Fiera di Roma: Expoedilizia 2013

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Nuova fiera di Roma

Nuova fiera di Roma, presso ingresso Nord.

Dal 21 al 24 marzo si è tenuta a Roma la VI fiera internazionale per l’edilizia e l’architettura. C’è una particolarità che contraddistingue la moderna infrastruttura inaugurata nel 2006: non esiste un collegamento diretto con la Stazione Termini. La nuova Fiera di Roma si trova sulla tratta che porta all’aeroporto di

Expoedilizia 2013: area esterna ai padiglioni.

Expoedilizia 2013: area esterna ai padiglioni.

Fiumicino e può essere raggiunta solo a partire dalla Stazione di Roma Ostiense, a sua volta mal servita dalla  linea “B” della metropolitana: bisogna scendere alla fermata “Piramide” e percorrere a piedi circa 400 metri. Uscito dalla metro mi avvicino ad una sorvegliante dell’Atac, l’unica del drappello appena protesa fuori del gabbiotto. “Scusi….” – vado per chiedere

Minipala in azione nell'area dimostrativa.

Minipala ‘Avant’  in azione nell’area dimostrativa.

– “Attraversi tutto il mercato qui fuori e poi vada a destra” – risponde senza neanche farmi finire. Presumo ci sia da stancarsi a fornire decine di volte la medesima informazione. E dei cartelli di indicazione, no?  Comunque facendomi largo tra extracomunitari, scarpe, vestiario, accessori e gingilli vari, effettivamente mi ritrovo sulla destra

Blocchi cassero e solai in legno-cemento prodotti dalla Isotex di Reggio Emilia.

Blocchi cassero e solai in legno-cemento della Isotex di Poviglio (RE).

una discesa pedonale dalla destinazione ignota se non fosse per un’anonima tabella con la scritta “METRO”. Metro? Scoprirò poi che porta anche alla stazione ferroviaria agognata. I disagi logistici non terminano all’arrivo, dopo circa 20 minuti di treno: la fermata “Fiera di Roma” si trova a circa mezzo chilometro dall’ingresso più vicino. Inoltre per scendere sullo spiazzo ad un livello più basso, si deve attraversare la linea ferroviaria salendo su una passerella alta. Per i visitatori di solito si predispone una navetta. E magari costruire i padiglioni più vicini alla fermata ferroviaria, no? Sembra che nel realizzare opere così importanti, non senza gran dispendio di risorse pubbliche, si perdano di vista aspetti banali ma cruciali. Si tratta di piccoli disagi, cui noi italiani in fondo siamo per natura abituati prima ancora che rassegnati. Eppure: cosa c’è di più importante, per una qualsiasi infrastruttura fieristica con ambizioni internazionali, della facilità, della semplicità, della rapidità con la quale può essere raggiunta dai visitatori?

Riciclo e arte urbana presso Expoedilizia 2013.

Riciclo e arte urbana presso Expoedilizia 2013.

Una volta in fiera mi sorprende scoprire che i padiglioni utilizzati per l’evento sono solo 2 in luogo dei 5 di pochi anni fa.  A questi si aggiunge l’area all’aperto presidiata dai tipici sollevatori telescopici svettanti, e l’area dimostrativa, occupata da macchine per lavori stradali e movimento terra, messe in moto di tanto in tanto per fini promozionali. Se l’edizione

Agorà di giovani architetti presso Expoedilizia 2013.

Agorà di giovani architetti presso Expoedilizia 2013.

2013 di Expoedilizia risente fortemente della contrazione economica del settore, al tempo stesso sembra rivelare quali sono le specializzazioni di crescente interesse e potenziale espansione: l’isolamento termico e acustico delle abitazioni, il risparmio energetico  e le fonti alternative,  l’economia e la potabilizzazione dell’acqua, la bioedilizia e l’impiego strutturale del legno, il recupero dei fabbricati esistenti con riguardo agli aspetti estetici oltre che antisismici, la sicurezza nei lavori edili, la progettazione del verde o del paesaggio urbano.

Modellino in scala che mette a confronto una galleria tradizionale con una trattata con materiali innovativi.

Modellino che promuove l’uso di materiali innovativi per le gallerie.

Tra gli altri espositori, la Italcementi Group ha presentato una innovativa soluzione capace di rendere più confortevole e sicura la guida nelle gallerie stradali. Il suo ramo ricerca e sviluppo ha concepito un materiale applicabile a spruzzo sulle volte delle gallerie. Autopulente, da un lato renderebbe le gallerie più chiare, dall’altro, grazie a principi catalitici attivati da una specifica illuminazione ultravioletta, sarebbe capace di ridurre il tenore degli inquinanti atmosferici del 25%. Ad esso è associabile l’impiego sull’asfalto di una miscela cementizia, facilmente spalmabile, che migliorerebbe la resistenza e la durata del manto stradale (riducendo gli interventi manutentivi), aumentando ancora la luminosità complessiva dell’ambiente. Nella speranza che anche la situazione sociale, economica e politica dell’Italia possa diventare più chiara e radiosa di quella attuale, arrivederci alla prossima edizione, che si terrà dal 20 al 23 marzo 2014.

Piani tavoli composti di marmi diversi presso lo stand Cardoni Marmi Travertini di Guidonia Montecelio (Roma)

Piani tavolo composti di marmi diversi presso lo stand dell’azienda Cardoni di Guidonia Montecelio (Roma).

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Tutti a casa! O quasi (politiche 2013)

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Piazza san Giovanni, Tsunami tourIl 24 e 25 febbraio le elezioni politiche ci hanno consegnato un Parlamento diviso. La coalizione di Centrosinistra, grazie al premio elettorale, ha ottenuto la maggioranza (d’un soffio, con il 29,5%) solo alla Camera dei deputati. Nell’altro ramo del Parlamento si è prodotta invece una situazione di stallo in cui il Centrosinistra  è riuscito a guadagnare 123 seggi (con il 31,6 % dei voti), il centrodestra 117 seggi (30,7%), il Movimento Cinque Stelle 54 seggi (23,8%), la Lista Monti 19 seggi (9,1%) e altre formazioni 2 seggi.

E’ desolante che dopo aver fatto di tutto e di peggio, lasciando il Paese in una situazione di debole coesione sociale, eticamente alla deriva ed economicamente in ginocchio, il centrodestra guidato da un leader vecchio e consumato (oltre che disonesto), abbia potuto giovarsi ancora dell’adesione di quasi 1/3 degli italiani. Viene da chiedersi cos’altro avrebbe dovuto fare per meritare, se non di essere cacciato (a pedate), quantomeno di essere messo garbatamente alla porta dei palazzi istituzionali.

