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Sicurezza stradale

Strada Regionale 630: “arraffi” chi può…

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La SR 630 “Ausonia” è un’arteria stradale di circa 32 chilometri che collega la città di Cassino (Fr) alla città di Formia (Lt) e che mette in comunicazione una vasta area dell’entroterra ciociaro con il litorale pontino del golfo di Gaeta. Il tracciato attraversa in modo sinuoso un’impervia gola tra i monti Aurunci Occidentali e gli Aurunci Orientali, ma aldilà di questa sella che separa due zone dalla diversa fortuna climatica, il rilevato stradale si distende per lo più in modo pianeggiante, guardando da lontano i centri storici dei paesini che da secoli si abbarbicano sulle cime e sulle pendici delle colline circostanti.

E’ stata la strada dello sviluppo economico italiano degli anni ’60: facilitava  finalmente gli scambi e i trasporti, consentiva un rapido collegamento con l’Autostrada Roma-Napoli (1962), avvicinava lo svago del litorale pontino e il turismo storico-religioso dell’Abbazia di Montecassino, in seguito anche il lavoro presso lo stabilimento Fiat di Piedimonte (1972) e l’alta formazione presso l’Università degli studi di Cassino (1979). Moltissimi, troppi sarebbero morti su quell’asfalto dove si sorpassava con auto malferme e si sfrecciava su potenti motociclette senza usare il casco. Il nostro Paese cominciava a progredire anche così.

L’asse viario appena realizzato aveva un bacino d’utenza di centinaia di migliaia di abitanti e costituiva anche un passaggio obbligato tra la via Casilina (SS 6) e la via Appia (SS 7), tra l’entroterra e il litorale del basso Lazio. Intercettare questo flusso di merci e persone appariva invitante. Così, col beneplacito delle municipalità interessate, intorno alla nuova statale si è consumata una colonizzazione urbanistica “selvaggia”: lungo il suo percorso si son moltiplicate case, negozi e altre remunerative attività. Ai cavalcavia che erano stati regolarmente previsti per consentire lo smistamento sicuro del traffico  senza compromettere la fluidità dello scorrimento principale, si sono aggiunte a poco a poco centinaia di intersezioni a raso. L’egoismo speculativo di pochi ha via via danneggiato una risorsa pubblica, un bene che era stato realizzato con le tasse di tutti, a beneficio di tutti.

Da anni al danno si aggiunge la beffa. Le stesse amministrazioni che a lungo hanno assecondato uno scempio non solo etico e logistico, ma in qualche misura anche paesaggistico, ora intervengono tempestando la strada di rilevatori di velocità. Uno dei comuni storicamente più aggressivi sotto questo aspetto è quello di Pignataro Interamna. Di recente alle diverse postazioni fisse e mobili si è aggiunta una pattuglia munita di una pistola laser per il rilevamento telemetrico della velocità. Secondo quello che si è appreso dalla stampa locale, quest’attività lucrativa avrebbe fruttato somme esorbitanti al piccolo comune (2600 abitanti) che in parte sarebbero state distribuite, a mo’ di premio, agli stessi vigili urbani. Forse non è un caso che il Sindaco sia stato rieletto di recente con percentuali di voto bulgare (89,9%). L’accanimento di Pignataro contro gli automobilisti (di altri comuni) è tale che la missione di colpire tutti i veicoli che superano i 70 km/h meriterebbe di essere inserita tra i princìpi cardini del proprio statuto comunale e citata magari con un motto latino sullo stemma. [In realtà di recente, col pretesto di un “centro abitato” inesistente, per un buon tratto il limite è stato ulteriormente abbassato a soli 50 km/h, ndr.]

Diversi autovelox fissi, invero su tratti con limiti di velocità ragionevoli, sono stati installati da tempo anche dai comuni di Formia e di Minturno.  Quest’ultimo, da parte sua, ne ha installato uno poco distante da quelli formiani, in corrispondenza dell’unico breve tratto curvilineo che invaderebbe solo di poco il proprio territorio. Un caso simile  è quello di Esperia, comune dalla vasta estensione territoriale (109 km2), con un centro abitato di sole quattro migliaia di abitanti distribuito a diversi chilometri di distanza dalla SR 630… E purtuttavia anche Esperia ha sentito improvvisamente l’esigenza dell’installazione di un autovelox. Anche qui il limite di velocità previsto è ragionevole, ma non si capisce tale premura per la sicurezza in uno dei pochi tratti ancora naturalisticamente integri e sgombri da attività antropiche. Un autovelox fisso (inizialmente erano due) è stato attivato da diversi anni anche dal comune di Ausonia (2600 abitanti). Sulle prime l’iniziativa aveva il sapore della vera e propria “gabola” perché su un viadotto privo di entrate laterali,  era  stato contestualmente abbassato a 60 km/h il limite di velocità originario di 90 km/h. Pare si temesse che l’installazione non sarebbe risultata altrimenti abbastanza “redditizia”. (In seguito tale limite è stato portato a 70 km/h.)

