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Anguillara Sabazia (Rm)

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Fontana di Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano

Fontana di Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano

Il primo giugno sono stato ad Anguillara Sabazia, città situata sul lago di Bracciano, trenta chilometri a Nord di Roma. La mia nonna paterna menzionava Anguillara quando narrava le drammatiche traversìe vissute  in tempo di guerra (1943-1944). Assieme a tre suoi piccoli (tra cui due bambine che sarebbero poi morte di stenti) era stata sfollata a Cesano di Roma. In questa località dell’agro romano i soldati tedeschi avevano attrezzato un campo di concentramento per i civili che erano stati allontanati con la forza dalla Linea Gustav.

Porta dell'orologio

Porta dell’orologio

L’area di confinamento era recintata e sorvegliata da guardie. Comunque alcuni (aspettando il momento opportuno), riuscivano a guadagnare l’uscita attraverso una fenditura. Di lì sciamavano nei dintorni in cerca di qualcosa da mangiare; poi rientravano di nascosto. Tra queste persone, che gli abitanti del posto chiamavano “quelli di Cassino“, c’era mia nonna Domenica (1915). Lasciando mio zio Angelo (di 4 anni) ad aspettarlo nel campo e portando con sé solo la più piccola nata da pochi mesi, nonna Domenica percorreva 5-6 chilometri fino ad Anguillara, dove trovava un lago con “tantissima acqua“, all’ingresso del paese “una grande porta“, quindi “una salita che portava ad una chiesa“. Raccontava, non riuscendo a farlo mai senza piangere, che le genti del luogo si intenerivano alla vista di lei con la figlioletta e non si trattenevano da gesti generosi, facendola entrare in casa senza diffidenza.

Una volta, durante una delle sortite dal campo di Cesano, stava attraversando un tratto di bosco solitario, quando sopraggiunse un uomo a cavallo. Sentì l’imbarazzo della propria condizione, forse ebbe anche timore che lo sconosciuto potesse farle del male. Ma l’uomo, senza scendere dalla sella e senza avvicinarsi troppo, in guisa d’un cavaliere d’altri tempi, tirò fuori delle monete e glie le gettò a terra, prima di galoppare via.

In quei territori, a 150 km dal fronte, il conflitto sembrava abbastanza lontano e la vita proseguiva in modo relativamente tranquillo. L’economia rurale si ripeteva nel suo ciclico corso, i beni di prima necessità non scarseggiavano. Comunque, con le persone del posto mia nonna poteva indugiare nel racconto di qualche doloroso episodio che aveva vissuto a Coreno Ausonio: spiegare che fino a poco tempo prima anche lei coltivava terreni e allevava animali, ma aveva visto venire meno tutti i suoi mezzi di sostentamento a causa dei disordini della guerra, dei bombardamenti, delle razzìe dei militari.

Chiesa della Collegiata (sul promontorio)

Chiesa della Collegiata (sul promontorio)

Attraversata la Porta dell’Orologio, percorsa la stessa salita che è rimasta scolpita nella mente di mia nonna, con i miei familiari giungiamo dinanzi alla Chiesa della Collegiata. L’edificio religioso, di ricostruzione settecentesca, sovrasta la parte più antica di Anguillara. Nello slargo attiguo alla terrazza che affaccia sul lago se ne sta seduto a riposare il signor Alfonso. Non c’è persona di passaggio (a piedi, in auto o in motorino), che non gli rivolga un saluto. Lui è nato poco dopo la guerra, ma racconta che sua madre (morta da circa 8 anni) non aveva mai smesso di parlargli di quel tragico periodo e degli “sfollati di Cassino”. In particolare continuava a ricordarsi di una donna che giungeva in paese con una piccola creatura in braccio e che chiedeva aiuto con un certo imbarazzo. Prevedendo gli orari del suo arrivo, sua madre aveva premura di farle trovare del latte appena bollito, così che non si guastasse durante il cammino di ritorno. Un particolare che raccontava anche mia nonna! Quando sente nominare il “cavaliere”, Alfonso quasi sobbalza. Ne indica la casa persino. Si trattava di un signore benestante, morto da pochi anni, che era effettivamente noto per il suo spirito magnanimo.

Domenica La Valle in una foto degli anni '60

Domenica La Valle in una foto degli anni ’60

Negli anni del dopoguerra, mentre la società italiana diventava via via più opulenta ed individualista, mia nonna si è portata nel cuore l’umanità di quei giorni in cui la propria vita e quella dei suoi cari dipendeva dalla generosità degli altri. Così, almeno finché una malattia non l’ha privata del senno, ogni volta che una questuante bussava alla sua porta, non aveva importanza chi fosse e se meritasse davvero un’offerta: la faceva entrare in casa e le consegnava, quasi con devozione, una bottiglia di buon olio d’oliva che teneva sempre da parte, come qualcosa di prezioso.

Tramonto sul lago di Bracciano (Anguillara Sabazia, RM)

Tramonto sul lago di Bracciano (Anguillara Sabazia, RM)

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Scuola: note a margine del TFA

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Quest’anno ho avuto modo di completare il percorso di abilitazione per l’insegnamento nelle scuole superiori chiamato “Tirocinio Formativo Attivo“. Il “TFA“, progettato nel 2008 ma introdotto solo nel 2011, ‘metteva in palio’ circa 20.000 abilitazioni nelle varie discipline insegnate nelle scuole superiori italiane. In passato erano già stati istituiti analoghi corsi di abilitazione (le “Siss”), ma ancora nel 2011 non erano pochi gli insegnanti che esercitavano grazie al solo conseguimento di una laurea. Con cadenza pluriennale gli aspiranti professori sceglievano una ventina di istituti scolastici e in seguito alla formazione di una graduatoria (stilata sulla base del voto di laurea e soprattutto del servizio già svolto) attendevano che i dirigenti scolastici li convocassero per un incarico annuale o per supplenze di breve periodo. Un meccanismo grossolano, ma in fondo abbastanza efficiente e non privo di meritocrazia. Tendeva a premiare chi era disposto a spostarsi stabilmente in province più favorevoli dal punto di vista occupazionale, situate in genere nel Nord italia.

Scritta murale sulla precarietà del lavoro.

Scritta murale nei pressi dell’Università Roma Tre.