Folla a Roma per lo tsunami tour di Beppe GrilloSuscita invece qualche speranza il successo del Movimento Cinque Stelle.  L’exploit che l’ha portato (in 3 anni) a raggiungere 1/4 dei consensi nazionali ha sorpreso soprattutto quelle persone che non hanno una connessione internet veloce o quei politici che non conoscono la realtà quotidiana della gran parte dei cittadini. Negli ultimi anni agli italiani sono state imposte  rinunce via via più gravose. Al taglio dei servizi pubblici e dello stato sociale si è aggiunto l’aumento delle imposte dirette e indirette. Una stretta che in un periodo di eccezionale difficoltà economica come quello che stiamo vivendo, non ha causato solo uno scadimento del tenore di vita delle famiglie: ha compromesso la sopravvivenza stessa di imprese grandi e piccole e ha comportato la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Eppure a questo sacrificio collettivo non ha corrisposto una maggiore parsimonia della classe politica che ha continuato a dilapidare denaro pubblico, né è stato intaccato in modo significativo alcun privilegio della classe dirigente del Paese. Piuttosto inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno continuato a mettere in luce sprechi, corruttele e sodalizi criminali.

Beppe Grillo a Roma (Tsunami tour).Il partito di Beppe Grillo ha saputo intercettare il malumore popolare (i detrattori lo definiscono “populista”) per un degrado morale ed istituzionale diventato sempre più insostenibile. Mentre ci si meravigliava che gli italiani, a differenza di altri, avessero accettato docilmente le misure di austerity (il primo ministro del governo tecnico Mario Monti quasi se ne vantava), il malcontento veniva raccolto in buona parte dal Movimento Cinque Stelle. Ha destato critiche che il “movimento” sia caratterizzato da regole ferree che  apparentemente non lascerebbero libertà di iniziativa  individuale ai singoli aderenti, ma evidentemente si sono trascurati i termini in gioco. In Italia vige un consolidato sistema di poteri ben radicato e difficilissimo da scalzare. Lo si coglie in aspetti anche marginali della stessa legge elettorale. Perché un partito già in Parlamento dovrebbe essere esonerato dal raccogliere le firme per una nuova competizione democratica? Perché un partito che si presenta in Senato da solo deve superare una soglia di sbarramento dell’ 8% e se invece si allea con altri (in modo “complice”, di solito con accordi sottobanco), la soglia si abbassa al 3%? Perché per lo stesso Senato (dove si è reso arduo ottenere una maggioranza) non possono votare i giovani sotto i 25 anni?

Affissioni elettorali, Ausonia 20/02/2013Il fatto è che in Italia il potere si auto-protegge con un muro di gomma; in ciascuna delle forme in cui si manifesta, il potere è diventato molto simile ad una vera e propria “casta”. Del resto tutto nel nostro Paese appare in qualche misura “mafioso”, ovvero difficilmente permeabile al rinnovamento e al ricambio di persone, anche solo generazionale. Si pensi alle campagne elettorali costose e condotte senza rispetto delle regole. Al clientelismo forte come in nessun altro stato occidentale. All’informazione televisiva e alla stampa in gran parte asservite alla politica; alla mancanza di ADSL in tante aree del territorio nazionale. Beppe Grillo con i suoi modi istrionici ci ha consegnato una chiave (o un piede di porco) per scardinare questo sistema inveterato e corrotto. Ha aperto una breccia per i semplici cittadini in un mondo della politica chiuso, lontano dalla realtà e viziato dai privilegi. L’impresa, non priva di suggestioni epiche, ha richiesto al comico genovese non pochi anni di impegno civico ed è stata condotta peraltro in modo perfettamente democratico (aldilà di eccessi solo verbali ed icastici). 

Quanto al centrosinistra, ed in particolare al PD, questa formazione “progressista” è rimasta aggrappata con superbia alle sue vecchie posizioni, liquidando con supponenza le richieste di maggiore trasparenza, onestà, sobrietà che provenivano da giovani e meno giovani cittadini che ora cominciavano ad informarsi anche attraverso la rete. Eppure in virtù della sua stessa identità storica, quelle nuove istanze di democrazia, di partecipazione e di pulizia morale, idealmente avrebbero dovuto già appartenerle. Si è detto che dopo  anni di devastante malgoverno, nella partita di questa tornata elettorale il centrosinistra ha sbagliato un tiro a porta vuota. Nondimeno ha ancora un’occasione, forse irripetibile. Quella di riscattare, se vuole, quasi due decenni di immobilismo e di inciuci, portando a termine alcune riforme epocali senza più il ricatto di Berlusconi: legge sul conflitto di interessi, legge anticorruzione, Rai svincolata dai partiti, pluralismo dell’informazione, snellimento della giustizia (con abolizione di tutte le norme ad personam), legge elettorale (a doppio turno), riduzione dei costi dei partiti e della politica. Ma lo vuole veramente?

Una deludente vittoria di misura“, politiche 2006
Buonanotte all’Italia“,  politiche 2008
Sabaudia dopo il V-Day“, Beppe Grillo a Sabaudia 2007

Tzunami Tour, Roma 22/02/2013

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Il giorno della memoria: i Bibelforscher

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A partire dal 2001 si commemora in Italia (come in altre nazioni del mondo) il Giorno della Memoria. Il fine di questa disposizione è quello “di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. La ricorrenza prescelta rievoca la data del 27 gennaio 1945, quando le truppe Sovietiche, nella loro avanzata verso Berlino, arrivarono alle porte del campo di concentramento di Auschwitz (non lontano dall’omonima città polacca) liberando i pochi prigionieri superstiti. Per una sorta di convenzione storica questo è il giorno in cui gli orrori del genocidio nazista furono rivelati all’intero mondo e divennero evidenti agli stessi cittadini tedeschi. Il campo di Auschwitz e quelli limitrofi di Birkenau e di Monowitz, ubicati in un’area di alcune decine di chilometri quadrati, ebbero un ruolo fondamentale nella macabra macchina organizzativa che perseguiva la cosiddetta “soluzione finale”: lo sterminio di tutti gli ebrei residenti nei territori caduti sotto il controllo tedesco.

