (940 m)

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Il Monte Maio (940 m).

Il Monte Maio (940 m).

Gli Aurunci sono un gruppo montuoso sito nel Lazio meridionale. L’insieme confina a Nord con i Monti Ausoni, a Est con la valle del Liri, a Sud-Ovest con il mar Tirreno ed il fiume Garigliano. Dal punto di vista geologico si tratta di un massiccio calcareo costituito da rocce friabili, ove spiccano volumi compatti in prossimità del mare di Gaeta e lungo le pendici del monte Fammera (1166 m). Alle dorsali principali, come quella che contiene la cima più alta del monte Petrella (1533 m) si affiancano cime minori e separate.

"Vallaurea": vallata ai piedi del Maio un tempo coltivata a grano.

“Vallaurea”: vallata ai piedi del Maio un tempo coltivata a grano.

Tra queste, nell’estremo Sud, il comprensorio degli “Aurunci orientali“, la cui montagna più alta è il monte Maio (940 m). La vetta segna anche il confine tra i comuni di Coreno Ausonio e di Vallemaio, in provincia di Frosinone. Per l’orografia della nostra penisola appenninica non rappresenta un’altura particolarmente significativa.

Aurunci orientali: il monte Feuci (830 m).

Aurunci orientali: il monte Feuci (830 m).

Eppure, svettando isolato, a poche decine di chilometri dal mare, il monte Maio apre agli escursionisti potenzialmente un panorama  straordinario: ruotando a 360 gradi si possono scorgere via via gli Aurunci occidentali (il Monte d’Oro della vicina Esperia, dalla tipica cima appuntita, il Monte Fammera, dalla caratteristica parete rocciosa, l’imponente monte Petrella, il monte Redentore, che guarda verso il mare); il golfo del Sud pontino con il curioso promontorio della città di Gaeta (una “balena” che insegue una “nave”); il mar Tirreno con le piccole isole di Santo Stefano e di Ventotene; il Monte Epomeo di Ischia; il Monte Massico e la Rocca Monfina (un vulcano spento) poco oltre il fiume Garigliano, in provincia di Caserta; il Vesuvio; il Matese; i Monti della Meta; la piana di Cassino dominata  dal colle di Montecassino (520 m); più lontano i monti Simbruini.

Panorama. Monti Aurunci occidentali visti dalla sella tra il monte Maio e il monte Feuci.

Panorama. Monti Aurunci occidentali visti dalla sella tra il monte Maio e il monte Feuci.

Non sorprende che il monte Maio costituisse strategicamente uno dei più importanti punti di osservazione dell’artiglieria tedesca durante la seconda guerra mondiale.  Il confine della linea Gustav (la fortificazione approntata dai tedeschi nell’autunno 1943 contro l’avanzata delle truppe alleate) correva pochi chilometri più a Sud. Ancora oggi è possibile rinvenire le trincee e gli appostamenti che furono scavati allora.

Trincea a difesa della linea Gustav.

Trincea a difesa della linea Gustav.

L’assalto decisivo degli alleati venne scagliato nella notte tra l’11 e il 12 maggio 1944. Lo sfondamento della linea difensiva avvenne in questo settore il 14 maggio per mezzo delle truppe marocchine (i goumier) sotto il comando del generale Juin. Il filmato in bianco e nero ripreso da un aereo, di una bandiera francese che sventola sulla vetta del monte Maio, è tra le testimonianze più suggestive che mi è capitato di vedere sul conflitto che sconvolse questi luoghi. Nel 1994, a 50 anni da quei giorni terribili e cruciali, in località “Marinaranne” è stata eretta una stele in pietra in ricordo di tutte le vittime della guerra.

Sentiero con alberi spogli.

Sentiero con alberi spogli lungo un crinale prossimo alla cima.