Spigno Saturnia (2900 abitanti) è stato il primo comune della zona a sperimentare i “velo-ok“, una sorta di evoluzione stradale del gioco d’azzardo: una serie di colonnine arancioni, disposte in successione e in modo sufficientemente ravvicinato, fra le quali solo una sarebbe di volta in volta equipaggiata per il rilevamento delle infrazioni di velocità. Pare che l’impiego di tali dispositivi non abbia solide basi giuridiche e che le eventuali sanzioni comminate in assenza di pattuglia siano facilmente impugnabili. Nondimeno il sistema, usato con discernimento e la parsimonia che non sembra avere avuto Spigno, si rivela efficace sia nel rendere il traffico sicuro e ordinato, sia nell’educare gli automobilisti a viaggiare a velocità costante senza sopravanzarsi. Spigno è stato seguito a ruota dal comune di Castelnuovo Parano (900 abitanti) che però nel suo territorio può vantare dei limiti di velocità risibili. A Castelnuovo non ci si è limitati ad impiantare i dissuasori in prossimità del solo breve tratto piuttosto densamente abitato, ma si è pensato bene di rallentare le auto fino a velocità di soli 40-50 km/h da mezzo chilometro prima a mezzo chilometro dopo. Del resto, se l’intento è far cassa, è proprio in “periferia” che di solito si riesce a cogliere in fallo qualche automobilista distratto.

Si esagera. La sicurezza è un valore, nulla da eccepire. Ma si comincia a toccare il fondo e a oltrepassare il ridicolo. Ormai i tempi medi di percorrenza della Cassino-Formia (almeno per chi non è un faccendiere, un camorrista o un politico con l’auto blu) son ritornati quelli degli anni ’50 o quasi. Eppure le automobili di oggi son progettate per viaggiare a circa 80 km/h. A questa velocità consumano meno ed inquinano meno. Ma abbiamo dimenticato a cosa servono le strade e perso di vista l’utilità collettiva. Può essere comprensibile che singole amministrazioni locali, quando sono contraddistinte da scarsa lungimiranza e mediocre senso dello Stato, rimangono in balìa delle proprie convenienze barbìne. Ma le altre istituzioni coinvolte, la Regione, i Prefetti… Che cosa fanno? Nella situazione di difficoltà economica che sta vivendo la nostra nazione, la filosofia del “si salvi chi può” (fregando il prossimo) evoca quella strofa del Canto degli Italiani che recita: “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”.

La SR 630 Cassino-Formia non appartiene a Castelnuovo, non appartiene a Spigno, non appartiene a Formia, non appartiene ad Esperia, non appartiene a Minturno, non appartiene neanche a Pignataro. La SR 630 appartiene a 60.626.442 italiani. Non è un giocattolo che comuni più o meno insignificanti (magari male amministrati per altri versi) possano utilizzare per rimpinguare le casse o acquistare un facile consenso con i propri elettori. Nello spirito con cui è stata concepita e realizzata, la SR 630 è una delle infrastrutture che serve a questo Paese perché la nostra economia possa competere con quella di altre nazioni; una risorsa pubblica che ogni giorno utilizzano decine di migliaia di cittadini che non si spostano per divertimento, quanto per studiare, lavorare e contribuire in vario modo anche al bene della collettività.