Nondimeno, nei campi di detenzione dei nazisti (uno anche in Italia a Risiera di San Sabba, Trieste) trovarono la morte diverse altre categorie di persone: prigionieri di guerra, polacchi, zingari (rom e sinti), slavi, omosessuali, testimoni di Geova, pentecostali, dissidenti politici, massoni, criminali comuni, disabili, malati di mente. Nonostante il rigore teutonico (che portò a tatuare un numero di matricola, oltre che sui vestiti, sulla pelle stessa dei prigionieri), non si conosce l’esatto numero delle vittime: si stimano da 12 a 18 milioni di morti nei campi, fra i quali circa 6 milioni di ebrei.

Merita di essere ricordata, di questo sacrificio umano  di un’abnormità che non aveva precedenti, la parte eroicamente sopportata dai testimoni di Geova. In Germania i ‘Bibelforscher’ (o ‘Studenti biblici’ come si chiamavano nei primi anni ’30) costituivano un gruppo di circa 10.000 persone. La loro fede era  quanto di più incompatibile con il nazismo: si rifiutavano di impugnare armi, di rivestire cariche politiche, di prendere parte a feste nazionali, di pronunciare il saluto ‘Heil Hitler’, di compiere qualsiasi gesto di fedeltà al regime militare. Non sorprende che i Bibelforscher vennero apertamente dichiarati fuorilegge già nel 1933. Molti persero il lavoro, la casa, il negozio, la pensione. Almeno 860 i fanciulli che furono strappati alle cure dei  loro genitori. Gli arrestati furono circa 6.000, gli internati nei campi circa 10.000. Quasi 2.000 fedeli persero la vita, compresi coloro che furono giustiziati (le condanne a morte ammontarono a 253) per essersi rifiutati di prestare il servizio militare divenuto obbligatorio nel 1935. Sembra che i testimoni di Geova siano stati tra i primi (negli anni 1934-35) ad essere confinati nei campi di concentramento (a cominciare da quello di Dachau, vicino Monaco di Baviera). Tra loro infatti si annoveravano buona parte delle “matricole” inferiori al numero 1000. A partire dal 1937 la loro casacca di prigionia fu contrassegnata da un triangolo di colore viola. Si stima che appena prima dell’inizio della II guerra mondiale  costituissero il 5-10% di tutti gli internati. A differenza della restante parte dei reclusi, i testimoni di Geova tedeschi avevano in ogni momento la possibilità di sfuggire a quegli indicibili patimenti: era sufficiente per loro firmare un documento di abiura del proprio credo e di sostegno alla Germania nazista. Pochi firmarono.

Eppure sin dalle prime forme di persecuzione non erano mancate mobilitazioni  internazionali. Il mattino del 7 ottobre 1934 circa 20.000 gruppi di “Studenti Biblici” di tutto il mondo (compresi quelli tedeschi) spedirono altrettanti telegrammi indirizzati al Cancelliere del Reich Adolf Hitler. Il testo del messaggio non lasciava adito ad ambiguità: “Il cattivo trattamento da Lei riservato ai testimoni di Geova indigna tutte le persone buone e disonora il nome di Dio. Desista dal perseguitare i testimoni di Geova, altrimenti Dio annienterà Lei e il Suo partito”. Ma ancora nell’agosto del 1942 Hitler dichiarava sprezzantemente in un pubblico discorso: “questa genìa deve essere eliminata dalla Germania!”. La storia sta a raccontarci come è andata. Nell’autunno del 1942 le sorti della guerra, sino ad allora favorevoli, cominciarono a mostrarsi avverse al dittatore, fino a portarlo, in poco meno di tre anni, alla completa disfatta. Oggi, a distanza di molti decenni da quel periodo così oscuro per la storia umana, il partito nazista è stato bandito e in Germania circa 170.000 testimoni di Geova esercitano liberamente la loro fede, alla luce del sole.

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Strada Regionale 630: “arraffi” chi può…

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La SR 630 “Ausonia” è un’arteria stradale di circa 32 chilometri che collega la città di Cassino (Fr) alla città di Formia (Lt) e che mette in comunicazione una vasta area dell’entroterra ciociaro con il litorale pontino del golfo di Gaeta. Il tracciato attraversa in modo sinuoso un’impervia gola tra i monti Aurunci Occidentali e gli Aurunci Orientali, ma aldilà di questa sella che separa due zone dalla diversa fortuna climatica, il rilevato stradale si distende per lo più in modo pianeggiante, guardando da lontano i centri storici dei paesini che da secoli si abbarbicano sulle cime e sulle pendici delle colline circostanti.

E’ stata la strada dello sviluppo economico italiano degli anni ’60: facilitava  finalmente gli scambi e i trasporti, consentiva un rapido collegamento con l’Autostrada Roma-Napoli (1962), avvicinava lo svago del litorale pontino e il turismo storico-religioso dell’Abbazia di Montecassino, in seguito anche il lavoro presso lo stabilimento Fiat di Piedimonte (1972) e l’alta formazione presso l’Università degli studi di Cassino (1979). Moltissimi, troppi sarebbero morti su quell’asfalto dove si sorpassava con auto malferme e si sfrecciava su potenti motociclette senza usare il casco. Il nostro Paese cominciava a progredire anche così.

L’asse viario appena realizzato aveva un bacino d’utenza di centinaia di migliaia di abitanti e costituiva anche un passaggio obbligato tra la via Casilina (SS 6) e la via Appia (SS 7), tra l’entroterra e il litorale del basso Lazio. Intercettare questo flusso di merci e persone appariva invitante. Così, col beneplacito delle municipalità interessate, intorno alla nuova statale si è consumata una colonizzazione urbanistica “selvaggia”: lungo il suo percorso si son moltiplicate case, negozi e altre remunerative attività. Ai cavalcavia che erano stati regolarmente previsti per consentire lo smistamento sicuro del traffico  senza compromettere la fluidità dello scorrimento principale, si sono aggiunte a poco a poco centinaia di intersezioni a raso. L’egoismo speculativo di pochi ha via via danneggiato una risorsa pubblica, un bene che era stato realizzato con le tasse di tutti, a beneficio di tutti.