Sotto l’aspetto naturalistico, il Maio rappresenta bene le peculiarità proprie dei monti Aurunci, caratterizzati da una spiccata varietà di suolo, di paesaggio e di specie vegetali. Il clima tende ad essere freddo e ventoso in inverno, arido e siccitoso in estate. Ma basta una piccola rupe di massi, un crinale, un impluvio protetto dalla vegetazione, perché si instauri un microclima un po’ diverso. In genere si tende a considerare di valore inestimabile le grandissime distese di boschi tipiche di regioni più interne, e senza dubbio vanno protette per la loro funzione di polmone verde dell’Italia. Ma dal punto di vista ecologico rischiano di costituire aree “monotone”. I dintorni del monte Maio hanno il pregio della varietà e della biodiversità.  I terrazzamenti di muri a secco realizzati da avi laboriosi e sapienti per coltivare gli ulivi lasciano il posto a pascoli impervi punteggiati di querce che si abbarbicano talvolta su terreni scoscesi, oppure a boschi fittissimi di specie arboree diverse, a lecceti densi sparsi tra gli affioramenti di rocce, a prati bassi impreziositi da piccoli fiori che spuntano fra le pietre o da erbe aromatiche. Nell’aria inaspettati profumi, d’origano o di timo.

Boschi umidi dietro un crinale del Monte Maio.

Versante boscoso in prossimità della cima del Monte Maio.

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XI Fiera Agricola di Ceprano (Fr)

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Macchine per lavori agricoli e giardinaggio

Macchine per lavori agricoli e giardinaggio.

Domenica 14 aprile son tornato a visitare la Fiera Agricola di Ceprano. L’iniziativa è curata dalla locale associazione “Amici per la Terra“. Ceprano, a 25 km dal capoluogo di provincia e ad un centinaio di chilometri dalla capitale, è una cittadina che si trova nel “cuore” della Ciociaria. Si raggiunge facilmente per mezzo dell’autostrada Roma-Napoli.

Toro che si disseta.

Toro che si disseta.

La fiera si svolge nei pressi della stazione ferroviaria, non lontano dalla linea dove sfrecciano treni velocissimi, in un piazzale di circa 10.000 metri quadri interamente recintato e provvisto di servizi ed infrastrutture leggere. Un’area adiacente, più estesa, è riservata a parcheggio per le auto e ha una capienza di circa 900 posti.

Vitello negli stalli riservati agli animali da allevamento.

Un vitello si affaccia dal suo stallo.

A distanza di solo un paio d’anni dalla precedente visita, sono rimasto meravigliato dall’incremento di partecipazione. Di certo è merito della perseveranza e dell’impegno dei molti volontari che presidiano la manifestazione con mansioni diverse. Il coordinatore Francesco De Angelis mi spiega orgogliosamente che si tratta dell’unica fiera del genere in tutta la provincia di Frosinone e che, dopo quella di Campoverde ad Aprilia (Lt), è la seconda per numero di edizioni in tutto il Lazio. Ma forse il successo di questo appuntamento annuale è anche il segnale, nella persistente crisi economica che costringe a chiudere fabbriche ed opifici l’uno dopo l’altro, di come il settore dei “lavori verdi” possa costituire uno zoccolo solido nella produzione di valore aggiunto.

Area dedicata al tiro con l'arco.

Area dedicata al tiro con l’arco.

Gli espositori sono stati 105. Erano presenti, oltre ai concessionari di trattori e macchine agricole, macchine per il taglio della legna  o piccoli veicoli da carico, anche vivaisti di piante da fiore e alberi da frutto, impiantisti specializzati nella produzione di eco-energie, commercianti di prodotti alimentari artigianali, di oggetti e utensili legati al mondo rurale, di arredi e ornamenti per il giardino, articoli per la casa,  chincaglierie e giocattoli.

Fiera dell'agricoltura di Ceprano 2013.

Fiera dell’agricoltura di Ceprano 2013.