Nel luglio 2012 cominciano le prove selettive per l’accesso al TFA. In tutta Italia le domande inoltrate sono 179.982. Ai quiz partecipano 115.553 candidati. Io sostengo le selezioni per la classe A020 (Discipline meccaniche e Tecnologia) presso l’Università Roma Tre. I posti disponibili sono 40, i candidati 79.  Superiamo la prova in 23. Qualcosa di simile avviene in tutta Italia: in quasi tutte le classi di insegnamento il test preparato dagli “esperti” del ministero aveva “decimato” i partecipanti e promosso meno persone di quanti fossero i posti disponibili. Sotto la pressione incalzante dei sindacati italiani, (ai quali del merito e della professionalità della categoria non ha mai importato più di tanto) e con il pretesto (sia pure fondato) che i test contenevano qualche errore, il ministero decide di abbuonare buona parte dei quesiti. Così gli ammessi alle prove successive passano da 26.626 a 46.686. Comunque, alla fine di tutte le selezioni potranno iscriversi al TFA circa 11.000 candidati.

Biglietti metrebus Lazio

Biglietti metrebus Lazio

Le prime lezioni organizzate dalle Università cominciano verso la fine dell’anno 2012. Per l’iscrizione al corso TFA era prevista una tassa di circa 2.500 Euro. In un momento di difficoltà finanziaria, a molti è sembrato l’ennesimo balzello escogitato per carpire soldi ai cittadini. In effetti equivaleva a richiedere, a mo’ di “pizzo”, un paio di mensilità del futuro stipendio. Ma la maggior parte dei partecipanti ha dovuto aggiungere costi e disagi maggiori: spostarsi per decine o centinaia di chilometri in auto o con mezzi pubblici, conciliare impegni di famiglia o di lavoro, rinunciare talvolta ad altre opportunità. Del resto alcune regole erano rigide: un numero di ore di corso esorbitante (circa 500) e la presenza obbligatoria (almeno per chi non aveva già alle spalle una buona carriera). Inoltre una circolare ministeriale invitava a terminare il percorso formativo in pochi mesi, entro la fine dell’anno scolastico.

Per quanto riguarda la didattica svolta, a noi che eravamo tutti ingegneri meccanici, non di rado è stata propinata per lo più una serie di dimostrazioni analitiche, in modo non molto dissimile da quanto è già avvenuto durante i più lunghi studi universitari. Peraltro tra le materie riprese neanche figuravano quelle che si insegnano a scuola nell’ambito della classe A020 (come Disegno, Tecnologia, Progettazione, Sistemi). Invero è stato stimolante ritornare un po’ ai tempi della formazione universitaria e ripassare argomenti familiari. Inoltre è sempre un privilegio poter interagire con persone più colte, intelligenti e preparate. Era uno dei motivi per iscriversi al TFA. Ma fino a che punto ne valeva la pena?

In compenso le materie attinenti alla pedagogia erano totalmente nuove per la maggior parte degli iscritti di tutte le classi di ambito scientifico. Molti di noi si aspettavano che sarebbero state le lezioni più formative e utili. Invece l’Università si è limitata a rendere disponibili on line, in modo massivo, circa 800 pagine di dispense dattiloscritte contenenti quasi solo filosofia e bibliografia: una logorrea gratuita, sterile ed astratta, dove ogni tanto si poteva evidenziare qualche buona osservazione che pure c’era. Una delle cose più utili che mi è capitato di sottolineare è che fornire un eccesso di informazioni è controproducente (sic). Non sbaglio di molto se dico che il 90% di noi non ne ha letto che qualche riga, accontentandosi di imparare a memoria le risposte ai correlati test di esercitazione.

Macchina per la sagomatura di ruote dentate

Macchina per la sagomatura di ruote dentate

A causa di lentezze nelle direttive nazionali il tirocinio a scuola è cominciato in ritardo e senza un vero coordinamento con le università. I tutor avrebbero dovuto essere contattati singolarmente e coinvolti nello svolgimento di un programma semplice ed univoco. Alla fine avrebbero forse dovuto redigere una scheda da “sistema qualità”, utile magari anche alla valutazione finale. Invece per quanto riguarda il tirocinio ogni candidato si è arrangiato un po’ da sé. Meno male che non solo stiamo in Italia, ma siamo anche italiani: alla cronica disorganizzazione che viene dall’alto, si ovvia con l’elasticità, l’aiuto reciproco, la condivisione di informazioni dal basso.

A giugno era fissato l’esame finale. In quella circostanza, dopo un percorso didattico svolto in modo non impeccabile, di colpo diventò importante per i candidati sapere come articolare esattamente una specifica lezione o se per spiegare una certa unità didattica occorrevano 12 ore oppure 16. Pura astrazione! Del resto non poteva partorire qualcosa di molto diverso una classe dirigente di politici e burocrati (ma anche di professori universitari) costituita in gran parte da persone che non sono mai entrate in una scuola superiore italiana. Per trasmettere determinate informazioni ad una classe di alunni ci vogliono 10 ore oppure 60 non in base allo specifico argomento, ma in base alla determinazione dell’insegnante e all’effettivo clima che si instaura in aula, solo in parte dipendente dalle azioni e dalle capacità del docente.

Lodevole realizzazione, in un Istituto Tecnico Industriale, di una pompa ad ingranaggi

Lodevole realizzazione, in un Istituto Tecnico Industriale, di una pompa ad ingranaggi

Per mio conto ho cercato di suggerire qualche risposta. Tra le cose prioritarie da fare (almeno con l’attuale struttura educativa), ce ne sarebbero almeno due: la riduzione della numerosità delle classi e l’allontanamento degli studenti più riottosi. Di fatto, l’esatto contrario di quello che si continua a fare da decenni. Più che le singole lezioncine da svolgere o meno, sarebbe vitale trasmettere agli aspiranti insegnanti una maggiore consapevolezza della funzione sociale della scuola. Che non presenta solo aspetti etici, ma rileva dell’efficienza o del rendimento del “sistema società” nel suo complesso (come doveva comprendere tanto più chi ha fatto studi generali di ingegneria). Gli insegnanti che non fanno profondamente propria questa consapevolezza, di fronte alle prime difficoltà “ambientali”, in qualche misura si adageranno all’andazzo consolidato. E via via troveranno più interessante preoccuparsi soprattutto… dei propri diritti sindacali.