Da anni al danno si aggiunge la beffa. Le stesse amministrazioni che a lungo hanno assecondato uno scempio non solo etico e logistico, ma in qualche misura anche paesaggistico, ora intervengono tempestando la strada di rilevatori di velocità. Uno dei comuni storicamente più aggressivi sotto questo aspetto è quello di Pignataro Interamna. Di recente alle diverse postazioni fisse e mobili si è aggiunta una pattuglia munita di una pistola laser per il rilevamento telemetrico della velocità. Secondo quello che si è appreso dalla stampa locale, quest’attività lucrativa avrebbe fruttato somme esorbitanti al piccolo comune (2600 abitanti) che in parte sarebbero state distribuite, a mo’ di premio, agli stessi vigili urbani. Forse non è un caso che il Sindaco sia stato rieletto di recente con percentuali di voto bulgare (89,9%). L’accanimento di Pignataro contro gli automobilisti (di altri comuni) è tale che la missione di colpire tutti i veicoli che superano i 70 km/h meriterebbe di essere inserita tra i princìpi cardini del proprio statuto comunale e citata magari con un motto latino sullo stemma. [In realtà di recente, col pretesto di un “centro abitato” inesistente, per un buon tratto il limite è stato ulteriormente abbassato a soli 50 km/h, ndr.]

Diversi autovelox fissi, invero su tratti con limiti di velocità ragionevoli, sono stati installati da tempo anche dai comuni di Formia e di Minturno.  Quest’ultimo, da parte sua, ne ha installato uno poco distante da quelli formiani, in corrispondenza dell’unico breve tratto curvilineo che invaderebbe solo di poco il proprio territorio. Un caso simile  è quello di Esperia, comune dalla vasta estensione territoriale (109 km2), con un centro abitato di sole quattro migliaia di abitanti distribuito a diversi chilometri di distanza dalla SR 630… E purtuttavia anche Esperia ha sentito improvvisamente l’esigenza dell’installazione di un autovelox. Anche qui il limite di velocità previsto è ragionevole, ma non si capisce tale premura per la sicurezza in uno dei pochi tratti ancora naturalisticamente integri e sgombri da attività antropiche. Un autovelox fisso (inizialmente erano due) è stato attivato da diversi anni anche dal comune di Ausonia (2600 abitanti). Sulle prime l’iniziativa aveva il sapore della vera e propria “gabola” perché su un viadotto privo di entrate laterali,  era  stato contestualmente abbassato a 60 km/h il limite di velocità originario di 90 km/h. Pare si temesse che l’installazione non sarebbe risultata altrimenti abbastanza “redditizia”. (In seguito tale limite è stato portato a 70 km/h.)

Spigno Saturnia (2900 abitanti) è stato il primo comune della zona a sperimentare i “velo-ok“, una sorta di evoluzione stradale del gioco d’azzardo: una serie di colonnine arancioni, disposte in successione e in modo sufficientemente ravvicinato, fra le quali solo una sarebbe di volta in volta equipaggiata per il rilevamento delle infrazioni di velocità. Pare che l’impiego di tali dispositivi non abbia solide basi giuridiche e che le eventuali sanzioni comminate in assenza di pattuglia siano facilmente impugnabili. Nondimeno il sistema, usato con discernimento e la parsimonia che non sembra avere avuto Spigno, si rivela efficace sia nel rendere il traffico sicuro e ordinato, sia nell’educare gli automobilisti a viaggiare a velocità costante senza sopravanzarsi. Spigno è stato seguito a ruota dal comune di Castelnuovo Parano (900 abitanti) che però nel suo territorio può vantare dei limiti di velocità risibili. A Castelnuovo non ci si è limitati ad impiantare i dissuasori in prossimità del solo breve tratto piuttosto densamente abitato, ma si è pensato bene di rallentare le auto fino a velocità di soli 40-50 km/h da mezzo chilometro prima a mezzo chilometro dopo. Del resto, se l’intento è far cassa, è proprio in “periferia” che di solito si riesce a cogliere in fallo qualche automobilista distratto.

Si esagera. La sicurezza è un valore, nulla da eccepire. Ma si comincia a toccare il fondo e a oltrepassare il ridicolo. Ormai i tempi medi di percorrenza della Cassino-Formia (almeno per chi non è un faccendiere, un camorrista o un politico con l’auto blu) son ritornati quelli degli anni ’50 o quasi. Eppure le automobili di oggi son progettate per viaggiare a circa 80 km/h. A questa velocità consumano meno ed inquinano meno. Ma abbiamo dimenticato a cosa servono le strade e perso di vista l’utilità collettiva. Può essere comprensibile che singole amministrazioni locali, quando sono contraddistinte da scarsa lungimiranza e mediocre senso dello Stato, rimangono in balìa delle proprie convenienze barbìne. Ma le altre istituzioni coinvolte, la Regione, i Prefetti… Che cosa fanno? Nella situazione di difficoltà economica che sta vivendo la nostra nazione, la filosofia del “si salvi chi può” (fregando il prossimo) evoca quella strofa del Canto degli Italiani che recita: “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”.

La SR 630 Cassino-Formia non appartiene a Castelnuovo, non appartiene a Spigno, non appartiene a Formia, non appartiene ad Esperia, non appartiene a Minturno, non appartiene neanche a Pignataro. La SR 630 appartiene a 60.626.442 italiani. Non è un giocattolo che comuni più o meno insignificanti (magari male amministrati per altri versi) possano utilizzare per rimpinguare le casse o acquistare un facile consenso con i propri elettori. Nello spirito con cui è stata concepita e realizzata, la SR 630 è una delle infrastrutture che serve a questo Paese perché la nostra economia possa competere con quella di altre nazioni; una risorsa pubblica che ogni giorno utilizzano decine di migliaia di cittadini che non si spostano per divertimento, quanto per studiare, lavorare e contribuire in vario modo anche al bene della collettività.

[Articolo apparso anche sul quotidiano “L’Inchiesta” il 08/01/2013] 

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Cento alberi per l’ambiente

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Lo scorso 14 novembre, grazie a un finanziamento della Regione Lazio (che ha coperto il 76% delle spese sostenute) è entrato nella sua fase esecutiva “Cento alberi per l’ambiente e la memoria”, il progetto che ha consentito la piantumazione di 121 alberi lungo la nuova via Serra (una delle principali vie di accesso al paese) e nei pressi di una stele dedicata ai caduti sul lavoro nelle cave di pietra, oltre che di alcune altre decine  di piante ornamentali in diverse zone del comune di Coreno Ausonio (Fr).

La via Serra è una strada collinare di circa 3 km che si dirama dalla provinciale SP9 che abbraccia il centro abitato (a circa 300 m s.l.m.), attraversa in declivo una gola di bassi promontori e si tuffa poi in vista del mare, quasi a capitombolo, nella piana antistante il golfo di Gaeta.