Nei due giorni e mezzo di manifestazione si sono registrati 7.150 visitatori. Di questi, circa 4.800 si sono concentrati nella sola giornata della domenica, caratterizzata da una notevole partecipazione di curiosi, anziani e famiglie con bambini al seguito. Un’occasione di incontro generazionale quindi, ma soprattutto di promozione e valorizzazione del territorio. E il territorio delle campagne ciociare appare dolce e bellissimo proprio in questo periodo, con le sue alture boscate che brillano al sole, la tenera vegetazione in fiore, le colline puntellate di alberi maestosi, disseminate di case sparse, filari di coltivi, ruscelli e fiumiciattoli ancora gonfi d’acqua fredda e fluente.

Volontari in prossimità dell'ingresso alla fiera.

Volontari in prossimità dell’ingresso alla fiera.

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Strada Regionale 630: “arraffi” chi può…

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La SR 630 “Ausonia” è un’arteria stradale di circa 32 chilometri che collega la città di Cassino (Fr) alla città di Formia (Lt) e che mette in comunicazione una vasta area dell’entroterra ciociaro con il litorale pontino del golfo di Gaeta. Il tracciato attraversa in modo sinuoso un’impervia gola tra i monti Aurunci Occidentali e gli Aurunci Orientali, ma aldilà di questa sella che separa due zone dalla diversa fortuna climatica, il rilevato stradale si distende per lo più in modo pianeggiante, guardando da lontano i centri storici dei paesini che da secoli si abbarbicano sulle cime e sulle pendici delle colline circostanti.

E’ stata la strada dello sviluppo economico italiano degli anni ’60: facilitava  finalmente gli scambi e i trasporti, consentiva un rapido collegamento con l’Autostrada Roma-Napoli (1962), avvicinava lo svago del litorale pontino e il turismo storico-religioso dell’Abbazia di Montecassino, in seguito anche il lavoro presso lo stabilimento Fiat di Piedimonte (1972) e l’alta formazione presso l’Università degli studi di Cassino (1979). Moltissimi, troppi sarebbero morti su quell’asfalto dove si sorpassava con auto malferme e si sfrecciava su potenti motociclette senza usare il casco. Il nostro Paese cominciava a progredire anche così.

L’asse viario appena realizzato aveva un bacino d’utenza di centinaia di migliaia di abitanti e costituiva anche un passaggio obbligato tra la via Casilina (SS 6) e la via Appia (SS 7), tra l’entroterra e il litorale del basso Lazio. Intercettare questo flusso di merci e persone appariva invitante. Così, col beneplacito delle municipalità interessate, intorno alla nuova statale si è consumata una colonizzazione urbanistica “selvaggia”: lungo il suo percorso si son moltiplicate case, negozi e altre remunerative attività. Ai cavalcavia che erano stati regolarmente previsti per consentire lo smistamento sicuro del traffico  senza compromettere la fluidità dello scorrimento principale, si sono aggiunte a poco a poco centinaia di intersezioni a raso. L’egoismo speculativo di pochi ha via via danneggiato una risorsa pubblica, un bene che era stato realizzato con le tasse di tutti, a beneficio di tutti.

Da anni al danno si aggiunge la beffa. Le stesse amministrazioni che a lungo hanno assecondato uno scempio non solo etico e logistico, ma in qualche misura anche paesaggistico, ora intervengono tempestando la strada di rilevatori di velocità. Uno dei comuni storicamente più aggressivi sotto questo aspetto è quello di Pignataro Interamna. Di recente alle diverse postazioni fisse e mobili si è aggiunta una pattuglia munita di una pistola laser per il rilevamento telemetrico della velocità. Secondo quello che si è appreso dalla stampa locale, quest’attività lucrativa avrebbe fruttato somme esorbitanti al piccolo comune (2600 abitanti) che in parte sarebbero state distribuite, a mo’ di premio, agli stessi vigili urbani. Forse non è un caso che il Sindaco sia stato rieletto di recente con percentuali di voto bulgare (89,9%). L’accanimento di Pignataro contro gli automobilisti (di altri comuni) è tale che la missione di colpire tutti i veicoli che superano i 70 km/h meriterebbe di essere inserita tra i princìpi cardini del proprio statuto comunale e citata magari con un motto latino sullo stemma. [In realtà di recente, col pretesto di un “centro abitato” inesistente, per un buon tratto il limite è stato ulteriormente abbassato a soli 50 km/h, ndr.]