[Articolo apparso anche sul quotidiano “L’Inchiesta” il 08/01/2013] 

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Marciapiedi a Coreno (anno 2009)

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I marciapiedi a Coreno, nell’anno 2009, sono ancora una conquista. Basti pensare che nel passato, in attesa di completarli, almeno lungo alcune vie erano stati installati solo i cigli in marmo. Era molto divertente camminarci sopra a mo’ di equilibrista. Poi un anno fa li hanno tolti del tutto e hanno asfaltato l’intera sede della strada. Decisione saggia, poco da eccepire. Però anche un’ammissione di sconfitta da parte degli amministratori che, in oltre 20 anni (sic!), non sono riusciti a terminare il lavoro e alfine si sono arresi.
In queste settimane e in questi giorni in particolare, i politici locali sono presi soprattutto dalle trattative e dalle confabulazioni per la costituzione delle liste da presentare alle prossime elezioni municipali. Eppure proprio in questo periodo qualcosa di positivo si sta facendo. In attesa che arrivi l’ADSL, a Coreno Ausonio stanno arrivando… i marciapiedi. Proprio quelli che il codice definisce “parte della strada, esterna alla carreggiata, rialzata o altrimenti delimitata e protetta, destinata ai pedoni“. Lode, almeno in questo, all’amministrazione uscente. Per la sicurezza stradale, un segno di civiltà anche la costruzione di dissuasori in elegante pietra bianca. Per una volta superiamo pure il vicino comune di Ausonia (tié) che quattro anni fa ne aveva fatti installare alcuni di plastica nera.

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Allargare le strade e separare le corsie

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Non bisogna criminalizzare né le auto potenti, né la velocità in se stessa. Un’auto potente ha diversi vantaggi in termini di sicurezza (stabilità, ridotti tempi di sorpasso o di frenata). La velocità poi è la conquista dei tempi moderni. A volte sembriamo dimenticare che se il mondo di oggi produce più di 40 anni fa è anche perché… va più veloce. E allora quello che serve, è qualcosa di più lungo e faticoso delle leggi esageratamente punitive già in vigore. Occorre una cultura della legalità e della sicurezza che deve interessare innanzitutto chi ci governa e ci amministra. Mi sembra evidente che gran parte delle strade italiane sono affidate a raccomandati incompetenti, forse anche perché si è ritenuto finora che la loro gestione fosse una cosa relativamente semplice. Lo tradisce la segnaletica, che non dovrebbe essere per le autorità né un modo per lavarsi le mani da eventuali incidenti, né tantomeno un mezzo per battere cassa, come accade sempre più frequentemente.

Di certo in Italia occorre investire massicciamente nelle infrastrutture. Quanti muoiono schiantandosi su un albero? Forse basterebbe un guardrail. Per i pedoni spesso è sufficiente un marciapiede protetto o una pista ciclabile, un sottopassaggio o un attraversamento meglio illuminato. L’incidente più devastante è quello frontale. Per azzerare (quasi) i morti di molte strade basterebbe spesso solo allargare leggermente la carreggiata e separare i due sensi di marcia. Piccoli provvedimenti, da fare su centinaia di migliaia di chilometri di strade, costosi e poco percepibili dai cittadini, almeno nel breve periodo. Elettoralmente è più pagante promettere il Ponte di Messina, e anzi tagliare i fondi per la manutenzione delle strade extraurbane (come ha fatto questo governo) per coprire l’abolizione dell’ICI. Chi se ne accorge?

[Pubblicato sulla rubrica Italians di Beppe Severgnini il 21/12/2008 http://www.corriere.it/solferino/severgnini/08-12-21/08.spm].

Pil e viabilità

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Caro Beppe,
In Italia abbiamo bisogno di piccole rivoluzioni copernicane nel modo di concepire la vita pubblica e lo stesso sistema Paese. E’ normale nel nostro Paese che strade di grande comunicazione vengano bloccate totalmente (o più spesso parzialmente) per lavori di manutenzione anche banali. In un paese civile i lavori su arterie di importante comunicazione andrebbero effettuati solo di notte o nei giorni festivi. Gli operai andrebbero pagati il doppio o il quadruplo se necessario, ma dovrebbero operare nelle ore in cui il traffico veicolare è più scarso, quando l’intervento comporta minori danni per l’economia e minore disagio per i cittadini. Non si possono bloccare impunemente (come accade) migliaia di persone: automobilisti, camionisti, furgoni di artigiani, Tir internazionali, commessi viaggiatori, gente che lavora ma anche autobus di turisti o di studenti. Solo perché c’è da installare qualche segnale stradale o magari togliere anche solo delle erbacce tra il guard rail. Spreco di tempo, consumo di carburante dei motori fermi in moto con relativo inquinamento gratuito. Quante situazioni come queste si consumano ogni giorno nelle province della nostra Italia? Dagli stessi comizi elettorali è emerso che i problemi di viabilità costano all’Italia circa il 4% di PIL in più rispetto agli altri Paesi occidentali. Eppure il tema dell’apertura notturna dei cantieri, che coinvolge aspetti di efficienza e di cultura del lavoro, nonché di civiltà e rispetto del prossimo, sembra del tutto ignorato.