Per facilitare l’attecchimento delle piante in condizioni ambientali non facili (substrato sassoso, forti venti in inverno, prolungato caldo e siccità in estate), nel progetto sono state contemplate soprattutto specie autoctone (lecci, farnie, allori, carrubi, ornielli, aceri campestri, carpini, bagolari, ginepri). In linea generale i sempreverdi sono stati posizionati in modo prevalente sui margini  di strada esposti a Nord, gli alberi a foglia caduca prevalentemente nei versanti rivolti ad Est. Nei mesi più freddi, gli uni (con il fogliame persistente) offrono riparo dai venti settentrionali; gli altri, oltre a regalare in autunno variopinte sfumature di colori, perdendo le foglie si lasciano attraversare dal primo tepore del sole mattutino. Per i versanti più luminosi, esposti a Sud-Ovest, sono state utilizzate soprattutto specie mediterranee eliofile appartenenti in gran parte al genere delle querce. Questa varietà vegetale connoterà in modo leggermente diverso i vari tratti di strada ed eviterà che il filare di alberi possa apparire esteticamente monotono.

Gli alberi crescendo potranno assolvere sempre meglio ad utili funzioni: come quella di consolidare l’assetto delle scarpate della strada a mezzacosta; di mitigare l’impatto visivo di cave attive o dismesse che insistono nei paraggi; di attenuare il rumore e l’inquinante pulviscolo generato in special modo dai grossi camion che trasportano blocchi, pietrame e granulati; di assicurare un microclima più confortevole per i tanti ciclisti e podisti che frequentano il percorso (soprattutto nei giorni festivi) per fini salutistici o ricreativi. Si è avuta premura anche per gli animali selvatici prevedendo l’inserimento di specie che producono frutti o bacche appetite dalla fauna e dagli uccelli come il melograno, il corbezzolo, il corniolo o il sorbo degli uccellatori  (il cui fogliame in autunno si incendia di rosso). Pini e cipressi sono stati utilizzati per dare risalto verticale in punti salienti (curve panoramiche, intersezioni, antico rudere di S.Eleuterio), mentre dei siliquastri sono stati collocati in modo che in primavera possa risplendere distintamente la loro intensa e minuta fioritura rosa.

Sin da quando la nuova strada Serra è stata realizzata, circa 15 anni fa, iniziative private di vario tenore (e perfino qualcuna pubblica se si pensa allo stesso monumento dei cavatori), hanno continuato a distruggere irreversibilmente il suolo naturale millenario e a depauperare il patrimonio boschivo autoctono che ne lambiva i margini e le coste assolate dei dintorni. Difficilmente un albero messo a dimora dall’uomo può sostituire il valore biologico e paesaggistico di uno nato in loco. Un albero nato spontaneamente instaura una complessa simbiosi con l’ecosistema circostante che è frutto di processi di selezione intercorsi nell’arco di secoli. E tuttavia l’intervento messo in campo dal Comune, pur nella sua modestia (rispetto ai danni già compiuti) promuovendo un cambio di mentalità generazionale e coinvolgendo aspetti di forte valenza educativa, rappresenta una sorta di rivoluzione copernicana. L’albero selvatico non è più un elemento quasi dannoso e malamente utile per il fuoco domestico, ma diventa una risorsa collettiva, se possibile un essere vivente, che con la sua presenza rassicurante contribuisce ad impreziosire, qualificare, proteggere, oltre che abbellire, il territorio in cui nel trascorrere del tempo può continuare a identificarsi una comunità.

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Il Radon, questo sconosciuto

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Il Radon (Rn) è l’elemento numero 86 nella tavola periodica di Mendeleev. Appartiene al gruppo dei “gas nobili”. E’ inodore, incolore, insapore, chimicamente inerte. Fra le sostanze gassose è tra quelle con la più alta massa volumica: 9,73 kg/m³ (in condizioni standard quasi 8 volte più denso dell’aria). In natura si presenta sotto forma di tre isotopi. Molto insidioso è il Radon 222 che appartiene alla serie di decadimento dell’uranio 238 (elemento radioattivo che a bassa concentrazione si trova in tutta la crosta terrestre). Una volta formato, con un periodo di dimezzamento di 3,8 giorni questo radioisotopo gassoso ha tutto il tempo di abbandonare il materiale poroso in cui si trova (in genere il suolo terrestre ma anche rocce e materiali da costruzione come il granito e il tufo) e di percorrere lunghe distanze. Il problema non si pone se alla fine fuoriesce in ambienti aperti in quanto si diluisce nell’ambiente. Ma il gas può raggiungere gli spazi confinati delle abitazioni e qui, in mancanza di areazione, accumularsi fino a livelli pericolosi per gli essere viventi. Infatti il radon non è stabile, ma  a sua volta decade e genera discendenti radioattivi in grado di emettere radiazioni ionizzanti  di tipo alfa e beta (nuclei di Elio).

Il radon e i suoi discendenti possono legarsi all’aria che respiriamo. Il radon inspirato è anche facilmente espulso, ma non avviene così per gli eventuali discendenti solidi che possono formarsi e rimanere intrappolati all’interno del sistema broncopolmonare, continuando a trasformarsi e ad emettere radioattività fino a quando non raggiungono la forma stabile del piombo 206. Tra i possibili danni  c’è la rottura di molecole di DNA e di altre parti che costituiscono le singole cellule. In realtà se l’esposizione è bassa o non prolungata l’organismo riesce a difendersi bene. In caso contrario possono insorgere neoplasie. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato il radon tra gli agenti cancerogeni di gruppo 1 (ovvero quelli la  cui pericolosità per l’uomo è acclarata al di là di ogni dubbio). Con un’incidenza complessiva dell’ 11% rappresenterebbe la prima causa di tumori al polmone per i non fumatori e la seconda causa per i fumatori. Per quest’ultimi sarebbero stati accertati effetti sinergici che farebbero aumentare la probabilità di insorgenza della malattia di 15-20 volte.