Diversi autovelox fissi, invero su tratti con limiti di velocità ragionevoli, sono stati installati da tempo anche dai comuni di Formia e di Minturno.  Quest’ultimo, da parte sua, ne ha installato uno poco distante da quelli formiani, in corrispondenza dell’unico breve tratto curvilineo che invaderebbe solo di poco il proprio territorio. Un caso simile  è quello di Esperia, comune dalla vasta estensione territoriale (109 km2), con un centro abitato di sole quattro migliaia di abitanti distribuito a diversi chilometri di distanza dalla SR 630… E purtuttavia anche Esperia ha sentito improvvisamente l’esigenza dell’installazione di un autovelox. Anche qui il limite di velocità previsto è ragionevole, ma non si capisce tale premura per la sicurezza in uno dei pochi tratti ancora naturalisticamente integri e sgombri da attività antropiche. Un autovelox fisso (inizialmente erano due) è stato attivato da diversi anni anche dal comune di Ausonia (2600 abitanti). Sulle prime l’iniziativa aveva il sapore della vera e propria “gabola” perché su un viadotto privo di entrate laterali,  era  stato contestualmente abbassato a 60 km/h il limite di velocità originario di 90 km/h. Pare si temesse che l’installazione non sarebbe risultata altrimenti abbastanza “redditizia”. (In seguito tale limite è stato portato a 70 km/h.)

Spigno Saturnia (2900 abitanti) è stato il primo comune della zona a sperimentare i “velo-ok“, una sorta di evoluzione stradale del gioco d’azzardo: una serie di colonnine arancioni, disposte in successione e in modo sufficientemente ravvicinato, fra le quali solo una sarebbe di volta in volta equipaggiata per il rilevamento delle infrazioni di velocità. Pare che l’impiego di tali dispositivi non abbia solide basi giuridiche e che le eventuali sanzioni comminate in assenza di pattuglia siano facilmente impugnabili. Nondimeno il sistema, usato con discernimento e la parsimonia che non sembra avere avuto Spigno, si rivela efficace sia nel rendere il traffico sicuro e ordinato, sia nell’educare gli automobilisti a viaggiare a velocità costante senza sopravanzarsi. Spigno è stato seguito a ruota dal comune di Castelnuovo Parano (900 abitanti) che però nel suo territorio può vantare dei limiti di velocità risibili. A Castelnuovo non ci si è limitati ad impiantare i dissuasori in prossimità del solo breve tratto piuttosto densamente abitato, ma si è pensato bene di rallentare le auto fino a velocità di soli 40-50 km/h da mezzo chilometro prima a mezzo chilometro dopo. Del resto, se l’intento è far cassa, è proprio in “periferia” che di solito si riesce a cogliere in fallo qualche automobilista distratto.

Si esagera. La sicurezza è un valore, nulla da eccepire. Ma si comincia a toccare il fondo e a oltrepassare il ridicolo. Ormai i tempi medi di percorrenza della Cassino-Formia (almeno per chi non è un faccendiere, un camorrista o un politico con l’auto blu) son ritornati quelli degli anni ’50 o quasi. Eppure le automobili di oggi son progettate per viaggiare a circa 80 km/h. A questa velocità consumano meno ed inquinano meno. Ma abbiamo dimenticato a cosa servono le strade e perso di vista l’utilità collettiva. Può essere comprensibile che singole amministrazioni locali, quando sono contraddistinte da scarsa lungimiranza e mediocre senso dello Stato, rimangono in balìa delle proprie convenienze barbìne. Ma le altre istituzioni coinvolte, la Regione, i Prefetti… Che cosa fanno? Nella situazione di difficoltà economica che sta vivendo la nostra nazione, la filosofia del “si salvi chi può” (fregando il prossimo) evoca quella strofa del Canto degli Italiani che recita: “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”.

