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Istituzioni e politica

Militari in visita lungo la linea Gustav

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Together, Further and Faster” ovvero “Insieme, più lontano e più velocemente”, questo il motto della “Headquarters Rapid Reaction Corps”, una struttura di comando specializzata in operazioni via terra cui aderiscono le forze armate di 13 nazioni dell’Unione Europea e della Nato. Il suo quartier generale si trova in una cittadella fortificata nei pressi di Lille, nel Nord della Francia, dove risiedono alcune centinaia di militari. Nella mattina di martedì 18 giugno circa 35 di essi (di nazionalità francese, belga, tedesca, spagnola, danese, inglese) hanno raggiunto la piazza di Coreno Ausonio accompagnati dai Carabinieri di Ausonia. Dopo una breve sosta in Municipio, dove una delegazione è stata accolta dal sindaco Domenico Corte, dal vice sindaco Francesco Lavalle e dall’assessore Domenico Di Bello, i militari hanno proseguito verso la montagna.

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Militare francese e la “Carta dei sentieri lungo la linea Gustav”

Nei pressi del monumento per la pace di Marinaranne i partecipanti al corso, cui erano già state fornite nozioni di tipo storico,  hanno avuto modo di constatare dal vivo l’esatta orografia del territorio. Il programma dell’esercitazione è stato somministrato in lingua inglese e ha consentito agli allievi, mappe alla mano, di ripercorrere la dinamica bellica che ha portato allo sfondamento della linea difensiva apprestata sul Garigliano e alla conquista del monte Maio. Il Sindaco e il neodelegato al turismo Gianfranco Onairda hanno salutato gli ospiti donando loro delle copie della “Carta dei sentieri lungo la linea Gustav” e del libro “Racconti di Guerra” di Gabriel Ruggiero. Alle tredici, proprio mentre dei tuoni annunciavano un imminente acquazzone, i militari sono ripartiti per Venafro (Is), dove era prevista una cerimonia. Una visita insolita, che può farci riflettere, una volta di più, su come le montagne di Coreno, associando al valore naturale-paesaggistico anche quello storico-didattico, possano attrarre persone di lingua e culture diverse.

[Articolo pubblicato sul n. 109 del trimestrale di vita e cultura corenese “La Serra”]

Militari a Marinaranne (Coreno Ausonio), nei pressi del monumento per la pace

Militari a Marinaranne (Coreno Ausonio), nei pressi del monumento per la pace

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Scuola: note a margine del TFA

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Quest’anno ho avuto modo di completare il percorso di abilitazione per l’insegnamento nelle scuole superiori chiamato “Tirocinio Formativo Attivo“. Il “TFA“, progettato nel 2008 ma introdotto solo nel 2011, ‘metteva in palio’ circa 20.000 abilitazioni nelle varie discipline insegnate nelle scuole superiori italiane. In passato erano già stati istituiti analoghi corsi di abilitazione (le “Siss”), ma ancora nel 2011 non erano pochi gli insegnanti che esercitavano grazie al solo conseguimento di una laurea. Con cadenza pluriennale gli aspiranti professori sceglievano una ventina di istituti scolastici e in seguito alla formazione di una graduatoria (stilata sulla base del voto di laurea e soprattutto del servizio già svolto) attendevano che i dirigenti scolastici li convocassero per un incarico annuale o per supplenze di breve periodo. Un meccanismo grossolano, ma in fondo abbastanza efficiente e non privo di meritocrazia. Tendeva a premiare chi era disposto a spostarsi stabilmente in province più favorevoli dal punto di vista occupazionale, situate in genere nel Nord italia.

Scritta murale sulla precarietà del lavoro.

Scritta murale nei pressi dell’Università Roma Tre.

Nel luglio 2012 cominciano le prove selettive per l’accesso al TFA. In tutta Italia le domande inoltrate sono 179.982. Ai quiz partecipano 115.553 candidati. Io sostengo le selezioni per la classe A020 (Discipline meccaniche e Tecnologia) presso l’Università Roma Tre. I posti disponibili sono 40, i candidati 79.  Superiamo la prova in 23. Qualcosa di simile avviene in tutta Italia: in quasi tutte le classi di insegnamento il test preparato dagli “esperti” del ministero aveva “decimato” i partecipanti e promosso meno persone di quanti fossero i posti disponibili. Sotto la pressione incalzante dei sindacati italiani, (ai quali del merito e della professionalità della categoria non ha mai importato più di tanto) e con il pretesto (sia pure fondato) che i test contenevano qualche errore, il ministero decide di abbuonare buona parte dei quesiti. Così gli ammessi alle prove successive passano da 26.626 a 46.686. Comunque, alla fine di tutte le selezioni potranno iscriversi al TFA circa 11.000 candidati.

Biglietti metrebus Lazio

Biglietti metrebus Lazio

Le prime lezioni organizzate dalle Università cominciano verso la fine dell’anno 2012. Per l’iscrizione al corso TFA era prevista una tassa di circa 2.500 Euro. In un momento di difficoltà finanziaria, a molti è sembrato l’ennesimo balzello escogitato per carpire soldi ai cittadini. In effetti equivaleva a richiedere, a mo’ di “pizzo”, un paio di mensilità del futuro stipendio. Ma la maggior parte dei partecipanti ha dovuto aggiungere costi e disagi maggiori: spostarsi per decine o centinaia di chilometri in auto o con mezzi pubblici, conciliare impegni di famiglia o di lavoro, rinunciare talvolta ad altre opportunità. Del resto alcune regole erano rigide: un numero di ore di corso esorbitante (circa 500) e la presenza obbligatoria (almeno per chi non aveva già alle spalle una buona carriera). Inoltre una circolare ministeriale invitava a terminare il percorso formativo in pochi mesi, entro la fine dell’anno scolastico.