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Cantiere stradale sulla Cassino-Formia

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Da diversi giorni sulla strada Cassino-Formia (statale 630) sono in corso dei lavori in prossimità dello svincolo per San Giorgio a Liri. I lavori riguardano la manutenzione di un cavalcavia che attraversa la carreggiata. In effetti dalle travate del ponte cominciavano a fuoriscire gli elementi in ferro che ne costituiscono l’armatura.
Tipico caso di corrosione del calcestruzzo: il ferro interno al calcestruzzo “arruginisce” (più propriamente si ossida) e si ha la formazione di composti idrati di ferro che occupano un volume fino a 6 volte maggiore quello iniziale. La dilatazione che ne deriva fa saltare lo strato superficiale di cemento e la corrosione prosegue poi all’interno dell’armatura metallica più insidiosa e veloce.

Per ovviare al problema sembra che i lavori si stiano limitando a una sorta di ri-intonacatura esterna. Insomma, quasi solo un’operazione di… facciata! Ma non è l’aspetto tecnico che qui ci interessa. L’aspetto importante (e sconfortante) è un altro. Per una intonacatura -o anche poco più che sia- non si esita a bloccare una corsia di una strada extraurbana di grandissima comunicazione come quella tra Cassino e Formia, importantissima per i collegamenti tra le province di Latina e Frosinone nella loro parte più meridionale. Da giorni gli automobilisti sono costretti a lunghe code a causa del transito a senso unico alternato.

Aldilà della circostanza particolare, bisogna dire che il blocco parziale di una strada per effettuare lavori (a volte anche banali) è una situazione piuttosto frequente in Italia. Manca nella nostra nazione una cultura dell’efficienza e del lavoro. Forse anche di più. Ci manca la cultura del rispetto per il prossimo.

C’è da rifletterci. Noi italiani tendiamo a “sopportare” tutto, ma se nel nostro Paese stiamo come stiamo è anche per cose simili, apparentemente marginali o meno evidenti. Tutte le nostre inefficienze (siano dovute a negligenze di chi comanda e dirige o a particolarismi di corporazione o categoria) le paghiamo care e le paghiamo tutte.
La verità è semplicemente questa, che in un paese civile i lavori su strade importanti si effettuano di notte. Gli operai vanno pagati il doppio, il quadruplo se necessario, ma devono operare nelle ore in cui il traffico veicolare è scarso. Non si possono bloccare impunemente migliaia e migliaia di persone, automobilisti, camion, furgoni di artigiani, tir internazionali, commessi viaggiatori, autobus di turisti o studenti, gente che lavora… Solo perché quattro omini in tuta arancione devono riverniciare una ringhiera o magari togliere le erbacce tra il guard rail. Spreco di tempo, consumo di carburante dei motori fermi in moto, inquinamento gratuito…

In questi giorni di campagna elettorale non dovremmo farci lusingare dai bonus bebé o dall’abolizione dell’ICI. Sono cavolate. In Italia abbiamo bisogno di rivoluzioni copernicane nel modo di concepire la vita pubblica e il Sistema Paese, in definitiva di provvedimenti simili a questo: i cantieri stradali aperti solo di notte!

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Revisione strada per strada dei limiti di velocità

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Caro Beppe,
siamo così abituati alle illegalità che abbiamo perso a volte persino la capacità di ragionare sulle regole. Tra gli indizi più ingenui di questa difficoltà: il Ministro che pensa di aumentare la sicurezza stradale riducendo i limiti a 120 Km/h o il poliziotto municipale che si chiede perché ci si scagli contro gli autovelox se si desidera una maggiore sicurezza. Abbiamo quasi dimenticato a che servono le leggi o a che servono le strade. Abbiamo dimenticato ad esempio che la stragrande maggioranza degli automobilisti percorre le strade italiane non per “hobby”, ma per motivi di studio o di lavoro, alfine per pagare quelle tasse che consentono poi profumati emolumenti sia per il Ministro che per il Vigile urbano. La verità è che le sanzioni per le infrazioni stradali sono troppo alte, in contrasto peraltro con limiti spesse volte troppo stretti. Il caso citato da l’Italian Rivetti (7 marzo), di un poliziotto che perdona il “paesano” che corre a 200 all’ora, potrebbe tradire proprio questo: le sanzioni previste sono così gravi che per non “rovinare” un malcapitato si è tentati di chiudere l’occhio.