La SR 630 Cassino-Formia non appartiene a Castelnuovo, non appartiene a Spigno, non appartiene a Formia, non appartiene ad Esperia, non appartiene a Minturno, non appartiene neanche a Pignataro. La SR 630 appartiene a 60.626.442 italiani. Non è un giocattolo che comuni più o meno insignificanti (magari male amministrati per altri versi) possano utilizzare per rimpinguare le casse o acquistare un facile consenso con i propri elettori. Nello spirito con cui è stata concepita e realizzata, la SR 630 è una delle infrastrutture che serve a questo Paese perché la nostra economia possa competere con quella di altre nazioni; una risorsa pubblica che ogni giorno utilizzano decine di migliaia di cittadini che non si spostano per divertimento, quanto per studiare, lavorare e contribuire in vario modo anche al bene della collettività.

[Articolo apparso anche sul quotidiano “L’Inchiesta” il 08/01/2013] 

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Il Radon, questo sconosciuto

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Il Radon (Rn) è l’elemento numero 86 nella tavola periodica di Mendeleev. Appartiene al gruppo dei “gas nobili”. E’ inodore, incolore, insapore, chimicamente inerte. Fra le sostanze gassose è tra quelle con la più alta massa volumica: 9,73 kg/m³ (in condizioni standard quasi 8 volte più denso dell’aria). In natura si presenta sotto forma di tre isotopi. Molto insidioso è il Radon 222 che appartiene alla serie di decadimento dell’uranio 238 (elemento radioattivo che a bassa concentrazione si trova in tutta la crosta terrestre). Una volta formato, con un periodo di dimezzamento di 3,8 giorni questo radioisotopo gassoso ha tutto il tempo di abbandonare il materiale poroso in cui si trova (in genere il suolo terrestre ma anche rocce e materiali da costruzione come il granito e il tufo) e di percorrere lunghe distanze. Il problema non si pone se alla fine fuoriesce in ambienti aperti in quanto si diluisce nell’ambiente. Ma il gas può raggiungere gli spazi confinati delle abitazioni e qui, in mancanza di areazione, accumularsi fino a livelli pericolosi per gli essere viventi. Infatti il radon non è stabile, ma  a sua volta decade e genera discendenti radioattivi in grado di emettere radiazioni ionizzanti  di tipo alfa e beta (nuclei di Elio).

Il radon e i suoi discendenti possono legarsi all’aria che respiriamo. Il radon inspirato è anche facilmente espulso, ma non avviene così per gli eventuali discendenti solidi che possono formarsi e rimanere intrappolati all’interno del sistema broncopolmonare, continuando a trasformarsi e ad emettere radioattività fino a quando non raggiungono la forma stabile del piombo 206. Tra i possibili danni  c’è la rottura di molecole di DNA e di altre parti che costituiscono le singole cellule. In realtà se l’esposizione è bassa o non prolungata l’organismo riesce a difendersi bene. In caso contrario possono insorgere neoplasie. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato il radon tra gli agenti cancerogeni di gruppo 1 (ovvero quelli la  cui pericolosità per l’uomo è acclarata al di là di ogni dubbio). Con un’incidenza complessiva dell’ 11% rappresenterebbe la prima causa di tumori al polmone per i non fumatori e la seconda causa per i fumatori. Per quest’ultimi sarebbero stati accertati effetti sinergici che farebbero aumentare la probabilità di insorgenza della malattia di 15-20 volte.