Per quanto riguarda la didattica svolta, a noi che eravamo tutti ingegneri meccanici, non di rado è stata propinata per lo più una serie di dimostrazioni analitiche, in modo non molto dissimile da quanto è già avvenuto durante i più lunghi studi universitari. Peraltro tra le materie riprese neanche figuravano quelle che si insegnano a scuola nell’ambito della classe A020 (come Disegno, Tecnologia, Progettazione, Sistemi). Invero è stato stimolante ritornare un po’ ai tempi della formazione universitaria e ripassare argomenti familiari. Inoltre è sempre un privilegio poter interagire con persone più colte, intelligenti e preparate. Era uno dei motivi per iscriversi al TFA. Ma fino a che punto ne valeva la pena?

In compenso le materie attinenti alla pedagogia erano totalmente nuove per la maggior parte degli iscritti di tutte le classi di ambito scientifico. Molti di noi si aspettavano che sarebbero state le lezioni più formative e utili. Invece l’Università si è limitata a rendere disponibili on line, in modo massivo, circa 800 pagine di dispense dattiloscritte contenenti quasi solo filosofia e bibliografia: una logorrea gratuita, sterile ed astratta, dove ogni tanto si poteva evidenziare qualche buona osservazione che pure c’era. Una delle cose più utili che mi è capitato di sottolineare è che fornire un eccesso di informazioni è controproducente (sic). Non sbaglio di molto se dico che il 90% di noi non ne ha letto che qualche riga, accontentandosi di imparare a memoria le risposte ai correlati test di esercitazione.

Macchina per la sagomatura di ruote dentate

Macchina per la sagomatura di ruote dentate

A causa di lentezze nelle direttive nazionali il tirocinio a scuola è cominciato in ritardo e senza un vero coordinamento con le università. I tutor avrebbero dovuto essere contattati singolarmente e coinvolti nello svolgimento di un programma semplice ed univoco. Alla fine avrebbero forse dovuto redigere una scheda da “sistema qualità”, utile magari anche alla valutazione finale. Invece per quanto riguarda il tirocinio ogni candidato si è arrangiato un po’ da sé. Meno male che non solo stiamo in Italia, ma siamo anche italiani: alla cronica disorganizzazione che viene dall’alto, si ovvia con l’elasticità, l’aiuto reciproco, la condivisione di informazioni dal basso.

A giugno era fissato l’esame finale. In quella circostanza, dopo un percorso didattico svolto in modo non impeccabile, di colpo diventò importante per i candidati sapere come articolare esattamente una specifica lezione o se per spiegare una certa unità didattica occorrevano 12 ore oppure 16. Pura astrazione! Del resto non poteva partorire qualcosa di molto diverso una classe dirigente di politici e burocrati (ma anche di professori universitari) costituita in gran parte da persone che non sono mai entrate in una scuola superiore italiana. Per trasmettere determinate informazioni ad una classe di alunni ci vogliono 10 ore oppure 60 non in base allo specifico argomento, ma in base alla determinazione dell’insegnante e all’effettivo clima che si instaura in aula, solo in parte dipendente dalle azioni e dalle capacità del docente.

Lodevole realizzazione, in un Istituto Tecnico Industriale, di una pompa ad ingranaggi

Lodevole realizzazione, in un Istituto Tecnico Industriale, di una pompa ad ingranaggi

Per mio conto ho cercato di suggerire qualche risposta. Tra le cose prioritarie da fare (almeno con l’attuale struttura educativa), ce ne sarebbero almeno due: la riduzione della numerosità delle classi e l’allontanamento degli studenti più riottosi. Di fatto, l’esatto contrario di quello che si continua a fare da decenni. Più che le singole lezioncine da svolgere o meno, sarebbe vitale trasmettere agli aspiranti insegnanti una maggiore consapevolezza della funzione sociale della scuola. Che non presenta solo aspetti etici, ma rileva dell’efficienza o del rendimento del “sistema società” nel suo complesso (come doveva comprendere tanto più chi ha fatto studi generali di ingegneria). Gli insegnanti che non fanno profondamente propria questa consapevolezza, di fronte alle prime difficoltà “ambientali”, in qualche misura si adageranno all’andazzo consolidato. E via via troveranno più interessante preoccuparsi soprattutto… dei propri diritti sindacali.

Comunque, pur con tutte le sue difficoltà e la sua debolezza organizzativa, rimane il fatto che il TFA ha consentito di abilitare, prima dell’estate, circa 11.000 insegnanti scelti tra i migliori laureati italiani. Molti si aspettavano, considerata anche la fretta di terminare in pochi mesi, che già dall’anno scolastico successivo sarebbero stati in prima fila per ricevere incarichi di lavoro più lunghi e stabili. Si illudevano. Le graduatorie saranno riviste solo per l’anno scolastico 2014-2015. Ma questa era un’inezia giustificabile. La beffa che si preparava era ben altra: il governo dei larghi inciuci dava il via ai cosidetti “Percorsi Abilitanti Speciali” (PAS). Con essi, senza numero chiuso e senza alcuna selezione, si concederà l’abilitazione a tutti coloro che dal 1999 al 2013 abbiano maturato almeno tre anni di servizio. A tutti gli effetti si tratta di una sanatoria che consegnerà la “patente” di insegnante a circa 70.000 docenti sulla base della mera dichiarazione di servizio svolto in scuole pubbliche o anche private. Come spiega il giornalista Gian Antonio Stella, “molti si riempiono la bocca di merito ma alla fine i diritti fondamentali da difendere sembrano comunque essere ancora quelli dei professori e solo dopo (molto dopo) quelli degli studenti“.

Si legga anche: Test per l’accesso all’insegnamento, 31 agosto 2012

Ex vasca navale (1927), restaurata di recente per accogliere dipartimenti di ingegneria di Roma 3

Area della vasca navale (1927), restaurata per accogliere dipartimenti di ingegneria di Roma Tre.

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Tutti a casa! O quasi (politiche 2013)

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Piazza san Giovanni, Tsunami tourIl 24 e 25 febbraio le elezioni politiche ci hanno consegnato un Parlamento diviso. La coalizione di Centrosinistra, grazie al premio elettorale, ha ottenuto la maggioranza (d’un soffio, con il 29,5%) solo alla Camera dei deputati. Nell’altro ramo del Parlamento si è prodotta invece una situazione di stallo in cui il Centrosinistra  è riuscito a guadagnare 123 seggi (con il 31,6 % dei voti), il centrodestra 117 seggi (30,7%), il Movimento Cinque Stelle 54 seggi (23,8%), la Lista Monti 19 seggi (9,1%) e altre formazioni 2 seggi.