Con la Raccomandazione 90/143 “sulla tutela della popolazione contro l’esposizione del radon in ambienti chiusi ” la Commissione Europea ha stabilito che per gli edifici esistenti è tollerabile una dose di esposizione di 20 mSv  (millisievert) annui, convenzionalmente ritenuti equivalenti a una concentrazione media annua di  400 Bq/m³ (1 becquerel corrisponde ad una disintegrazione al secondo). Quanto all’Italia, si sarebbe limitata a legiferare solo in materia di tutela della salute negli ambienti di lavoro, fissando una soglia limite di concentrazione media annua di 500 Bq/m³ (D.Lgs 241/2000). Nel 2005 una commissione incaricata dal ministero della Salute ha avviato un piano per la riduzione dei tumori polmonari dovuti al radon. Il piano prevedeva iniziative di informazione della popolazione e un monitoraggio ai fini di una  migliore valutazione del rischio. Probabilmente è in virtù di questo progetto che un campione significativo di famiglie della penisola sono state prescelte per effettuare una rilevazione della concentrazione di radon presente nella propria abitazione. Per quanto riguarda la provincia di Frosinone pare che l’Arpa non abbia mai reso noti i risultati di uno studio concluso ormai da  alcuni anni.

E’ noto che le regioni italiane più soggette a questo rischio sono il Lazio e la Lombardia (con concentrazioni medie superiori ai 100 Bq/m³), seguite dalla Campania e dal Friuli Venezia Giulia. In linea generale ci si aspetta che siano più esposti i territori  che sono stati caratterizzati in passato da attività vulcanica, dove sono presenti fenomeni carsici o dove si trovano sorgenti termali. Tuttavia simili considerazioni si rivelano poco significative ai fini pratici in quanto la presenza del radon in ambienti chiusi dipende molto dalle caratteristiche di permeabilità del terreno nel punto esatto in cui si trova l’edificio o da come esso sia stato effettivamente isolato dal sottosuolo.

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Il Perlato Royal alla Fiera “Marmomacc” 2012

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Dal 26 al 29 settembre 2012 si è svolta a Verona la 47 esima edizione del “Marmomacc” (International trade Fair for stone design and technology), una delle fiere più importanti a livello mondiale per l’industria dell’estrazione e della lavorazione dei materiali lapidei.

Quest’anno hanno partecipato 1.450 espositori  (il 60% proveniente da 57 Paesi esteri) e circa 56.000 visitatori, di cui circa 29.000 stranieri provenienti da 140 nazioni del mondo. Una prova che nonostante il calo del numero delle presenze (-14% rispetto al dato “pre-crisi” del 2007) l’Italia riesce ancora a difendere la storica attrattiva internazionale che detiene in questo primario settore economico.

Secondo Ettore Riello, presidente di Veronafiere, questa «è stata una edizione che ha ridato fiducia alle imprese. La pietra naturale ed i comparti ad essa collegati rappresentano un’eccellenza del manifatturiero made in Italy, con un importante valore all’export, di immagine e un patrimonio di conoscenze ed abilità proprie dello stile italiano».

Sterminata l’esposizione di semilavorati e prodotti finiti provenienti da ogni parte del mondo. Il visitatore che si fosse discostato un poco dalle mere implicazioni tecniche o commerciali, non avrebbe potuto che rimanere ammirato dalla varietà di pietre naturali disseminate sul pianeta Terra. Diverse nella consistenza e nella granulometria, nell’effetto tattile e nella finitura superficiale, nei motivi estetici dominanti o nelle variegate sfumature di colore. Un patrimonio inestimabile (ma esauribile!) che andrebbe amministrato in modo saggio, nel rispetto dell’ambiente, al solo fine di rendere piacevole la dimora umana sulla Terra stessa. In  proposito poteva risultare stimolante il padiglione 7B  “Marmomacc Inside” riservato all’architettura e al designer innovativo.

Grazie al Co.S.I.La.M., il Consorzio per lo Sviluppo Industriale del Lazio Meridionale,  per la prima volta anche il “Distretto industriale  del marmo e del lapideo dei Monti Ausoni” ha potuto avere una vetrina in questa cruciale rassegna  mondiale. Nel padiglione 8 è stato allestito uno stand nel quale la pietra calcarea di Coreno Ausonio (FR), rappresentata nelle sue proprietà estetiche di volume e di superficie, è stata sapientemente accostata alla Breccia Paradiso estratta nel comune di Esperia. Non pochi i visitatori che si sono soffermati su stralci di epistole vergate da Luigi Vanvitelli nella metà del XVIII secolo, in cui il celeberrimo architetto della Reggia di Caserta esprimeva il suo entusiasmo per la scoperta di una “cava di marmo bigio e bianco” sita proprio nel territorio di Coreno.

Durante la mattinata del 28/09/2012 nella sala “Mozart” del Palazzo Palaexpo si è tenuto un incontro sulle prospettive di rilancio del Distretto del marmo di Coreno. Il direttore del Cosilam Antonio Gargano, nel ruolo di moderatore, ha ricordato come gli occupati nell’estrazione, trasformazione e vendita della pietra locale siano più che dimezzati nell’arco di pochi decenni. E purtuttavia i 600 addetti  attuali costituiscono ancora una consistente realtà produttiva. Il Sindaco di Cassino (nonché Presidente del Cosilam) Giuseppe Golini Petrarcone ha osservato come sia importante far conoscere la pietra locale agli stessi abitanti del territorio limitrofo al distretto estrattivo. In proposito si è ripromesso di pavimentare con il Perlato Royal di Coreno l’ampia e suggestiva piazza del Tribunale di Cassino  (che è stato da poco salvato dalla scure dei tagli del Ministero della Giustizia). Il dott. Michele Giannattasio (direttore Ficei) ha lodato gli operatori economici per la loro tenacia in un momento di crisi. Il Presidente dell’Istituto Nazionale Revisori Legali dott. Virgilio Baresi ha messo in guardia su come ogni iniziativa pur bella, non serva a nulla se non viene divulgata, esortando ad una maggiore attenzione per la comunicazione.