Comunque, pur con tutte le sue difficoltà e la sua debolezza organizzativa, rimane il fatto che il TFA ha consentito di abilitare, prima dell’estate, circa 11.000 insegnanti scelti tra i migliori laureati italiani. Molti si aspettavano, considerata anche la fretta di terminare in pochi mesi, che già dall’anno scolastico successivo sarebbero stati in prima fila per ricevere incarichi di lavoro più lunghi e stabili. Si illudevano. Le graduatorie saranno riviste solo per l’anno scolastico 2014-2015. Ma questa era un’inezia giustificabile. La beffa che si preparava era ben altra: il governo dei larghi inciuci dava il via ai cosidetti “Percorsi Abilitanti Speciali” (PAS). Con essi, senza numero chiuso e senza alcuna selezione, si concederà l’abilitazione a tutti coloro che dal 1999 al 2013 abbiano maturato almeno tre anni di servizio. A tutti gli effetti si tratta di una sanatoria che consegnerà la “patente” di insegnante a circa 70.000 docenti sulla base della mera dichiarazione di servizio svolto in scuole pubbliche o anche private. Come spiega il giornalista Gian Antonio Stella, “molti si riempiono la bocca di merito ma alla fine i diritti fondamentali da difendere sembrano comunque essere ancora quelli dei professori e solo dopo (molto dopo) quelli degli studenti“.

Si legga anche: Test per l’accesso all’insegnamento, 31 agosto 2012

Ex vasca navale (1927), restaurata di recente per accogliere dipartimenti di ingegneria di Roma 3

Area della vasca navale (1927), restaurata per accogliere dipartimenti di ingegneria di Roma Tre.

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IV Concorso nazionale di poesia “Emigrazione: un fenomeno anche italiano”

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IV premio nazionale di poesia comune di Coreno Ausonio

IV premio nazionale di poesia comune di Coreno Ausonio

Sabato 13 luglio 2013 si è tenuta  la cerimonia di premiazione del 4° concorso nazionale di poesia a cura dell’Amministrazione comunale di Coreno con il patrocinio del Consiglio Regionale del Lazio, della Camera di Commercio di Frosinone e della Banca Popolare del Cassinate. Quest’anno è stato scelto il tema: “Emigrazione: un fenomeno anche italiano“.

La vincitrice del IV premio nazionale di poesia del comune di Coreno Ausonio

Caterina Katia Colica, vincitrice del IV premio nazionale di poesia di Coreno Ausonio.

La giuria, formata dai poeti Tommaso Lisi (presidente), Rossella Fusco e Domenico Adriano, ha esaminato i 126 lavori pervenuti da tutta Italia e ha selezionato i 21 finalisti che sono stati pubblicati in una piccola antologia.  Tra questi, il primo premio è stato assegnato a “Il Senso di una valigia” di Caterina Katia Colica (Reggio Calabria). La composizione vincitrice si sofferma sulla serena disperazione di una madre intenta alla premurosa preparazione di una valigia: “Mia madre lo sa bene cos’è una valigia/mentre ci ripone con cura il mio fallimento/ma piangerà dopo, adesso no: adesso la spolvera come fosse cosa viva…” Il secondo premio è stato assegnato alla composizione “Bianco e nero” di Laura Giorgi (Grosseto), dove lo smarrimento di un nonno sul ponte di una nave, colto in una vecchia fotografia, viene accostato al volto nero di un migrante su un gommone dei nostri giorni. Il terzo premio è stato assegnato alla composizione in dialetto “Via pa’l mondo” di Sergio Gregorin (Turriaco, GO). Nel testo si esprime il dolore di chi si allontana dal proprio borgo lasciando la sua anima nei pressi di un campanile che diventa sempre più piccolo. Un premio speciale, in memoria di Antonio Corte (1933-1973) è stato assegnato alla composizione “Sogno napoletano” del giovane Gennaro Fiorillo (Castellamare di Stabia, NA). 

Antonio Corte, poeta, giornalista e scrittore (Coreno Ausonio 1933, Milano 1973)

Antonio Corte, poeta, giornalista e scrittore
(Coreno Ausonio 1933, Milano 1973)

Il coordinatore della serata, Domenico Adriano, ha richiamato più volte proprio la figura di Antonio Corte, giornalista corenese emigrato in Francia e morto prematuramente a Milano. Lo scorso 29 giugno gli è stata intitolata la biblioteca comunale. Per la circostanza  era stato ristampato e distribuito ai presenti un suo libretto di poesie giovanili dal titolo “La Bella Allegria“.  In linea col tema del concorso, Tommaso Lisi si è soffermato in particolare sulla poesia “Vergogna“, nel cui testo si può scorgere, a suo avviso, sia pure con un po’ di forzatura, il latente presentimento della futura emigrazione.

Poesia tratta da "La Bella Allegria" (1950-1956) di Antonio Corte.

Poesia tratta da “La Bella Allegria” (1950-1956) di Antonio Corte.

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Roberto Saviano a Cassino (Fr)

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Roberto Saviano presentato dalla giornalista Francesca De Sanctis

Roberto Saviano presentato dalla giornalista Francesca De Sanctis

Sabato 15 giugno il giornalista e scrittore Roberto Saviano ha fatto tappa a Cassino per la presentazione del suo libro dal titolo “Zero zero zero” (Feltrinelli editore). L’incontro si è tenuto nell’area archeologica del Teatro Romano, ubicata ad un’altitudine poco superiore a quella della città martire, proprio lungo la strada che porta all’Abbazia Montecassino. Nonostante l’appuntamento culturale sia stato divulgato, per motivi di sicurezza, solo qualche giorno prima dell’evento, le gradinate erano quasi tutte occupate. Secondo gli organizzatori (che hanno distribuito i biglietti in cambio di un’offerta libera) avrebbero partecipato all’evento circa 1500 persone. Saviano, che è stato accolto con l’entusiasmo che di solito si riserva a divi più “frivoli”, ha ricambiato l’affetto rivelando che il cassinate gli è caro sia per il ricordo di qualche scorreria che vi ha consumato da ragazzo (in vespa, provenendo lui dall’alto casertano), sia per l’immagine simbolica che gli suscita la grande battaglia qui combattuta nel corso della II guerra mondiale. Tra le diverse etnìe coinvolte nello scontro che fu decisivo per le sorti del conflitto, quella neozelandese dei Maori, di cui Saviano si è tatuato le tipiche decorazioni che inneggiano alla vita.

Vita e morte: nella suggestiva illuminazione  dell’antico sito archeologico, due parole che, come luce e ombra, hanno aleggiato nell’aria per tutta la serata. Piuttosto discreta, rassicurante e inquietante al tempo stesso, la presenza degli uomini di scorta e di pubblica sicurezza, quasi tutti in borghese. Nel racconto, Saviano è partito dall’argomento principale del suo libro: il traffico di cocaina. Prima dell’avvento di questa droga “socialmente accettata”, le organizzazioni malavitose tenevano gli stupefacenti alla larga dai propri territori come qualcosa di spregevole e degradante. Oggi il traffico di questo alcaloide ottenuto dalle foglie di coca è diventato l’attività economica più redditizia del mondo. Del resto solo una piccolissima percentuale viene intercettata e  distrutta dalla mastodontica macchina di repressione messa in atto dai governi (tra il 2% e l’ 8%).