E’ desolante che dopo aver fatto di tutto e di peggio, lasciando il Paese in una situazione di debole coesione sociale, eticamente alla deriva ed economicamente in ginocchio, il centrodestra guidato da un leader vecchio e consumato (oltre che disonesto), abbia potuto giovarsi ancora dell’adesione di quasi 1/3 degli italiani. Viene da chiedersi cos’altro avrebbe dovuto fare per meritare, se non di essere cacciato (a pedate), quantomeno di essere messo garbatamente alla porta dei palazzi istituzionali.

Folla a Roma per lo tsunami tour di Beppe GrilloSuscita invece qualche speranza il successo del Movimento Cinque Stelle.  L’exploit che l’ha portato (in 3 anni) a raggiungere 1/4 dei consensi nazionali ha sorpreso soprattutto quelle persone che non hanno una connessione internet veloce o quei politici che non conoscono la realtà quotidiana della gran parte dei cittadini. Negli ultimi anni agli italiani sono state imposte  rinunce via via più gravose. Al taglio dei servizi pubblici e dello stato sociale si è aggiunto l’aumento delle imposte dirette e indirette. Una stretta che in un periodo di eccezionale difficoltà economica come quello che stiamo vivendo, non ha causato solo uno scadimento del tenore di vita delle famiglie: ha compromesso la sopravvivenza stessa di imprese grandi e piccole e ha comportato la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Eppure a questo sacrificio collettivo non ha corrisposto una maggiore parsimonia della classe politica che ha continuato a dilapidare denaro pubblico, né è stato intaccato in modo significativo alcun privilegio della classe dirigente del Paese. Piuttosto inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno continuato a mettere in luce sprechi, corruttele e sodalizi criminali.

Beppe Grillo a Roma (Tsunami tour).Il partito di Beppe Grillo ha saputo intercettare il malumore popolare (i detrattori lo definiscono “populista”) per un degrado morale ed istituzionale diventato sempre più insostenibile. Mentre ci si meravigliava che gli italiani, a differenza di altri, avessero accettato docilmente le misure di austerity (il primo ministro del governo tecnico Mario Monti quasi se ne vantava), il malcontento veniva raccolto in buona parte dal Movimento Cinque Stelle. Ha destato critiche che il “movimento” sia caratterizzato da regole ferree che  apparentemente non lascerebbero libertà di iniziativa  individuale ai singoli aderenti, ma evidentemente si sono trascurati i termini in gioco. In Italia vige un consolidato sistema di poteri ben radicato e difficilissimo da scalzare. Lo si coglie in aspetti anche marginali della stessa legge elettorale. Perché un partito già in Parlamento dovrebbe essere esonerato dal raccogliere le firme per una nuova competizione democratica? Perché un partito che si presenta in Senato da solo deve superare una soglia di sbarramento dell’ 8% e se invece si allea con altri (in modo “complice”, di solito con accordi sottobanco), la soglia si abbassa al 3%? Perché per lo stesso Senato (dove si è reso arduo ottenere una maggioranza) non possono votare i giovani sotto i 25 anni?

Affissioni elettorali, Ausonia 20/02/2013Il fatto è che in Italia il potere si auto-protegge con un muro di gomma; in ciascuna delle forme in cui si manifesta, il potere è diventato molto simile ad una vera e propria “casta”. Del resto tutto nel nostro Paese appare in qualche misura “mafioso”, ovvero difficilmente permeabile al rinnovamento e al ricambio di persone, anche solo generazionale. Si pensi alle campagne elettorali costose e condotte senza rispetto delle regole. Al clientelismo forte come in nessun altro stato occidentale. All’informazione televisiva e alla stampa in gran parte asservite alla politica; alla mancanza di ADSL in tante aree del territorio nazionale. Beppe Grillo con i suoi modi istrionici ci ha consegnato una chiave (o un piede di porco) per scardinare questo sistema inveterato e corrotto. Ha aperto una breccia per i semplici cittadini in un mondo della politica chiuso, lontano dalla realtà e viziato dai privilegi. L’impresa, non priva di suggestioni epiche, ha richiesto al comico genovese non pochi anni di impegno civico ed è stata condotta peraltro in modo perfettamente democratico (aldilà di eccessi solo verbali ed icastici). 

Quanto al centrosinistra, ed in particolare al PD, questa formazione “progressista” è rimasta aggrappata con superbia alle sue vecchie posizioni, liquidando con supponenza le richieste di maggiore trasparenza, onestà, sobrietà che provenivano da giovani e meno giovani cittadini che ora cominciavano ad informarsi anche attraverso la rete. Eppure in virtù della sua stessa identità storica, quelle nuove istanze di democrazia, di partecipazione e di pulizia morale, idealmente avrebbero dovuto già appartenerle. Si è detto che dopo  anni di devastante malgoverno, nella partita di questa tornata elettorale il centrosinistra ha sbagliato un tiro a porta vuota. Nondimeno ha ancora un’occasione, forse irripetibile. Quella di riscattare, se vuole, quasi due decenni di immobilismo e di inciuci, portando a termine alcune riforme epocali senza più il ricatto di Berlusconi: legge sul conflitto di interessi, legge anticorruzione, Rai svincolata dai partiti, pluralismo dell’informazione, snellimento della giustizia (con abolizione di tutte le norme ad personam), legge elettorale (a doppio turno), riduzione dei costi dei partiti e della politica. Ma lo vuole veramente?