Il dott. Luciano Consolati, esperto di distretti industriali, ha snocciolato i risultati di uno studio sulle criticità e sulle potenzialità del distretto laziale del marmo Perlato Royal di Coreno. I valori economici in gioco (ad esempio in termini di fatturato e investimenti) sarebbero piccoli in rapporto ad analoghi distretti presenti in Veneto, Toscana, Piemonte e Sardegna. E tuttavia, in un contesto ambientale poco favorevole per le imprese, non mancherebbero punti di forza: il know how consolidato in un’area circoscritta, l’elevata   specializzazione della manodopera; le strette interrelazioni tra gli imprenditori, la favorevole ubicazione geografica, una materia prima di indubbia qualità e pregio.
In un momento in cui pure le aziende del comparto hanno registrato un calo di domanda del 20-40% (2008-2011) il dott. Consolati suggerisce una serie di aspetti su cui si potrebbe  intervenire per un fattivo rilancio del distretto: innovazione del prodotto/processo, accesso al credito, specializzazione delle economie (che richiede però un aumento dei volumi), inserimento nel prodotto di un maggior contenuto immateriale (indispensabile un legame col mondo dell’architettura e dell’arte!), recupero degli scarti (su cui invero si è a buon punto), infrastrutture logistiche (come il porto di Gaeta), ricerca di nuovi mercati, internazionalizzazione, riconoscibilità e reputazione del prodotto, competenze manageriali, formazione e qualificazione di maestranze anche in ambito artistico. Si possono perseguire anche solo alcuni degli obiettivi, ma è indispensabile una governance unitaria del distretto e rimane centrale la collaborazione tra le imprese. Inoltre qualsiasi sia l’obiettivo prescelto è importante non abbandonare uno spirito pragmatico teso alla ricerca di un’efficacia che sia immediatamente percepibile nei bilanci finanziari degli operatori economici.

L’architetto Giacomo Bianchi, che ha ideato lo stand espositivo, ha descritto il suo legame professionale con il Perlato Royal Coreno rivelando di considerare le singole pietre alla stregua delle parole per uno scrittore. Per il Sindaco di Coreno  Domenico Corte il distretto del marmo è una ricchezza non solo per i comuni che ne fanno parte (Coreno Ausonio, Ausonia, Castelnuovo Parano, San Giorgio a Liri, Esperia, Pignataro) ma per l’intero territorio provinciale. Serve collaborazione tra le Istituzioni e il mondo economico, ma soprattutto serve cooperazione tra gli stessi imprenditori al fine di valorizzare un prodotto che è tra i migliori al mondo e che meriterebbe una visibilità alla sua portata. Il Sindaco ha anche ringraziato le aziende che pur avendo allestito uno stand proprio, non hanno fatto mancare il proprio sostegno all’iniziativa di promozione dell’intero distretto minerario.

L’imprenditore Pietro Zola, vice presidente del settore Attività estrattive di Unindustria Lazio ha auspicato una maggiore cultura imprenditoriale che porti gli operatori del settore a non ostacolarsi reciprocamente ma a collaborare e quindi a crescere. Ha ammonito che il competitivo mercato di oggi non tollera più i mediocri: semplicemente obbliga all’eccellenza. Anche il Sindaco di Esperia Giuseppe Moretti, osservando che si sta attraversando non solo una crisi economica, ma una crisi di valori etici, ha messo l’accento sulla necessità di un’azione sinergica. Infine ha concluso l’incontro Marcello Pigliacelli, neo-presidente della Camera di Commercio di Frosinone, riconoscendo il lavoro già intrapreso dal suo predecessore e invitando tutti a percorrere senza esitazione l’unica strada segnata.

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Test per l’accesso all’insegnamento (TFA)

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Tra il 6 e il 31 luglio scorso, presso atenei di tutta Italia, si sono svolti per la prima volta i test per l’accesso ai “Tirocini Formativi Attivi” (TFA), ovvero ai corsi a numero chiuso, organizzati dalle stesse università, che permettono di ottenere l’abilitazione per l’insegnamento nelle scuole medie e superiori. L’impresa deve aver richiesto non poco sforzo organizzativo: l’esecuzione della prova per ciascuna delle 37 classi (o materie)  di insegnamento è stata fissata in una precisa data e in un preciso orario valido per tutta la penisola. Le tracce delle 60 domande erano contenute in plichi sigillati, aperti solo al momento con rigorose procedure formali. I fogli con le risposte di ciascun partecipante sono stati raccolti esclusivamente in modo anonimo e rispediti al “Cineca” (con sede a Bologna) per la correzione automatica mediante scansione. Avrebbero concorso nelle varie materie oltre 150.000 laureati per circa 20.000 posti. Gli atenei, grazie alla tassa di partecipazione, avrebbero incassato 15-20 milioni di euro. Il test nazionale, nelle intenzioni di chi l’ha previsto,  sarebbe stato in grado di effettuare una prima selezione oggettiva ed imparziale delle persone che aspirano ad accedere ad una funzione basilare e nevralgica per il futuro della società.

In base a quanto era stato disposto, per superare il test (e accedere quindi alle prove successive gestite solo dalle commissioni esaminatrici) era indispensabile rispondere in modo esatto ad almeno 42 dei 60 quesiti proposti. Comunque al termine di tutte le prove è risultato che mediamente solo il 30% era riuscito a superare tale soglia, con punte minime del 3% di ammessi nelle classi di filosofia e di francese. Pare che non poche domande fossero esageratamente circostanziate, oppure formulate in modo ambiguo se non addirittura errate scientificamente. Di fatto in alcune materie gli ammessi alla seconda prova sono risultati perfino in numero inferiore ai posti disponibili. “Bene” -si sarebbe potuto osservare- “la selezione, sia pure con un metodo grossolano, sia pure malamente (a causa degli svarioni dei 145 presunti esperti ministeriali), in qualche misura ha funzionato!” Nelle situazioni in cui erano rimasti dei posti vacanti sarebbe bastato attingere alla lista dei non ammessi in ordine di punteggio decrescente.

E invece no. Siamo in Italia: non solo nel nostro Paese si pecca di approssimazione e incompetenza ogni qual volta occorra una seria e rigorosa organizzazione collettiva, ma le soluzioni troppo semplici, senza possibilità di inciuci posteriori e cavilli salvifici, non sono nella nostra indole. Gli stessi sindacati degli insegnanti, che pure dovrebbero avere a cuore il prestigio e la qualità dell’Istituzione scolastica, hanno inoltrato ricorsi ed esercitato forti pressioni sul Ministero perché un numero ben maggiore di candidati potesse essere “politicamente” promosso.

Una commissione “riparatrice” si è riunita a partire dal 7 agosto e nel giro di un paio di settimane ha rivisto tutte le domande contestate assegnandovi in ogni caso un punteggio positivo. I quesiti ricorretti sono andati da un minimo di 4 a un massimo di 25 (su 60). Se per alcune classi di concorso era stato ammesso solo un partecipante su cinque, alla fine dell’operazione “agostana” solo uno su cinque è stato escluso. In definitiva la montagna ha partorito il topolino.  Come osservava un mio collega insegnante, di tutto questo dispendio di tempo e di risorse, sia pubbliche che private, se ne poteva fare forse a meno. Viene però da rammaricarsi, perché  la mancanza di meritocrazia è la radice di tutti i mali dell’Italia. Inoltre proprio nel sistema della pubblica istruzione sarebbe più importante che altrove che le regole preordinate non fossero eluse, che il riconoscimento del merito non fosse tradito.