La droga è stata solo il pretesto di qualche riflessione più generale e profonda sulla criminalità organizzata. Essa si fonderebbe sostanzialmente sulla convinzione che il mondo sia “brutto”, la condizione umana sia “infelice” e gli uomini siano tutti ambigui e “comprabili”. Non a caso le mafie combattono persone moralmente integre anche mettendone in dubbio i veri motivi interiori o infangandone la reputazione. Un esempio è quello di Anna Politkovskaja, la giornalista nota per il suo impegno in favore dei diritti civili e la denuncia dei soprusi commessi nella guerra russo-cecena. Qualcuno aveva tentato di drogarla per screditarne il nome presso il grande pubblico. Così, quando il 7 ottobre 2006 fu assassinata, suo marito osservò che per una donna onesta ed idealista come lei, quella morte fisica era comunque preferibile  ad una uccisione morale.

In attesa di Roberto Saviano al Teatro Romano di Cassino (Fr)

In attesa di Roberto Saviano al Teatro Romano di Cassino (Fr)

Per quanto riguarda il contesto locale, Roberto Saviano ha ricordato come Cassino sia sempre stata terra di camorra. Non è difficile capire quando dietro una nuova attività si nasconde del denaro sporco. Infatti di solito nasce senza un’apparente giustificazione economica: ad esempio un centro commerciale in una zona con poca domanda o in un periodo di recessione. Nulla vieta che simili attività “di facciata” possano essere anche ben gestite e redditizie. Ma costituiscono sempre una concorrenza sleale e un danno per l’economia del luogo. “Immaginate le sfide che deve fronteggiare un imprenditore onesto – ha spiegato Saviano – le difficoltà di accesso al credito, la copertura delle spese correnti, le tasse, i costi della burocrazia, i controlli della Finanza… Un’attività che ricicla denaro sporco per far fronte a tutti questi ostacoli semplicemente non ha alcun problema di liquidità”.

Lo scrittore ha indugiato anche sul voto di scambio. Una pratica diffusa soprattutto nel Centro-Sud ma presente anche in grandi città del Nord, come Milano. Non deve stupire. In fondo, anche in agglomerati urbani enormi, il voto è “parcellizzato” in quartieri (e in sezioni) risultando sempre controllabile. Ad esempio con il metodo della cosiddetta “scheda ballerina“: il trafugamento di una sola scheda elettorale consente di spostare con certezza centinaia di voti e alterare così la libera espressione popolare. Chi mette a disposizione il proprio voto in questo modo, di solito per vedere riconosciuto come  un “favore” quello che dovrebbe essere un suo diritto oppure in cambio di un vantaggio economico effimero, spesso non si rende conto che per una cosa sola rinuncia a tutto il resto. Il voto di scambio è una grave piaga per l’Italia, coinvolge di sicuro migliaia di voti, ma il fenomeno potrebbe essere dell’ordine dei milioni di voti. Eppure non se ne parla mai nelle tribune elettorali nazionali. Saviano suggerisce una soluzione. Il voto non andrebbe espresso in cabine chiuse che consentono di nascondersi totalmente alla vista ma, come avviene peraltro in altri Paesi democratici, dietro tendine che coprono solo parzialmente la figura umana, lasciando visibile la parte bassa del corpo e il movimento delle mani.

Roberto Saviano dopo il monologo, rimane ancora sul palco per firmare le copie del libro e salutare uno ad uno i suoi estimatori.

Roberto Saviano, dopo il monologo, rimane sul palco per firmare copie del libro e salutare uno ad uno i suoi estimatori.

Tra le altre cose, Saviano si è soffermato sulle condizioni di vita dei carcerati in Italia. “Lo so, molti mi hanno detto, e anch’io lo penserei in prima battuta, che avremmo altro di cui preoccuparci piuttosto che la condizione -di inferno- in cui versano persone che hanno commesso dei reati. Ma è sbagliato ragionare così. Le organizzazioni malavitose sono contente che il carcere sia un inferno, così come sono contente di casi e di sentenze -terribili- come quella di Stefano Cucchi (morto alcuni giorni dopo un pestaggio mentre era in custodia cautelare, ndr). Infatti ai loro affiliati non viene torto un capello e possono condurre, anche in carcere, una vita decisamente più agiata degli altri criminali. Perciò è importantissimo che nei penitenziari lo stato di diritto non venga meno e che siano rispettati ugualmente i diritti di tutti i detenuti.

Al di là delle analisi razionali e della rivelazione di particolari inaspettati sull’effettivo funzionamento delle organizzazioni criminali (esisterebbe persino una sorta di “contro-giustizia” che risarcisce i condannati in misura proporzionale alla pena ricevuta, vanificando così ogni principio etico su cui si fonda l’azione della magistratura), Saviano ha fatto trapelare anche i disagi e la solitudine della sua vita invisibile e fuggitiva. Ha concluso il suo monologo ricordando il suggestivo verso di una poesia di Danilo Dolci (1924-1997): “ciascuno cresce solo se sognato”. Un verso che rende palese come ciascuno di noi, per vivere, abbia bisogno di essere nel “sogno” di qualcun altro. Roberto Saviano dunque può continuare a “crescere” (e superare magari qualche momento di dubbio o malinconia), perché rimane nei “sogni” di tantissimi italiani che non smetteranno mai di sperare, anche grazie al suo impegno civile, in un’ Italia più giusta, più felice, più bella.

Roberto Saviano al Teatro Romano di Cassino il 15-06-2013

Roberto Saviano al Teatro Romano di Cassino (frosinone) nella serata del 15 giugno 2013.

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Fiaccolata per “Zì’ Peppucciu”

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Fiaccolata per Zi' Peppuccio e i suoi familiari.

Fiaccolata per Zi’ Peppuccio e i suoi familiari.

Il 15 maggio 2011, in circostanze misteriose e forse sfortunate, spariva nel nulla l’ultra-ottantenne Giuseppe Ruggiero. Quella mattina nell’area montana di Coreno Ausonio (Fr) si svolgeva l’annuale manifestazione per la pace in ricordo del passaggio della II guerra mondiale (1944). L’anziano si era allontanato dal luogo principale di quella sentita rievocazione per recarsi in un’area pianeggiante poco distante, chiamata “Vallaurea”, nel territorio del comune di Vallemaio. Nel tardo pomeriggio, dopo una giornata molto assolata, calò un’insolita e fitta nebbia. In serata seguì un breve e violento temporale. Le ricerche partirono quasi subito, ma di “Zì Peppuccio“, come era chiamato in paese, fu ritrovata solo la storica motocicletta.