Una deludente vittoria di misura“, politiche 2006
Buonanotte all’Italia“,  politiche 2008
Sabaudia dopo il V-Day“, Beppe Grillo a Sabaudia 2007

Tzunami Tour, Roma 22/02/2013

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Strada Regionale 630: “arraffi” chi può…

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La SR 630 “Ausonia” è un’arteria stradale di circa 32 chilometri che collega la città di Cassino (Fr) alla città di Formia (Lt) e che mette in comunicazione una vasta area dell’entroterra ciociaro con il litorale pontino del golfo di Gaeta. Il tracciato attraversa in modo sinuoso un’impervia gola tra i monti Aurunci Occidentali e gli Aurunci Orientali, ma aldilà di questa sella che separa due zone dalla diversa fortuna climatica, il rilevato stradale si distende per lo più in modo pianeggiante, guardando da lontano i centri storici dei paesini che da secoli si abbarbicano sulle cime e sulle pendici delle colline circostanti.

E’ stata la strada dello sviluppo economico italiano degli anni ’60: facilitava  finalmente gli scambi e i trasporti, consentiva un rapido collegamento con l’Autostrada Roma-Napoli (1962), avvicinava lo svago del litorale pontino e il turismo storico-religioso dell’Abbazia di Montecassino, in seguito anche il lavoro presso lo stabilimento Fiat di Piedimonte (1972) e l’alta formazione presso l’Università degli studi di Cassino (1979). Moltissimi, troppi sarebbero morti su quell’asfalto dove si sorpassava con auto malferme e si sfrecciava su potenti motociclette senza usare il casco. Il nostro Paese cominciava a progredire anche così.

L’asse viario appena realizzato aveva un bacino d’utenza di centinaia di migliaia di abitanti e costituiva anche un passaggio obbligato tra la via Casilina (SS 6) e la via Appia (SS 7), tra l’entroterra e il litorale del basso Lazio. Intercettare questo flusso di merci e persone appariva invitante. Così, col beneplacito delle municipalità interessate, intorno alla nuova statale si è consumata una colonizzazione urbanistica “selvaggia”: lungo il suo percorso si son moltiplicate case, negozi e altre remunerative attività. Ai cavalcavia che erano stati regolarmente previsti per consentire lo smistamento sicuro del traffico  senza compromettere la fluidità dello scorrimento principale, si sono aggiunte a poco a poco centinaia di intersezioni a raso. L’egoismo speculativo di pochi ha via via danneggiato una risorsa pubblica, un bene che era stato realizzato con le tasse di tutti, a beneficio di tutti.

Da anni al danno si aggiunge la beffa. Le stesse amministrazioni che a lungo hanno assecondato uno scempio non solo etico e logistico, ma in qualche misura anche paesaggistico, ora intervengono tempestando la strada di rilevatori di velocità. Uno dei comuni storicamente più aggressivi sotto questo aspetto è quello di Pignataro Interamna. Di recente alle diverse postazioni fisse e mobili si è aggiunta una pattuglia munita di una pistola laser per il rilevamento telemetrico della velocità. Secondo quello che si è appreso dalla stampa locale, quest’attività lucrativa avrebbe fruttato somme esorbitanti al piccolo comune (2600 abitanti) che in parte sarebbero state distribuite, a mo’ di premio, agli stessi vigili urbani. Forse non è un caso che il Sindaco sia stato rieletto di recente con percentuali di voto bulgare (89,9%). L’accanimento di Pignataro contro gli automobilisti (di altri comuni) è tale che la missione di colpire tutti i veicoli che superano i 70 km/h meriterebbe di essere inserita tra i princìpi cardini del proprio statuto comunale e citata magari con un motto latino sullo stemma. [In realtà di recente, col pretesto di un “centro abitato” inesistente, per un buon tratto il limite è stato ulteriormente abbassato a soli 50 km/h, ndr.]

Diversi autovelox fissi, invero su tratti con limiti di velocità ragionevoli, sono stati installati da tempo anche dai comuni di Formia e di Minturno.  Quest’ultimo, da parte sua, ne ha installato uno poco distante da quelli formiani, in corrispondenza dell’unico breve tratto curvilineo che invaderebbe solo di poco il proprio territorio. Un caso simile  è quello di Esperia, comune dalla vasta estensione territoriale (109 km2), con un centro abitato di sole quattro migliaia di abitanti distribuito a diversi chilometri di distanza dalla SR 630… E purtuttavia anche Esperia ha sentito improvvisamente l’esigenza dell’installazione di un autovelox. Anche qui il limite di velocità previsto è ragionevole, ma non si capisce tale premura per la sicurezza in uno dei pochi tratti ancora naturalisticamente integri e sgombri da attività antropiche. Un autovelox fisso (inizialmente erano due) è stato attivato da diversi anni anche dal comune di Ausonia (2600 abitanti). Sulle prime l’iniziativa aveva il sapore della vera e propria “gabola” perché su un viadotto privo di entrate laterali,  era  stato contestualmente abbassato a 60 km/h il limite di velocità originario di 90 km/h. Pare si temesse che l’installazione non sarebbe risultata altrimenti abbastanza “redditizia”. (In seguito tale limite è stato portato a 70 km/h.)

Spigno Saturnia (2900 abitanti) è stato il primo comune della zona a sperimentare i “velo-ok“, una sorta di evoluzione stradale del gioco d’azzardo: una serie di colonnine arancioni, disposte in successione e in modo sufficientemente ravvicinato, fra le quali solo una sarebbe di volta in volta equipaggiata per il rilevamento delle infrazioni di velocità. Pare che l’impiego di tali dispositivi non abbia solide basi giuridiche e che le eventuali sanzioni comminate in assenza di pattuglia siano facilmente impugnabili. Nondimeno il sistema, usato con discernimento e la parsimonia che non sembra avere avuto Spigno, si rivela efficace sia nel rendere il traffico sicuro e ordinato, sia nell’educare gli automobilisti a viaggiare a velocità costante senza sopravanzarsi. Spigno è stato seguito a ruota dal comune di Castelnuovo Parano (900 abitanti) che però nel suo territorio può vantare dei limiti di velocità risibili. A Castelnuovo non ci si è limitati ad impiantare i dissuasori in prossimità del solo breve tratto piuttosto densamente abitato, ma si è pensato bene di rallentare le auto fino a velocità di soli 40-50 km/h da mezzo chilometro prima a mezzo chilometro dopo. Del resto, se l’intento è far cassa, è proprio in “periferia” che di solito si riesce a cogliere in fallo qualche automobilista distratto.