Non mi sembra comunque sia frequente il lasciar correre. Piuttosto le sanzioni elevate potrebbero essere tra i motivi che giustificano (perversamente) controlli più sporadici. Chi se ne infischia di questo sono di solito i Comuni, con i loro remuneranti autovelox comunali. Permettimi Beppe di proporre una sorta di capovolgimento copernicano. Non è sbagliato che il Vigile urbano si metta su una strada deserta dietro un limite di 50 km/h. E’ sbagliato che ci sia il limite di 50 km/h. E’ bizzarro che nessuna riforma abbia previsto un programma metodico di revisione strada per strada per rendere la segnaletica più chiara, congrua e coerente. Per la sicurezza è controproducente chiedere accelerazioni e decelerazioni. Sarebbe invece importante che le strade fossero pensate per essere fruite ad una velocità stabile per lunghi tratti, velocità che di rado, sulle vie extraurbane può essere di soli 50 km/h. I controlli potrebbero essere in realtà “liberi”, chiunque voglia farli e per qualsiasi motivo. Invece noi nella nostra “perversità” italiana pensiamo l’opposto. Non chiediamo il diritto ad una segnaletica sensata, ma il diritto di sapere dove e quando verrà posizionato il prossimo autovelox davanti a noi. Saluto con cordialità.

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Traffico- i posti di blocco

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In Italia i controlli sul traffico si esercitano prevalentemente con i posti di blocco. Le peggiori è più pericolose infrazioni, come i sorpassi in curva e la mancanza della distanza di sicurezza, si possono rilevare però solo in corsa, con un veicolo di controllo in movimento. Questo richiederebbe che le forze dell’ordine agissero con furbizia e magari in borghese.

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Patente a punti: altri paradossi

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Caro Beppe,
dal 1° luglio la stragrande maggioranza degli automobilisti avra’ due punti in più sulla patente. “Un premio agli automobilisti virtuosi” precisano molti giornalisti con una soddisfazione pari solo alla superficialità. In realtà questi punti di abbuono saranno troppo spesso un premio agli automobilisti scaltri oppure una gratifica per chi guida poco e per strade di cui conosce bene la modalità di eventuali controlli. L’idea di premiare i “virtuosi” è davvero encomiabile, ma è il contesto che non funziona. I punti non andranno “a quelli che non hanno commesso infrazioni”, ma semplicemente a quelli… che non sono stati beccati. Ciascuno di noi alla guida di un’auto può constatare che in Italia le infrazioni al codice della strada sono così comuni da diventare “croniche”, ad esempio quando la segnaletica è velleitaria o inappropriata. I verbali di infrazione sono molti molti meno delle infrazioni stesse. Così pochi che io non li riterrei attendibili neanche a fini statistici, come fanno periodicamente ancora una volta i giornalisti. Il legislatore italiano ha sempre preferito la sanzione elevata alla sanzione frequente, l’effetto terroristico rispetto a quello educativo. Così i furbi riescono spesso a farla franca. Chi ha trovato il modo di addebitare ad altri i punti persi oppure ha cercato informazioni o “conoscenze” riparatrici, dal 1° luglio si ritroverà tranquillamente premiato. La beffa è che l’attuale legge esclude per sempre da questa forma di premio coloro che hanno avuto comminata anche una sola sanzione. Chi non ha trovato scappatoie o non ha fatto ricorsi rimane penalizzato (anche per una sola multa) vita natural durante. Mi sembra molto poco educativo questo. Paradossalmente, proprio per la singolarità strutturale dell’Italia cui ho accennato, chi ha subito delle sanzioni molto spesso ha ancora più diritto ai reintegri per buona condotta di chi non ne ha avute punto. In un certo senso, diversamente da chi magari non usa la sua patente oppure è avvezzo a trovare scappatoie, chi ha pagato una multa è uno che usa davvero l’auto e che ha accettato le “regole del gioco”, che poi sono anche quelle, almeno per la guida in strada, della convivenza civile.
Cordialmente,

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Esempi diseducativi

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Caro Beppe,
il signor Toni Muzi Falconi (13 ottobre) in relazione alle pubblicità etiche dello Stato sembra dire che se le campagne di sensibilizzazione hanno una fonte poco credibile, piuttosto che essere approssimativi, è meglio non farle. Questo è un pensiero tutt’altro che superficiale. Probabilmente gran parte del disordine con cui va avanti l’Italia deriva dalla scarsa credibilità, nonché dalla mancanza dell’esempio, di chi dovrebbe governare, dirigere o controllare.