Lo scorso 23 maggio, gran parte dei compaesani hanno voluto testimoniare la propria vicinanza ai familiari dello scomparso (tra cui la moglie, Maria Civita Di Vito). Una fiaccolata ha preso il via alle ore 21 da piazzetta Magni (nella parte alta di Coreno Ausonio), per raggiungere poi la piazza principale del paese. Il figlio Tonino Ruggiero è intervenuto nella chiesa S.Margherita, colma di persone, per ringraziare tutti della solidarietà, ma anche per tornare a porre le domande che a distanza di due anni son rimaste senza risposta. “Se c’è qualcuno che sa qualcosa – l’appello di Tonino – si metta una mano sulla coscienza e ci dia qualche notizia utile per ritrovare gli umili resti“. La speranza che fa trepidare Tonino e i suoi familiari è quella di un intero paese e delle tante persone che, pensierose ed in silenzio, hanno camminato alla luce fioca delle candele.

Aspettando “Zio Peppuccio” e tutti gli altri… , maggio 2012

Testa della fiaccolata di solidarietà per Zi' Peppuccio e i suoi familiari.

Testa della fiaccolata di solidarietà per Zi’ Peppuccio e i suoi familiari.

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Il giorno della memoria: i Bibelforscher

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A partire dal 2001 si commemora in Italia (come in altre nazioni del mondo) il Giorno della Memoria. Il fine di questa disposizione è quello “di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. La ricorrenza prescelta rievoca la data del 27 gennaio 1945, quando le truppe Sovietiche, nella loro avanzata verso Berlino, arrivarono alle porte del campo di concentramento di Auschwitz (non lontano dall’omonima città polacca) liberando i pochi prigionieri superstiti. Per una sorta di convenzione storica questo è il giorno in cui gli orrori del genocidio nazista furono rivelati all’intero mondo e divennero evidenti agli stessi cittadini tedeschi. Il campo di Auschwitz e quelli limitrofi di Birkenau e di Monowitz, ubicati in un’area di alcune decine di chilometri quadrati, ebbero un ruolo fondamentale nella macabra macchina organizzativa che perseguiva la cosiddetta “soluzione finale”: lo sterminio di tutti gli ebrei residenti nei territori caduti sotto il controllo tedesco.

Nondimeno, nei campi di detenzione dei nazisti (uno anche in Italia a Risiera di San Sabba, Trieste) trovarono la morte diverse altre categorie di persone: prigionieri di guerra, polacchi, zingari (rom e sinti), slavi, omosessuali, testimoni di Geova, pentecostali, dissidenti politici, massoni, criminali comuni, disabili, malati di mente. Nonostante il rigore teutonico (che portò a tatuare un numero di matricola, oltre che sui vestiti, sulla pelle stessa dei prigionieri), non si conosce l’esatto numero delle vittime: si stimano da 12 a 18 milioni di morti nei campi, fra i quali circa 6 milioni di ebrei.

Merita di essere ricordata, di questo sacrificio umano  di un’abnormità che non aveva precedenti, la parte eroicamente sopportata dai testimoni di Geova. In Germania i ‘Bibelforscher’ (o ‘Studenti biblici’ come si chiamavano nei primi anni ’30) costituivano un gruppo di circa 10.000 persone. La loro fede era  quanto di più incompatibile con il nazismo: si rifiutavano di impugnare armi, di rivestire cariche politiche, di prendere parte a feste nazionali, di pronunciare il saluto ‘Heil Hitler’, di compiere qualsiasi gesto di fedeltà al regime militare. Non sorprende che i Bibelforscher vennero apertamente dichiarati fuorilegge già nel 1933. Molti persero il lavoro, la casa, il negozio, la pensione. Almeno 860 i fanciulli che furono strappati alle cure dei  loro genitori. Gli arrestati furono circa 6.000, gli internati nei campi circa 10.000. Quasi 2.000 fedeli persero la vita, compresi coloro che furono giustiziati (le condanne a morte ammontarono a 253) per essersi rifiutati di prestare il servizio militare divenuto obbligatorio nel 1935. Sembra che i testimoni di Geova siano stati tra i primi (negli anni 1934-35) ad essere confinati nei campi di concentramento (a cominciare da quello di Dachau, vicino Monaco di Baviera). Tra loro infatti si annoveravano buona parte delle “matricole” inferiori al numero 1000. A partire dal 1937 la loro casacca di prigionia fu contrassegnata da un triangolo di colore viola. Si stima che appena prima dell’inizio della II guerra mondiale  costituissero il 5-10% di tutti gli internati. A differenza della restante parte dei reclusi, i testimoni di Geova tedeschi avevano in ogni momento la possibilità di sfuggire a quegli indicibili patimenti: era sufficiente per loro firmare un documento di abiura del proprio credo e di sostegno alla Germania nazista. Pochi firmarono.

Eppure sin dalle prime forme di persecuzione non erano mancate mobilitazioni  internazionali. Il mattino del 7 ottobre 1934 circa 20.000 gruppi di “Studenti Biblici” di tutto il mondo (compresi quelli tedeschi) spedirono altrettanti telegrammi indirizzati al Cancelliere del Reich Adolf Hitler. Il testo del messaggio non lasciava adito ad ambiguità: “Il cattivo trattamento da Lei riservato ai testimoni di Geova indigna tutte le persone buone e disonora il nome di Dio. Desista dal perseguitare i testimoni di Geova, altrimenti Dio annienterà Lei e il Suo partito”. Ma ancora nell’agosto del 1942 Hitler dichiarava sprezzantemente in un pubblico discorso: “questa genìa deve essere eliminata dalla Germania!”. La storia sta a raccontarci come è andata. Nell’autunno del 1942 le sorti della guerra, sino ad allora favorevoli, cominciarono a mostrarsi avverse al dittatore, fino a portarlo, in poco meno di tre anni, alla completa disfatta. Oggi, a distanza di molti decenni da quel periodo così oscuro per la storia umana, il partito nazista è stato bandito e in Germania circa 170.000 testimoni di Geova esercitano liberamente la loro fede, alla luce del sole.