Si esagera. La sicurezza è un valore, nulla da eccepire. Ma si comincia a toccare il fondo e a oltrepassare il ridicolo. Ormai i tempi medi di percorrenza della Cassino-Formia (almeno per chi non è un faccendiere, un camorrista o un politico con l’auto blu) son ritornati quelli degli anni ’50 o quasi. Eppure le automobili di oggi son progettate per viaggiare a circa 80 km/h. A questa velocità consumano meno ed inquinano meno. Ma abbiamo dimenticato a cosa servono le strade e perso di vista l’utilità collettiva. Può essere comprensibile che singole amministrazioni locali, quando sono contraddistinte da scarsa lungimiranza e mediocre senso dello Stato, rimangono in balìa delle proprie convenienze barbìne. Ma le altre istituzioni coinvolte, la Regione, i Prefetti… Che cosa fanno? Nella situazione di difficoltà economica che sta vivendo la nostra nazione, la filosofia del “si salvi chi può” (fregando il prossimo) evoca quella strofa del Canto degli Italiani che recita: “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”.

La SR 630 Cassino-Formia non appartiene a Castelnuovo, non appartiene a Spigno, non appartiene a Formia, non appartiene ad Esperia, non appartiene a Minturno, non appartiene neanche a Pignataro. La SR 630 appartiene a 60.626.442 italiani. Non è un giocattolo che comuni più o meno insignificanti (magari male amministrati per altri versi) possano utilizzare per rimpinguare le casse o acquistare un facile consenso con i propri elettori. Nello spirito con cui è stata concepita e realizzata, la SR 630 è una delle infrastrutture che serve a questo Paese perché la nostra economia possa competere con quella di altre nazioni; una risorsa pubblica che ogni giorno utilizzano decine di migliaia di cittadini che non si spostano per divertimento, quanto per studiare, lavorare e contribuire in vario modo anche al bene della collettività.

[Articolo apparso anche sul quotidiano “L’Inchiesta” il 08/01/2013] 

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Il peggior primo ministro degli ultimi 150 anni

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La sua corte di “nani, scilipoti e prostitute” è ancora tutta lì in Parlamento e non si può giubilare più di tanto. Ma Berlusconi è caduto. Forse si esagera nel festeggiare e nell’aspettarsi tempi nuovi. E tuttavia nelle ultime ore si è consumata una cesura di portata storica con  il recente passato.

Non è stato un capo politico come tanti altri del mondo democratico occidentale. Forte del suo potere mediatico, in 17 anni di preminenza politica (e prima ancora come impresario senza scrupoli), Berlusconi ha lavorato giorno dopo giorno per asservire ai suoi interessi i pensieri e le coscienze stesse delle persone. Chi più chi meno noi italiani siamo stati tutti contaminati dal suo perverso ascendente. Non stupisce che secondo un sondaggio riportato ieri da La Nazione, solo il 47% degli elettori di centrodestra si dichiarava favorevole alle sue dimissioni, a fronte della quasi totalità degli elettori di centrosinistra. Come dire che ancora tanti suoi sostenitori, nel momento stesso in cui è diventato evidente come abbia trascinato un’intera nazione sull’orlo del baratro economico, avrebbero preferito che egli avesse continuato ad andare avanti con la superficialità, la falsità, l’arroganza di sempre.

Un costituzionalista spiegò che la democrazia si fonda sul “dubbio”: il dubbio che al di là delle proprie convinzioni più salde possa aver ragione l’altra parte. In qualche misura nel 1994 si poteva nutrire il dubbio che avessero davvero ragione coloro che si erano fatti convincere a votare “Forza Italia” dalla incalzante propaganda elettorale andata in onda per tre mesi sulle reti Fininvest. Forse si poteva concedere questo “dubbio” ancora nel 2001, quando pure la rivista The Economist dichiarava Berlusconi inadatto (“unfit”) a governare l’Italia. Eppure gli italiani hanno continuato a sostenerlo ampiamente sia nel 2006 (nonostante la legge elettorale “porcata” appena varata) che nel 2008, quando ebbe una maggioranza persino schiacciante.

Comunque la verità, sia pure troppo tardi a volte, viene sempre a galla. E se una decina di anni fa potevo annoverarmi tra la minoranza di persone che si affannava modestamente a scrivere del modo pernicioso con il quale si continuava a gestire (o a distruggere) la Cosa Pubblica, dopo 17 anni di cattiva influenza sulla storia italiana, forse dovremmo concludere tutti, senza farci prendere dal tifo partigiano, che questo magnate è stato una iattura come poche altre per il nostro Paese e un danno grave per la faticosa vita quotidiana di milioni di persone. Un danno che non è finito ieri alle 21.43 quando Berlusconi si è finalmente dimesso. Nondimeno dopo aver atteso tanto questo epilogo, ci sia consentito oggi di gioirne anche smodatamente, e di sperare, per la nostra bistrattata penisola, giorni un po’ migliori.

Tutti i danni del controllo mediatico“, 9 marzo 2006
Una deludente vittoria di misura“, 12 aprile 2006
Buonanotte all’Italia“,  17 aprile 2008
No Berlusconi Day“, 6 dicembre 2009

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Il punteruolo rosso della palma

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Il Rhynchophorus ferrugineus o punteruolo rosso, è un coleottero originario dell’Asia molto nocivo per le palme. L’ insetto, arrivato in Spagna nel 1994, sarebbe sbarcato in Italia nel 2005 sciamando da un vivaio del Lazio. La specie arborea più colpita è la palma delle canarie (Phoenix canariensis) diffusa in Italia e in tutto l’areale mediterraneo per il suo notevole effetto decorativo.