Con la Raccomandazione 90/143 “sulla tutela della popolazione contro l’esposizione del radon in ambienti chiusi ” la Commissione Europea ha stabilito che per gli edifici esistenti è tollerabile una dose di esposizione di 20 mSv  (millisievert) annui, convenzionalmente ritenuti equivalenti a una concentrazione media annua di  400 Bq/m³ (1 becquerel corrisponde ad una disintegrazione al secondo). Quanto all’Italia, si sarebbe limitata a legiferare solo in materia di tutela della salute negli ambienti di lavoro, fissando una soglia limite di concentrazione media annua di 500 Bq/m³ (D.Lgs 241/2000). Nel 2005 una commissione incaricata dal ministero della Salute ha avviato un piano per la riduzione dei tumori polmonari dovuti al radon. Il piano prevedeva iniziative di informazione della popolazione e un monitoraggio ai fini di una  migliore valutazione del rischio. Probabilmente è in virtù di questo progetto che un campione significativo di famiglie della penisola sono state prescelte per effettuare una rilevazione della concentrazione di radon presente nella propria abitazione. Per quanto riguarda la provincia di Frosinone pare che l’Arpa non abbia mai reso noti i risultati di uno studio concluso ormai da  alcuni anni.

E’ noto che le regioni italiane più soggette a questo rischio sono il Lazio e la Lombardia (con concentrazioni medie superiori ai 100 Bq/m³), seguite dalla Campania e dal Friuli Venezia Giulia. In linea generale ci si aspetta che siano più esposti i territori  che sono stati caratterizzati in passato da attività vulcanica, dove sono presenti fenomeni carsici o dove si trovano sorgenti termali. Tuttavia simili considerazioni si rivelano poco significative ai fini pratici in quanto la presenza del radon in ambienti chiusi dipende molto dalle caratteristiche di permeabilità del terreno nel punto esatto in cui si trova l’edificio o da come esso sia stato effettivamente isolato dal sottosuolo.

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Aspettando “Zio Peppuccio” e tutti gli altri…

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Ieri pomeriggio nella piazza Umberto I di Coreno Ausonio (Fr), a un anno di distanza dalla sua misteriosa scomparsa, si è tenuto un incontro pubblico in ricordo di Giuseppe Ruggiero (dai compaesani chiamato “Zì Peppucciu”). La circostanza ha visto la partecipazione dell’ associazione “Penelope” e di familiari di persone scomparse nella capitale e nella provincia di Frosinone, oltre che di associazioni di protezione civile, autorità civili e militari (in testa alla folta platea il Capitano della compagnia Carabinieri di Pontecorvo).

Giuseppe Ruggiero è stato visto per l’ultima volta, a bordo della sua storica motocicletta, alle ore 14.30 del 15 maggio 2011 lungo la strada  che porta al pianoro di Valleaurea, una località montana tra i comuni di Coreno, Vallemaio, Castelforte. Nell’area erano presenti quel giorno non poche persone: si svolgeva infatti l’annuale manifestazione per la pace presso gli stessi luoghi ove nel 1944 insisteva la linea Gustav. Sembra che l’anziano ottantatreenne avesse intenzione di recarsi proprio presso un manufatto preparato da reduci della guerra a ricordo dei sanguinosi combattimenti, oppure presso un terreno di sua proprietà. In ogni caso si trattava di zone che Zì Peppucciu conosceva molto bene sin dalla sua giovinezza. Poi, come racconta il figlio Tonino Ruggiero, più nulla: “di papà non abbiamo trovato nulla, a parte la moto parcheggiata in un posto quasi nascosto”. Quel giorno il clima era stato caldo e assolato. Ma verso il tramonto era scesa una insolita nebbia, molto fitta. Nella notte è seguito un violento temporale. Così in quelle prime ore dalla scomparsa si era pensato di dover soccorrere una persona in difficoltà (peraltro un po’ claudicante), sorpresa dal maltempo improvviso.

Le ricerche sono continuate intensamente per molti giorni, grazie anche all’intervento di numerose squadre di volontari che sono arrivate da tutto il Lazio. Sono state effettuate pure diverse ricognizioni con elicotteri. “Abbiamo esplorato tutti i canaloni, gli anfratti, i rifugi dei pastori, le cavità naturali, i pozzi (che sono stati dragati) e ogni zona sospetta. Di papà nessuna traccia” -ha ricordato amaramente Tonino- “non riusciamo a capire come possa essersi smarrito o come non sia stato più capace di tornare indietro….” “Ovunque lui si trova può stare tranquillo che non ci arrendiamo finché non avremo una risposta su quello che è accaduto. Non ci rassegneremo. Le notti sono lunghe. La vita è rimasta sospesa in aria. Un lutto si rielabora, una scomparsa no. Si muore ogni giorno un poco. Faccio un appello alle istituzioni perché si faccia quello sforzo superiore che richiede il caso.