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Test per l’accesso all’insegnamento (TFA)

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Tra il 6 e il 31 luglio scorso, presso atenei di tutta Italia, si sono svolti per la prima volta i test per l’accesso ai “Tirocini Formativi Attivi” (TFA), ovvero ai corsi a numero chiuso, organizzati dalle stesse università, che permettono di ottenere l’abilitazione per l’insegnamento nelle scuole medie e superiori. L’impresa deve aver richiesto non poco sforzo organizzativo: l’esecuzione della prova per ciascuna delle 37 classi (o materie)  di insegnamento è stata fissata in una precisa data e in un preciso orario valido per tutta la penisola. Le tracce delle 60 domande erano contenute in plichi sigillati, aperti solo al momento con rigorose procedure formali. I fogli con le risposte di ciascun partecipante sono stati raccolti esclusivamente in modo anonimo e rispediti al “Cineca” (con sede a Bologna) per la correzione automatica mediante scansione. Avrebbero concorso nelle varie materie oltre 150.000 laureati per circa 20.000 posti. Gli atenei, grazie alla tassa di partecipazione, avrebbero incassato 15-20 milioni di euro. Il test nazionale, nelle intenzioni di chi l’ha previsto,  sarebbe stato in grado di effettuare una prima selezione oggettiva ed imparziale delle persone che aspirano ad accedere ad una funzione basilare e nevralgica per il futuro della società.

In base a quanto era stato disposto, per superare il test (e accedere quindi alle prove successive gestite solo dalle commissioni esaminatrici) era indispensabile rispondere in modo esatto ad almeno 42 dei 60 quesiti proposti. Comunque al termine di tutte le prove è risultato che mediamente solo il 30% era riuscito a superare tale soglia, con punte minime del 3% di ammessi nelle classi di filosofia e di francese. Pare che non poche domande fossero esageratamente circostanziate, oppure formulate in modo ambiguo se non addirittura errate scientificamente. Di fatto in alcune materie gli ammessi alla seconda prova sono risultati perfino in numero inferiore ai posti disponibili. “Bene” -si sarebbe potuto osservare- “la selezione, sia pure con un metodo grossolano, sia pure malamente (a causa degli svarioni dei 145 presunti esperti ministeriali), in qualche misura ha funzionato!” Nelle situazioni in cui erano rimasti dei posti vacanti sarebbe bastato attingere alla lista dei non ammessi in ordine di punteggio decrescente.

E invece no. Siamo in Italia: non solo nel nostro Paese si pecca di approssimazione e incompetenza ogni qual volta occorra una seria e rigorosa organizzazione collettiva, ma le soluzioni troppo semplici, senza possibilità di inciuci posteriori e cavilli salvifici, non sono nella nostra indole. Gli stessi sindacati degli insegnanti, che pure dovrebbero avere a cuore il prestigio e la qualità dell’Istituzione scolastica, hanno inoltrato ricorsi ed esercitato forti pressioni sul Ministero perché un numero ben maggiore di candidati potesse essere “politicamente” promosso.

Una commissione “riparatrice” si è riunita a partire dal 7 agosto e nel giro di un paio di settimane ha rivisto tutte le domande contestate assegnandovi in ogni caso un punteggio positivo. I quesiti ricorretti sono andati da un minimo di 4 a un massimo di 25 (su 60). Se per alcune classi di concorso era stato ammesso solo un partecipante su cinque, alla fine dell’operazione “agostana” solo uno su cinque è stato escluso. In definitiva la montagna ha partorito il topolino.  Come osservava un mio collega insegnante, di tutto questo dispendio di tempo e di risorse, sia pubbliche che private, se ne poteva fare forse a meno. Viene però da rammaricarsi, perché  la mancanza di meritocrazia è la radice di tutti i mali dell’Italia. Inoltre proprio nel sistema della pubblica istruzione sarebbe più importante che altrove che le regole preordinate non fossero eluse, che il riconoscimento del merito non fosse tradito.

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III Concorso nazionale di poesia “Falcone e Borsellino 20 anni dopo”

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Sabato 16 giugno 2012 si è tenuta  la cerimonia di premiazione del 3° concorso nazionale di poesia indetto dal Comune di Coreno Ausonio con il patrocinio del Consiglio Regionale del Lazio, della Provincia di Frosinone e con il contributo della Banca Popolare del Cassinate. Nel XX anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio il tema scelto per questa terza edizione è stato “Falcone e Borsellino venti anni dopo“.

Il coordinatore della serata Domenico Adriano ha letto, tra le altre cose, il messaggio di saluto di Rita Borsellino: “Ecco, con il linguaggio leggero e soave della poesia –ha scritto la sorella del magistrato ucciso- ricordi tristi e dolorosi che hanno segnato inevitabilmente la vita di questo Paese e di tante persone che hanno perso la loro vita con le stragi del ’92. Un pezzo di loro stessi rivive. E lo fa nel modo migliore possibile.” In rappresentanza dei 25 finalisti (le opere pervenute sono state 119) Adriano ha declamato l’asciutta poesia di Rita Veloce di Rodi Garganico (FG) dal titolo “L’eredità”: “Come quel messaggio /che naviga le tempeste /in una bottiglia provata dall’onde, /il loro sacrificio /continuerà /a veleggiare le acque tumultuose /finché anche un solo giusto /si disseterà di quel lascito vitale.”

Il terzo premio è stato assegnato a Giuseppe Quirino di Coreno Ausonio (FR) per la poesia “Malapianta. Prima di leggere il suo componimento, il Quirino ha voluto rievocare le sensazioni provate alla vista delle immagini televisive della strage di Capaci, tra cui l’odore acre di tritolo, che gli sembrava di sentire quasi, conoscendolo bene grazie al lavoro da egli svolto nelle cave di marmo. Inoltre ha rimarcato l’assenza e la latitanza della politica nei confronti delle persone giuste “che quasi sempre sono perdenti perché proprio in quanto giuste vengono lasciate troppe volte sole.  Come quelle persone che quando decidono di dire la verità, non fanno semplicemente il proprio dovere, ma fanno la ‘spia’. Finché non si cambia questo modo di vedere le cose, staremo qui a piangere morti ammazzati “.

Il secondo premio è stato conferito ad Antonio Giordano di Palermo per la poesia in dialetto  dal titolo “7 gennaio 1943 – La Ballata di Ballarò“. Il poeta isolano ha negato che le vittime di mafia rimangano sole, spiegando che a Palermo c’è un luogo “magico” chiamato Ballarò, dove si tiene il mercato, dove si parla molto e dove i cantastorie si sono sempre sentiti liberi di declamare anche le verità più sgradite ai potenti, sicuri di poter  sgattaiolare in ogni momento tra i vicoletti dell’attiguo quartiere di ‘albergherìa’ detto così  perché poteva essere di rifugio per chiunque. Quindi Giordano ha recitato la sua opera in modo teatrale, a guisa proprio d’un cantastorie, con l’accompagnamento d’una chitarra.