Il punteruolo compie il suo ciclo vitale restando sempre all’interno della pianta che ha infettato. Ogni individuo depone circa 300 uova che schiudono in pochi giorni. Le larve che ne originano si nutrono scavando tunnel nei tessuti vegetali per 1-3 mesi prima della metamorfosi, che avviene nell’arco di una ventina di giorni e che dà origine all’insetto in grado di migrare su altri alberi. Questo ciclo riproduttivo si ripete per 3-5 volte all’anno: si può comprendere come in poco tempo il temibile animaletto sia in grado di colonizzare un notevole numero di piante. L’attacco si concentra sulla parte apicale e di solito ci si accorge che le palme sono state colpite solo quando il caratteristico ciuffo si affloscia in un anomalo portamento a forma di ombrello aperto. In questa fase, che precede di poco il collasso vero e proprio di tutta la chioma, l’esemplare arboreo è già compromesso in modo irreversibile.

La Regione Lazio ha emanato dei provvedimenti per la lotta al punteruolo, tra cui di recente un “Piano d’azione regionale per il contenimento e l’eradicazione del punteruolo rosso delle palme” (D.D. A4529 del 02/05/2011). In esso si precisa però che “Tutti gli oneri derivanti dall’esecuzione delle misure fitosanitarie imposte dal piano sono a carico dei proprietari e/o i conduttori a qualsiasi titolo di vegetali di palma“. In definitiva una calamità così vasta e di natura così straordinaria, che dovrebbe gravare su un Ministero o su un dipartimento della Regione con le risorse e le professionalità di cui queste Istituzioni possono disporre, viene scaricata su cittadini ignari ed Enti locali già oberati da mille altre cose. Appare velleitario e fuori tempo anche l’invito a segnalare “sintomi sospetti” al Servizio Fitosanitario Regionale. Per rendersi conto della reale diffusione del fenomeno,  oggi alle Autorità basterebbe percorrere il territorio di propria competenza a bordo di una Panda.

L’entità dell’infestazione lascia pensare che essa non si fermerà finché tutte le palme delle canarie non siano distrutte, o quasi. Tuttavia si possono raccomandare delle precauzioni, come quella di non potare le palme quando sono verdi. Erroneamente si potrebbe ritenere che la potatura sia una forma di profilassi. In realtà le incisioni che ne derivano generano delle vie preferenziali di ingresso dell’insetto. Il taglio delle foglie va effettuato solo dopo il loro completo disseccamento.

Quando le palme sono state colpite, il piano fitosanitario regionale ne prevede l’abbattimento secondo un dettagliato protocollo.  L’abbattimento deve essere effettuato in giornate non umide e non ventose. Tutto il materiale di risulta dell’operazione va raccolto con cura, se possibile triturato sul posto (cippatura), e distrutto mediante incenerimento entro 24 ore.

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II Concorso nazionale di poesia “Da un popolo a una nazione”

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Sabato 26 marzo 2011 si è tenuta nella sala polifunzionale del Municipio  la cerimonia di premiazione del 2° concorso nazionale di poesia indetto dal Comune di Coreno Ausonio con il patrocinio della provincia di Frosinone e del Consiglio Regionale del Lazio. L’anno scorso il tema  fu “L’olocausto”. Nella ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia il titolo di questa seconda edizione è stato “Da un popolo a una nazione“.

Tra i relatori che hanno animato la pubblica premiazione il professore Nilo Cardillo, già Preside del Liceo Classico di Formia (LT), si è cimentato in una breve digressione sulla storia del Risorgimento italiano, con accenni a personaggi illustri del piccolo centro Ciociaro. Come  il musicista Cherubino Coreno (1713-1758), un maestro di flauto traverso che ha suonato nell’orchestra del Teatro San Carlo di Napoli sin dall’anno della sua fondazione (1737), nel secolo in cui la città partenopea arrivò ad essere, con i suoi intellettuali, le sue università, le sue scuole mediche, la più bella e culturalmente la più avanzata d’Europa.
Il professore ha redarguito ogni tendenza divisionista, lodando  piuttosto la pervicacia con cui il Presidente Napolitano ha  voluto i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, e l’entusiasmo con cui gli stessi sono stati accolti dalla città di Torino. Del resto importanti attestati di rispetto (con tutta la loro carica morale prima ancora che politica), son giunti dal Presidente Barack Obama, il quale ha riconosciuto con un decreto persino, il valore festivo della ricorrenza dello scorso 17 marzo anche per gli italo-americani e per gli Stati Uniti.
Per Nilo Cardillo la cerimonia organizzata dall’amministrazione di Coreno ha una valentissima azione pedagogica. Essa si configura come un’operazione culturale, un impegno civile che consente di riappropriarsi del significato di parole che sono archetipi della storia umana: memoria e futuro, storia e progresso, tempo, utopia, speranza. “Viaggiare con speranza è meglio che arrivare” diceva lo scrittore R.L. Stevenson. Un concetto ben rappresentato dai sogni che animano i profughi del Maghreb  proprio in questi giorni, mentre cercano di guadagnare l’Italia su malfermi barconi. Uomini privi di ogni bene materiale eppure apparentemente più vivi e felici di tanti italiani divorati dagli psicofarmaci.

Il presidente della giuria di valutazione, il poeta Tommaso Lisi, prima di procedere alla proclamazione dei vincitori, ha tenuto a leggere la missiva giunta dall’Istituto Comprensivo di Cigliano (VC), con la quale tre insegnanti (F. Perini, S. Ravetto, F. Pegorin) hanno accompagnato gli elaborati di partecipazione preparati dai ragazzi delle classi I, II e III media. La giuria, sensibilmente toccata da questo impegno che ha avuto il merito, tra le altre cose, di avvicinare un piccolo paese del centro Sud con un borgo non molto più popoloso del Nord Italia, ha assegnato il terzo premio proprio ad una delle alunne di terza media, la studentessa Veronica Vercellone, per la poesia “Pensiero Autobiografico“. “In tal modo la giuria -ha spiegato Lisi- ha inteso riconoscere, insieme alla stupefacente facoltà visionaria e di sintesi della ragazza, la straordinaria iniziativa della sua scuola di appartenenza“. Il secondo premio è stato conferito ad Alberto Canfora di Roma per la poesia in dialetto romanesco dal titolo “Banniera“. Nel componimento il poeta si chiede, in un testo non privo di amarezza, commozione e sarcasmo,  per chi sono realmente morti coloro che hanno perso la vita sotto le insegne della bandiera italiana se, in tanti oggi, sembrano irridere ai valori che essa rappresenta. Il primo premio è stato consegnato alla professoressa Franca Calcabotta Sirica, di Monza. Con la poesia “Sussurro il tuo nome” l’insegnante rievoca  una serie di vicende, anche leggendarie o di carattere colto e letterario, legate alla storia patria.