Secondo una convinzione diffusasi tra persone che hanno partecipato attivamente alle ricerche o che hanno continuato a percorrere occasionalmente la zona ancora per molti mesi  (come i cacciatori), Giuseppe Ruggiero non può trovarsi in quei dintorni. Del resto (come si può osservare nella foto  più sopra), indossando una maglia rossa e un berretto giallo, era vestito in modo abbastanza appariscente. Comunque al fine di non lasciare nulla di intentato, il Sindaco Domenico Corte ha annunciato che grazie anche alla sensibilità del dirigente dell’area Volontariato ed Enti locali della Regione Lazio, il dott. Giovanni Ferrara, sarà effettuata a distanza di un anno una ulteriore meticolosa perlustrazione.

Pietro Orlandi, fratello di Emanuela Orlandi, la quindicenne scomparsa in Vaticano nel 1983, ha partecipato alla manifestazione assieme alla sorella Natalina, presidente dell’associazione Penelope. Ha osservato come in circostanze simili si senta dire troppo spesso l’espressione “Non ci rassegneremo“. Ospite di recente in una manifestazione organizzata dall’associazione “Libera” a Genova, si è reso conto che i familiari di vittime della mafia presenti erano circa 600-700 persone. “Ma che mondo è questo – si è chiesto Pietro con veemenza- dove la verità e la giustizia non sono i principi fondanti della società, ma sono diventati un’utopia, un sogno, un desiderio! “Noi cerchiamo nostra sorella da 29 anni. Ma l’ingiustizia non cambia di intensità neanche quando passa molto tempo. Ecco perché abbiamo programmato per il prossimo 27 maggio una mobilitazione a Roma che non riguarda solo Emanuela, ma tutta questa grande famiglia costituita dai familiari delle persone scomparse o che aspettano verità e giustizia.”

Tra gli altri hanno preso la parola anche la mamma di Francesco De Sanctis, scomparso a Roma il 05/10/2008 (si è soffermata soprattutto sugli snervanti  e grotteschi aspetti burocratici e legali); il padre della commercialista Marina Arduini, scomparsa a Frosinone il 19/02/2007 (ancora provato nelle parole come non fosse affatto trascorso un lustro); la sorella di Mirella Gregori, scomparsa a Roma il 7/05/1983; il padre della studentessa Serena Mollicone, scomparsa ad Arce il 1/06/2001 e poi ritrovata uccisa. Guglielmo Mollicone ha lodato l’impegno dei magistrati e delle forze dell’ordine, ma ha anche pubblicamente denunciato come all’inizio sia stato particolarmente difficile scontrarsi contro un muro di gomma a causa delle complicità che allora sarebbero state nascoste nelle stesse istituzioni locali. Invitato sul podio dal moderatore Erasmo Di Vito, ha preso la parola anche Fiore De Rienzo, uno dei volti più noti  della redazione televisiva di “Chi l’ha visto?”. Il giornalista ha rivendicato l’importanza di un lavoro intrapreso nel 1989 e che già a partire dal primo caso trattato ha dimostrato di non essere una mera “tv del dolore”, ma un aiuto e una speranza per chi è andato oltre il dolore ed è forse in preda alla disperazione.