Il primo premio è stato consegnato a Umberto Vicaretti di Luco dei Marsi (AQ) autore di “Ma noi ti aspettiamo”, poesia “ispirata nel contenuto e originale nella forma” come riporta il verbale della giuria di valutazione presieduta dal poeta  corenese prof. Tommaso Lisi. Vicaretti ha insistito sulla importanza di trasmettere alle nuove generazioni le idealità rappresentate dai due magistrati Falcone e Borsellino: “Dobbiamo insegnare ai giovani a opporsi alla ingiustizia, all’illegalità, al malaffare, alla malapolitica“. “Certo -ha aggiunto- è difficile dire ai giovani di essere corretti se poi un cattivo esempio ci viene da chi ci governa, da chi qualifica di eroismo persone che eroi non sono“.

Tra le autorità presenti, il Sindaco di Coreno Ausonio Domenico Corte e il Presidente del Consiglio della Regione Lazio On. Mario Abbruzzese, il quale ha lodato la virtuosa iniziativa culturale di un piccolo comune promettendo di non far mancare il suo sostegno anche alla prossima edizione. Le tre poesie premiate, assieme alle altre 22 prescelte come finaliste, sono state pubblicate in una piccola antologia distribuita gratuitamente.

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Aspettando “Zio Peppuccio” e tutti gli altri…

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Ieri pomeriggio nella piazza Umberto I di Coreno Ausonio (Fr), a un anno di distanza dalla sua misteriosa scomparsa, si è tenuto un incontro pubblico in ricordo di Giuseppe Ruggiero (dai compaesani chiamato “Zì Peppucciu”). La circostanza ha visto la partecipazione dell’ associazione “Penelope” e di familiari di persone scomparse nella capitale e nella provincia di Frosinone, oltre che di associazioni di protezione civile, autorità civili e militari (in testa alla folta platea il Capitano della compagnia Carabinieri di Pontecorvo).

Giuseppe Ruggiero è stato visto per l’ultima volta, a bordo della sua storica motocicletta, alle ore 14.30 del 15 maggio 2011 lungo la strada  che porta al pianoro di Valleaurea, una località montana tra i comuni di Coreno, Vallemaio, Castelforte. Nell’area erano presenti quel giorno non poche persone: si svolgeva infatti l’annuale manifestazione per la pace presso gli stessi luoghi ove nel 1944 insisteva la linea Gustav. Sembra che l’anziano ottantatreenne avesse intenzione di recarsi proprio presso un manufatto preparato da reduci della guerra a ricordo dei sanguinosi combattimenti, oppure presso un terreno di sua proprietà. In ogni caso si trattava di zone che Zì Peppucciu conosceva molto bene sin dalla sua giovinezza. Poi, come racconta il figlio Tonino Ruggiero, più nulla: “di papà non abbiamo trovato nulla, a parte la moto parcheggiata in un posto quasi nascosto”. Quel giorno il clima era stato caldo e assolato. Ma verso il tramonto era scesa una insolita nebbia, molto fitta. Nella notte è seguito un violento temporale. Così in quelle prime ore dalla scomparsa si era pensato di dover soccorrere una persona in difficoltà (peraltro un po’ claudicante), sorpresa dal maltempo improvviso.

Le ricerche sono continuate intensamente per molti giorni, grazie anche all’intervento di numerose squadre di volontari che sono arrivate da tutto il Lazio. Sono state effettuate pure diverse ricognizioni con elicotteri. “Abbiamo esplorato tutti i canaloni, gli anfratti, i rifugi dei pastori, le cavità naturali, i pozzi (che sono stati dragati) e ogni zona sospetta. Di papà nessuna traccia” -ha ricordato amaramente Tonino- “non riusciamo a capire come possa essersi smarrito o come non sia stato più capace di tornare indietro….” “Ovunque lui si trova può stare tranquillo che non ci arrendiamo finché non avremo una risposta su quello che è accaduto. Non ci rassegneremo. Le notti sono lunghe. La vita è rimasta sospesa in aria. Un lutto si rielabora, una scomparsa no. Si muore ogni giorno un poco. Faccio un appello alle istituzioni perché si faccia quello sforzo superiore che richiede il caso.

Secondo una convinzione diffusasi tra persone che hanno partecipato attivamente alle ricerche o che hanno continuato a percorrere occasionalmente la zona ancora per molti mesi  (come i cacciatori), Giuseppe Ruggiero non può trovarsi in quei dintorni. Del resto (come si può osservare nella foto  più sopra), indossando una maglia rossa e un berretto giallo, era vestito in modo abbastanza appariscente. Comunque al fine di non lasciare nulla di intentato, il Sindaco Domenico Corte ha annunciato che grazie anche alla sensibilità del dirigente dell’area Volontariato ed Enti locali della Regione Lazio, il dott. Giovanni Ferrara, sarà effettuata a distanza di un anno una ulteriore meticolosa perlustrazione.

Pietro Orlandi, fratello di Emanuela Orlandi, la quindicenne scomparsa in Vaticano nel 1983, ha partecipato alla manifestazione assieme alla sorella Natalina, presidente dell’associazione Penelope. Ha osservato come in circostanze simili si senta dire troppo spesso l’espressione “Non ci rassegneremo“. Ospite di recente in una manifestazione organizzata dall’associazione “Libera” a Genova, si è reso conto che i familiari di vittime della mafia presenti erano circa 600-700 persone. “Ma che mondo è questo – si è chiesto Pietro con veemenza- dove la verità e la giustizia non sono i principi fondanti della società, ma sono diventati un’utopia, un sogno, un desiderio! “Noi cerchiamo nostra sorella da 29 anni. Ma l’ingiustizia non cambia di intensità neanche quando passa molto tempo. Ecco perché abbiamo programmato per il prossimo 27 maggio una mobilitazione a Roma che non riguarda solo Emanuela, ma tutta questa grande famiglia costituita dai familiari delle persone scomparse o che aspettano verità e giustizia.”