Basta pensare alla segnaletica stradale. L’automobilista non ha fiducia che i divieti delle strade siano stati il frutto di uno studio attento del problema di sicurezza. Probabilmente pensa che siano solo un modo, da parte delle competenti autorità, di mettersi al riparo giuridicamente in caso di sciagure. D’altra parte neanche le forze dell’ordine ci credono. Proprio stamani andavo a 80 Km/h su una strada che aveva il limite di 70. Una pattuglia di carabinieri mi sorpassa a 90 Km/h èeprosegue alla stessa maniera anche quando – poco innanzi – la statale attraversa un piccolo centro abitato con limite segnalato di 50 Km/h. Di recente ho visto su una rivista una foto del ministro Lunardi sorpreso alla guida senza cinture. Anche non dubitando che lui, con la sua intelligenza, abbia messo troppo in pericolo la propria incolumità, resta il fatto che un cittadino con la sua carica dovrebbe preoccuparsi di essere d’esempio anche se si sposta in auto per poche centinaia di metri.

Ora, a proposito di campagne di sensibilizzazione che rischiano d’essere approssimative, proprio il ministro Lunardi vorrebbe utilizzare degli spot con immagini scioccanti di incidenti stradali. Secondo me simili pubblicità potrebbero essere solo un macabro supplizio per chi già si ritiene prudente. Infatti è noto che i più giovani sono eccitati dal rischio e che molte persone tendono a compiacersi, quasi morbosamente, delle immagini truculente senza per questo assimilarne necessariamente eventuali fini educativi. La saluto cordialmente.

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Patente a punti: effetto scemato

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Caro Beppe,
circa un anno in un mio intervento mi dichiaravo scettico sulla reale efficacia della patente a punti. Mi chiedevo se ci si poteva aspettare che uno schieramento politico che basava il suo consenso – più che sulla voglia di libertà – su quella di “libertinaggio”, poteva realmente voler mettere gli italiani in riga almeno sulle strade. In seguito invece le statistiche sono state confortanti oltre le migliori aspettative dello stesso governo. E’ stata incredibile la forza dei mezzi di informazione: sono riusciti in poco tempo a sensibilizzare (sia pure con la minaccia del “bastone”) un intero popolo di indolenti italiani. Tutto questo però ci ha solo dimostrato quanto può fare la politica, se solo lo vuole, sul problema della sicurezza stradale. Infatti a distanza di un anno mi accorgo al volante (e cominciano a dirlo anche le statistiche) che l’effetto “terroristico” della patente a punti è scemato.

Lo Stato ha fatto come quel cavaliere nel film “L’armata Brancaleone”, [n realtà il film era “Il soldato di ventura” sulla disfida di Barletta, ndr] come quel “Mariano da Trani” che gridava il suo nome in battaglia e tutti faceva scappare, almeno fino a quando non si scopre quanto fosse imbelle e codardo. Quindi a distanza di una anno diciamo pure a ragion veduta ciò che non osano dire neanche esponenti dell’opposizione: la patente a punti non è stata l’unica cosa buona fatta da questo governo, ma piuttosto la sua ennesima cattiva legge. Perché? Perché si è bruciata una possibilità, la possibilità di riformare seriamente il codice stradale e di applicarlo altrettanto seriamente nel lungo periodo. Si è sprecato l’effetto psicologico che l’inasprimento delle pene e il bombardamento mediatico avevano ingenerato. Non è che si possono inasprire le sanzioni ad ogni piè sospinto, anche perché ormai sono esagerate ed esorbitanti, una potenziale iattura per le famiglie dal reddito più basso.

Ultima castroneria sul patentino dei ciclomotori. Prima il ministro fa il “duro” a non dare la proroga per conseguirlo (quando solo il 10% dei ragazzi lo possiede) e poi si dice che si sarà tolleranti ai posti di blocco e che si lascerà scappare i più scaltri. Avrei preferito che il ministro avesse concesso gli altri 6 mesi che molti chiedevano, ma con la minaccia di essere ferreo ed inflessibile al termine della nuova scadenza. Quest’Italia è proprio il Paese dei furbi e forse mai abbiamo avuto una classe dirigente che meglio ci rappresenta. Saluti,

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