Le tre poesie premiate, assieme ad altre 14 prescelte come finaliste, son state pubblicate in una piccola antologia in distribuzione gratuita. Tra coloro che sono stati segnalati, erano presenti in sala alcuni che hanno letto i loro componimenti: Sabrina Balbinetti (Centocinquantanni e nun sentilli), di Roma; Giuseppe Quirino (Mater Familias), di Coreno; la giovane Rosamaria Coreno (Figlia di una Donna), di Coreno. Il Sindaco Domenico Corte ha espresso la sua più viva soddisfazione per il positivo riscontro di partecipazione avuto sia a livello locale che nazionale, osservando come questa volta,  a differenza dello scorso anno, tutte le Regioni d’Italia abbiano partecipato con almeno un concorrente. Una circostanza simbolica che può alludere proprio al Risorgimento, ovvero a quella cronistoria dell’unione -per parafrasare qualche verso romanesco della Balbinetti-  che riuscì, come una sarta, a mettere insieme ogni italiana Regione.

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Fiom-Cgil Lazio, manifestazione a Cassino (Fr)

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Ieri si è svolta a Cassino (Fr), così come in altre città d’Italia (Bari, Bologna, Bolzano, Cagliari, Firenze, Lanciano, Massa, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Torino) una manifestazione indetta dal sindacato Fiom-Cgil per protestare contro i nuovi piani di Sergio Marchionne. Come è noto, il dirigente della Fiat negli ultimi tempi sta prendendo di mira uno stabilimento alla volta (Termini Imerese, Pomigliano D’Arco, Mirafiori) per  modificare il contratto di assunzione e rendervi via via più gravose le condizioni di lavoro per gli operai.

La manifestazione di ieri è stata per Cassino probabilmente la più grande dal dopoguerra fino ad oggi. Si è stimato l’arrivo di circa 7.000 persone.  Impiegati e operai non solo del frusinate ma, come si poteva cogliere dalle bandiere e dagli accenti tra la folla, anche da Latina, da Roma, da Rieti, da Viterbo, dalla Campania. A questi si è aggiunta la partecipazione di molte persone estranee al mondo del lavoro dipendente o del sindacato. Tra gli altri gli studenti universitari, i quali avvertono in modo perspicace come la battaglia di Marchionne non sia solo una prova di forza interna agli stabilimenti Fiat, ma metta in gioco i valori e le strutture economiche della società stessa in cui si vivrà nell’immediato futuro.

La Fiat di Cassino, con i suoi 4.400 addetti rappresenta una sorta di colosso in un’area, quella del basso Lazio, non molto prospera dal punto di vista industriale. Si stima che la presenza della Fiat generi un indotto di circa 15.000 occupati. A differenza di Mirafiori, nello stabilimento di Cassino la Fiom-Cgil è solo il quarto sindacato, con 5 rappresentanti su 36. C’è stata molta incertezza su quale sia stata l’effettiva partecipazione degli operai allo sciopero (15% – 65%). Comunque i quotidiani riportano che la produzione di auto giornaliera è stata dimezzata, passando da 460 a 230 vetture.

Tra i politici di rilevanza nazionale, spiccava tra la folla Antonio Di Pietro. Il molisano  si è concesso  senza scorta alle interviste e alla gente, con la stessa proverbiale schiettezza che lo contraddistingue quando si mostra in televisione. Accanto a lui, la consigliera regionale Anna Maria Tedeschi, battagliera rappresentate del cassinate per l’Italia dei Valori. Tra i partiti, sicuramente il più giovanile, numeroso e vivace, era quello di Sinistra Ecologia Libertà, di Nichi Vendola. Dal camioncino si scandiva: “A Cassino non si passa!” Ma al di là dei proclami di evocazione bellica, il corteo si è snodato in modo pacifico in una città pigra e assolata, le strade battute da un vento freddo, qualche  anziana casalinga curiosa e disorientata affacciata ai balconi. Vigilavano le forze dell’ordine, che  presidiavano, tra le altre cose, le sedi dei sindacati che non hanno aderito.

La gran maggioranza delle bandiere sventolanti erano  di associazioni sindacali, ma il corteo sembrava avesse risuscitato d’un sol colpo tutti i partiti e partitini della diaspora dell’estrema sinistra. Difficile enumerarli, ma tra gli altri c’era la “sinistra critica”: così “critica” che sembra aver sostituito lo storico colore rosso con bandiere d’un vistoso viola. La parola d’ordine di tutti è stata la difesa dei diritti dei lavoratori: “Sì al diritto, no al ricatto!” lo slogan di fondo.

Ma al di là dei proclami e delle manifestazioni, bisognerebbe convenire che il miglior modo per garantire -davvero- i lavoratori è solo uno: far funzionare l’economia. Soffermarsi sulla difesa del mero diritto, sia esso il diritto alla pausa, al giorno di malattia o quant’altro di più  importante per la dignità  dell’uomo e del lavoro, rischia d’essere fuorviante. Ha spiegato bene una giovane precaria dal palco: “Il referendum di Mirafiori è stato un ricatto, un ricatto che noi in questa provincia conosciamo bene, perché non abbiamo alternative. Non possiamo decidere, ma solo accettare l’unico lavoro che troviamo. Quando non ci sono alternative, c’è un ricatto” (da Ciociaria Oggi). I politici che ci governano, non dovrebbero limitarsi a fare battute o ad augurarsi che il gruppo Fiat non vada via dalla sua culla italiana. Dovremmo chiederci piuttosto PERCHE’ la Fiat minaccia d’andar via e PERCHE’ altre multinazionali non vengono ad investire in Italia nonostante lo stipendio degli operai italiani sia 1/3 di quello degli operai tedeschi.