Tra gli altri hanno preso la parola anche la mamma di Francesco De Sanctis, scomparso a Roma il 05/10/2008 (si è soffermata soprattutto sugli snervanti  e grotteschi aspetti burocratici e legali); il padre della commercialista Marina Arduini, scomparsa a Frosinone il 19/02/2007 (ancora provato nelle parole come non fosse affatto trascorso un lustro); la sorella di Mirella Gregori, scomparsa a Roma il 7/05/1983; il padre della studentessa Serena Mollicone, scomparsa ad Arce il 1/06/2001 e poi ritrovata uccisa. Guglielmo Mollicone ha lodato l’impegno dei magistrati e delle forze dell’ordine, ma ha anche pubblicamente denunciato come all’inizio sia stato particolarmente difficile scontrarsi contro un muro di gomma a causa delle complicità che allora sarebbero state nascoste nelle stesse istituzioni locali. Invitato sul podio dal moderatore Erasmo Di Vito, ha preso la parola anche Fiore De Rienzo, uno dei volti più noti  della redazione televisiva di “Chi l’ha visto?”. Il giornalista ha rivendicato l’importanza di un lavoro intrapreso nel 1989 e che già a partire dal primo caso trattato ha dimostrato di non essere una mera “tv del dolore”, ma un aiuto e una speranza per chi è andato oltre il dolore ed è forse in preda alla disperazione.

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Sugli alberi di Coreno (Fr)

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Una parte considerevole del territorio di Coreno Ausonio, come è noto, è stata sacrificata  all’estrazione della pietra. Oggi ci ritroviamo enormi e sterili voragini laddove un tempo, tra le rocce e le “thateme” affioranti,  c’erano anche boschi verdeggianti ricchi di fauna, prati e siepi di valli fertili e rugiadose.  L’acqua un tempo limpida, affiora oggi schiumosa tra i massi delle discariche di inerti che hanno travolto i torrenti avventizi. Eppure, nonostante questo disastro ecologico, la natura ancora resiste intorno al nostro abitato, ad esempio con le querce che, fra sassi e “stramma(ampelodesma tenax), si abbarbicano tenacemente ovunque sia possibile.

Come osserva la scrittrice Susanna Tamaro, l’albero se ne sta sempre lì dove è nato: mite, quieto, senza poter influire su nessuna delle cose da cui dipende la sua sopravvivenza, in balia -senza potersi spostare- di tutto quello che gli accadrà intorno durante la sua lunga vita. Ma l’albero che punteggia il costone pietroso del nostro territorio non è lo stesso che possiamo trovare nelle pianure ciociare o in altre sconfinate foreste d’Italia e d’Europa. Gli alberi del nostro paese sono combattenti, pionieri che lottano contro la povertà del suolo, i forti venti dell’inverno, la calura, la siccità (a volte le fiamme) della durevole estate mediterranea. In questa lotta per la sussistenza, le nostre querce non lasciano trapelare nulla del loro sforzo, se  non la grazia delle loro fronde appena coriacee o dei rami robusti e rugosi dove, cacciatori permettendo, si posano talvolta degli uccelli a ispezionarne i dintorni. Purtroppo, motosega alla mano, capita che per una infornata di legna o una manciata di euro, ce se ne infischi della maestà di piante centenarie o quasi.

La legna è una risorsa utile e preziosa. Piacevole per tanti aspetti, dal profumo che emana allo spacco, al bagliore, allo scoppietìo che genera mentre brucia, al calore e alla serenità che diffonde, come poche altre cose, in un focolare di casa. Soprattutto la legna è una risorsa rinnovabile. Le piante assorbono l’energia del sole per le loro funzioni vitali e ne immagazzinano una piccola quantità (circa il 4%) nei tessuti legnosi. Facciamone pure buon uso. Di recente il Comune è intervenuto per amministrare meglio la pratica del taglio boschivo e anche la Forestale sembra avere una maggiore attenzione a riguardo. Ma la Legge interviene goffamente, in modo inutilmente severo oppure superficialmente indulgente. Neanche si può confidare nella deontologia professionale degli operatori del settore che nel passato come nel presente hanno mostrato una scarsissima sensibilità per le implicazioni ambientali del loro lavoro. Nel territorio di Coreno sono stati abbattuti quasi tutti gli alberi più antichi e persino alcuni che erano più che maestosi: monumentali. Quindi è soprattutto  la mentalità di noi singoli e la coscienza di noi cittadini che deve funzionare.

Quando tagliamo degli alberi per farne legna preoccupiamoci di lasciare sempre un sufficiente numero di esemplari grandi che possano da un lato proteggere la crescita degli individui più giovani e dall’altro continuare a preservare l’ecosistema della zona. Inoltre valutiamo l’effetto del taglio in base alla fecondità del suolo e allo stato naturale nei dintorni, con un riguardo particolare per l’impatto idrogeologico. Non sempre è evidente il costo economico del rischio idrogeologico, ma di recente sono state abbattute persino delle querce che insistevano su una scarpata stradale di cui erano noti i lunghi e dispendiosi lavori di stabilizzazione effettuati dalla XIX Comunità Montana.

Un aspetto importante è costituito dall’effetto dell’abbattimento sul microclima e sul paesaggio. E fin troppo facile ed economico abbattere degli alberi quando si trovano ai margini di una strada carrabile. Fin troppo. Ma son proprio questi gli alberi che di solito hanno il valore storico-paesaggistico maggiore per la nostra collettività e che contribuiscono a rendere il nostro paese un luogo gradevole e bello in cui vivere! Non solo per chi risiede stabilmente a Coreno, ma anche per i villeggianti e per coloro che vengono a visitarlo occasionalmente. Pensiamo a quanto le comitive di podisti o cicloamatori possano apprezzare la presenza della vegetazione spontanea lungo le strade di accesso al paese e lungo quelle di montagna. E’ appena il caso di dire, mentre si riduce inesorabilmente il numero degli occupati dell’industria estrattiva, che in ambito locale il turismo avrà un peso sempre più determinante sul mantenimento e sulla creazione di posti di lavoro.

Gli alberi migliorano il clima locale attenuando gli eccessi del troppo caldo, del troppo freddo, regolando l’umidità, affievolendo i venti forti, ripulendo l’aria, favorendo le precipitazioni. Ma gli alberi sono importanti anche per contrastare gli sconvolgimenti climatici che stanno avvenendo su scala globale a causa dell’inquinamento e dell’avidità devastatrice di tante attività umane. Nel corno d’Africa è in corso una delle siccità più dure dell’ultimo secolo. Probabilmente abbiamo la sensazione di poter fare poco per alleviare la sofferenza di simili persone, divisi dalla distanza e da un mare di corruzione. Ma forse, soprattutto se fortunatamente non ci troviamo in particolari difficoltà economiche, nel nostro piccolo possiamo cominciare con l’avere maggiore premura per l’ambiente e per gli alberi vicini a noi, preoccupandoci di rendere più ospitale il paese in cui abitiamo, avendo cura della terra sulla quale viviamo, cercando non solo la piccola speculazione personale, ma un po’ il bene anche degli altri.

[Articolo pubblicato sul N. 100 de “La Serra”, trimestrale di vita corenese, il 31/03/12]

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