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Neve in Ciociaria

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Una “bomba di neve” si è abbattuta sulla Ciociaria (come su poche altre province d’Italia) a partire dal 2-3 febbraio scorso. Un evento meteorologico eccezionale, di proporzioni che non si riscontravano da più di mezzo secolo. In diverse località del frusinate la neve depositata a terra ha raggiunto un’altezza superiore al metro o anche al metro e mezzo.
La portata straordinaria delle precipitazioni nevose, nonostante fosse nota con buon anticipo, ha trovato impreparate e impotenti la gran parte delle autorità e delle aziende fornitrici di servizi.  La Cotral (autotrasporti Lazio) ha sospeso diverse corse, mentre i treni Roma-Cassino hanno subito rallentamenti inverosimili, con punte di 18-23 ore di ritardo.
I mezzi di informazione locali hanno divulgato quasi senza sosta lo stato di decine di migliaia di famiglie rimaste per giorni senza acqua potabile, senza energia elettrica, senza riscaldamento. Sembra che  1/3 delle utenze che in tutta Italia erano senza energia elettrica fossero ubicate solo nel frusinate. Diverse le strutture edilizie, sia private che pubbliche, che son crollate a causa del carico imprevisto della neve (tra le più “eclatanti” la tribuna dello stadio Casaleno di Frosinone, il chiostro del Conservatorio di Frosinone, il palazzetto dello sport di Ceccano). Comunque questa situazione gravosa ha trovato scarso rilievo sui media nazionali, presi piuttosto dalle polemiche,  alquanto sterili, sulla disorganizzazione e sulle difficoltà patite dalla città di Roma.

A Coreno Ausonio, il paese più a Sud della Ciociaria, la neve è arrivata solo sabato 4 febbraio. Il manto nevoso ha raggiunto uno spessore di circa 20 cm, un valore straordinario per un clima temperato dal mare del vicino golfo di Gaeta (solo nel 1956 una precipitazione analoga). Scarsi i disagi sulla circolazione stradale anche grazie all’intervento, sin dal primo mattino, di un paio di mezzi spalaneve. Piuttosto le persone ne hanno approfittato per compiacersi e rallegrarsi di un evento raro che ha reso la vita giocosa e il paesaggio luminoso e suggestivo. Più apprezzabili i danni alla vegetazione e agli alberi. Molti degli ulivi che tipicamente insistono sui terrazzamenti collinari hanno ceduto sotto il peso della neve associato al vento. Ne risentirà in qualche misura la locale produzione d’olio ad uso familiare. Ma i danni che la natura stessa fa all’ambiente o al territorio sono sempre reversibili.  Preoccupanti sono piuttosto i danni causati, per avidità o per mera stupidità, dall’uomo.

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Se questa è una linea elettrica

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E’ importante che le fronde degli alberi non vengano in contatto con i cavi delle linee elettriche di media o alta tensione quando queste attraversano un bosco. Nel settembre 2003 un black-out nazionale fu causato -pare- da un albero che era caduto su una linea elettrica che attraversava le Alpi svizzere. Ma c’è modo e modo di fare le cose. Dopo tutto l’intruso, (quello che dovrebbe “scusarsi” e chiedere “permesso” per stare dove sta) è il traliccio, non la pianta autoctona. Con un po’ di accortezza, non molta invero, ci si può limitare a potare i rami più alti e interferenti, lasciando sempre qualche alberatura di schermo in prossimità di un centro abitato, di un punto panoramico, di una strada frequentata.

Segare ovunque a zero una larga cintura di bosco col solo criterio di buttare giù tutto e proseguire più avanti, rivela quanto la nostra società sia arretrata nella percezione del valore dell’ambiente e del paesaggio. Sta a zero il dirigente del distributore elettrico che preordina un tale lavoro, il caposquadra che lo esegue in quei termini lasciando dietro di sé un obbrobrio, il Legislatore che consente uno scempio simile e poi magari mette in difficoltà un Comune che voglia realizzare un’opera pubblica o un privato che voglia erigere una casa,  se solo ci sono da abbattere due o tre alberelli.  Forse non stiamo messi molto meglio neanche noi cittadini del luogo, che scorgendo le motoseghe di estranei intente a un simile vituperio, non telefoniamo subito ai carabinieri: per oltraggio alla collettività.

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