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Città della Pieve (Pg)

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Città della Pieve (Pg) è una cittadina umbra adagiata (a circa 500 metri sul livello del mare)  su alture prospicienti la Val di Chiana, una valle di origine alluvionale lunga un centinaio di chilometri e condivisa con la vicina Toscana. Il centro abitato non è molto popoloso (circa 7.800 abitanti) ma ha una forte vocazione turistica: sia per la presenza di edifici storici e religiosi (la “pieve” nell’alto medioevo indicava la chiesa principale d’una circoscrizione), sia per l’ambiente naturale e il rinfrancante paesaggio  che la circonda. Ciò che caratterizza la città più di ogni altra cosa è il diffuso utilizzo di mattoni a vista. Nel territorio digradante dei dintorni non si ritrovano i muri a secco in pietre cui sono così abituato nella mia terra di origine e  anzi la semplice presenza di sassi appare una rarità.

L’esuberante utilizzo dei mattoni nelle strutture urbane è quindi dovuto a motivazioni storiche di tipo economico e logistico, ma di certo in tempi più recenti è stato incoraggiato in modo lungimirante da amministrazioni e cittadini che hanno puntato non solo alla conservazione del medievale centro storico, ma anche ad un accogliente effetto estetico complessivo.
Lode alla città quindi, con i suoi vicoli arcati dove occhieggiano lampioni, le porte antiche in legno, i muri e i davanzali colmi di fioriere, i frondosi angoli verdi, i campanili svettanti sulle piazze dove al tramonto turbinano le rondini… E tuttavia, in questi giorni d’estate così caldi, ci sia consentito di soffermarci sul sinuoso territorio agricolo circostante: impreziosito, in modo inestimabile, da solari campi di girasole.

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III Concorso nazionale di poesia “Falcone e Borsellino 20 anni dopo”

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Sabato 16 giugno 2012 si è tenuta  la cerimonia di premiazione del 3° concorso nazionale di poesia indetto dal Comune di Coreno Ausonio con il patrocinio del Consiglio Regionale del Lazio, della Provincia di Frosinone e con il contributo della Banca Popolare del Cassinate. Nel XX anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio il tema scelto per questa terza edizione è stato “Falcone e Borsellino venti anni dopo“.

Il coordinatore della serata Domenico Adriano ha letto, tra le altre cose, il messaggio di saluto di Rita Borsellino: “Ecco, con il linguaggio leggero e soave della poesia –ha scritto la sorella del magistrato ucciso- ricordi tristi e dolorosi che hanno segnato inevitabilmente la vita di questo Paese e di tante persone che hanno perso la loro vita con le stragi del ’92. Un pezzo di loro stessi rivive. E lo fa nel modo migliore possibile.” In rappresentanza dei 25 finalisti (le opere pervenute sono state 119) Adriano ha declamato l’asciutta poesia di Rita Veloce di Rodi Garganico (FG) dal titolo “L’eredità”: “Come quel messaggio /che naviga le tempeste /in una bottiglia provata dall’onde, /il loro sacrificio /continuerà /a veleggiare le acque tumultuose /finché anche un solo giusto /si disseterà di quel lascito vitale.”

Il terzo premio è stato assegnato a Giuseppe Quirino di Coreno Ausonio (FR) per la poesia “Malapianta. Prima di leggere il suo componimento, il Quirino ha voluto rievocare le sensazioni provate alla vista delle immagini televisive della strage di Capaci, tra cui l’odore acre di tritolo, che gli sembrava di sentire quasi, conoscendolo bene grazie al lavoro da egli svolto nelle cave di marmo. Inoltre ha rimarcato l’assenza e la latitanza della politica nei confronti delle persone giuste “che quasi sempre sono perdenti perché proprio in quanto giuste vengono lasciate troppe volte sole.  Come quelle persone che quando decidono di dire la verità, non fanno semplicemente il proprio dovere, ma fanno la ‘spia’. Finché non si cambia questo modo di vedere le cose, staremo qui a piangere morti ammazzati “.

Il secondo premio è stato conferito ad Antonio Giordano di Palermo per la poesia in dialetto  dal titolo “7 gennaio 1943 – La Ballata di Ballarò“. Il poeta isolano ha negato che le vittime di mafia rimangano sole, spiegando che a Palermo c’è un luogo “magico” chiamato Ballarò, dove si tiene il mercato, dove si parla molto e dove i cantastorie si sono sempre sentiti liberi di declamare anche le verità più sgradite ai potenti, sicuri di poter  sgattaiolare in ogni momento tra i vicoletti dell’attiguo quartiere di ‘albergherìa’ detto così  perché poteva essere di rifugio per chiunque. Quindi Giordano ha recitato la sua opera in modo teatrale, a guisa proprio d’un cantastorie, con l’accompagnamento d’una chitarra.

Il primo premio è stato consegnato a Umberto Vicaretti di Luco dei Marsi (AQ) autore di “Ma noi ti aspettiamo”, poesia “ispirata nel contenuto e originale nella forma” come riporta il verbale della giuria di valutazione presieduta dal poeta  corenese prof. Tommaso Lisi. Vicaretti ha insistito sulla importanza di trasmettere alle nuove generazioni le idealità rappresentate dai due magistrati Falcone e Borsellino: “Dobbiamo insegnare ai giovani a opporsi alla ingiustizia, all’illegalità, al malaffare, alla malapolitica“. “Certo -ha aggiunto- è difficile dire ai giovani di essere corretti se poi un cattivo esempio ci viene da chi ci governa, da chi qualifica di eroismo persone che eroi non sono“.

Tra le autorità presenti, il Sindaco di Coreno Ausonio Domenico Corte e il Presidente del Consiglio della Regione Lazio On. Mario Abbruzzese, il quale ha lodato la virtuosa iniziativa culturale di un piccolo comune promettendo di non far mancare il suo sostegno anche alla prossima edizione. Le tre poesie premiate, assieme alle altre 22 prescelte come finaliste, sono state pubblicate in una piccola antologia distribuita gratuitamente.

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