Spesso la Cgil è stata accusata di farsi portavoce di battaglie “politiche” prima ancora di avere a cuore gli interessi dei lavoratori. Oggi io direi qualcosa di analogo per  Marchionne. Complice un governo consensiente e una crisi economica che rende più debole  il proletariato, Marchionne sta portando avanti una battaglia “politica” senza avere davvero a cuore gli interessi delle aziende metalmeccaniche. Infatti di certo egli comprende che non è spingendo di più gli operai alla catena di montaggio o abbassando il costo del lavoro dello 0,5 % che le fabbriche in Italia diventano più competitive e redditizie che altrove. E’ un sistema Paese che deve riformarsi, snellendo e semplificando la sua amministrazione e  la sua legislazione, intervenendo su tutti i suoi storici  nodi di debolezza strutturale: scuola, università, ricerca, giustizia, trasporti, energia, telecomunicazioni, concorrenza, libertà di impresa, fisco…

Tra le altre cose, servirebbe una stampa libera che da un lato sensibilizzi i cittadini sulle questioni serie e dall’altro stimoli i politici ad affrontare quest’ultime per ricercare un consenso meritato. Ma in proposito ieri sera mi son trovato  a vedere qualche scorcio del Tg1. La manifestazione della Fiom-Cgil, che ha coinvolto centinaia di migliaia di  persone in tutta Italia, è stata liquidata in un servizio di una trentina di secondi o poco più. Nel tempo era compresa una dichiarazione del ministro Sacconi che biasimava lo sciopero,  e la descrizione di alcuni disordini avvenuti a Milano ad opera di ragazzi dei centri sociali.

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Maddalena, marcia per l’Italia

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Il nome di “Coreno Ausonio” ben stampigliato sul petto, sin da quando è partito, in questa straordinaria camminata attraverso le Regioni italiane, il 3 novembre scorso, dalla Piazza Unità d’Italia di Trieste con il molo dei bersaglieri davanti, presenti labari e bandiere di ogni rappresentanza militare. Sulla tuta di Michele Maddalena (classe 1940, insegnante in pensione), ben in vista anche il nome di Formia  (Lt) sua città natale,  dell’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo, della Scuola Nautica della Guardia di Finanza, dell’Istituto Nazionale del Nastro Azzurro, un ente morale fondato nel 1923 che richiede ai suoi associati, tra le altre cose, “la rigida osservanza delle leggi dell’onore e del dovere in ogni atto della vita privata e pubblica”. Il Sindaco  di Coreno Ausonio (Fr), Domenico Corte, al suo arrivo  nel centro del paese, alle ore 12 del 10 dicembre 2010, lo ha omaggiato di un fascio di fiori che il “maratoneta” ha subito deposto ai piedi del Monumento ai caduti in guerra.

A Coreno lo legano persone ed amicizie, ma un vincolo speciale si è saldato “in una splendida sera dello scorso agosto -ricorda Maddalena-  un’immagine di serenità e amore che porto negli occhi e nel cuore“. In quella circostanza era venuto a Coreno Ausonio per presentare pubblicamente il libro “La maledizione di Lucia”, un racconto ambientato nella seconda metà del XIX secolo nella cui trama fa capolino anche il corenese Giovanni Costanzo, uno dei cinquecento soldati che morirono in Abissinia nella battaglia di Dogali il 26 gennaio 1887. Il sacrificio di quel massacro è ricordato dall’omonima piazza di fronte alla Stazione Termini di Roma.

La marcia del prof. Michele Maddalena si è snodata per oltre un migliaio di kilometri, non di rado sotto una pioggia incessante. Da Trieste a Redipuglia, poi Gorizia, Udine, Pordenone, Vittorio Veneto, Trento, Bassano del Grappa, Treviso, Venezia, Mestre. “”L’indomani mattina, fresco e riposato, attraverso il ponte della Libertà -racconta Maddalena- e vado alla sede della Regione Veneto. Devo faticare non poco per far capire, ad una signora della Segreteria del Presidente, quello che sto facendo. La signora prende la pergamena e va via. Dopo oltre un’ora torna per dirmi che il Presidente non c’è perché è sulle zone alluvionate. “Comunque noi non vi abbiamo mai autorizzato -aggiunge la donna- ad utilizzare lo stemma della Regione. Anche per fare la fiera della zucca occorre il permesso. Per cui lei deve togliere lo stemma dalla pergamena.” Alla mia precisazione che detto stemma è stato prelevato da internet, la signora ribadisce la faccenda della zucca e aggiunge che a giorni si riunirà la Giunta Regionale per deliberare che la Regione Veneto non aderisce all’iniziativa. Non raccolgo l’adesione del Presidente Zaia, -si rammarica Maddalena- ma l’episodio imprime alla mia marcia il crisma di cosa giusta e sacrosanta“”.
Uno spaccato impietoso delle distanze. Tra le diverse Regioni italiane certo, tra il Nord e il Sud della penisola, ma  forse soprattutto tra il mondo quotidiano delle persone e quello fanatico e dorato dei palazzi della politica di propaganda.

A Rovigo Maddalena trova un clima più cordiale: il Presidente della Giunta Provinciale lo incarica di portare i suoi saluti ai polesani dell’Agro Pontino. Poi la marcia tocca Reggio Emilia (città della bandiera tricolore), quindi Bologna con arrivo in Piazza del Nettuno, con la scorta dei Vigili Urbani e l’occhio curioso della gente. Si continua con Rimini e Senigallia, sotto la pioggia. Ad Ancona si tiene una breve cerimonia nella sede della Regione Marche. La marcia prosegue quasi senza sosta tra Fossato di Vico e Ponte San Giovanni. La Presidente della Regione Umbria è la prima che firma personalmente la pergamena. Poi fino a Rieti finalmente il sole. Quindi  il tratto da Cassino a Coreno. La marcia riprenderà il 19 dicembre da Antrodoco a L’Aquila.

Coraggio e incoscienza” tra le motivazioni di questa impresa, ammette  lo scrittore. Ma nel 150° dell’unità d’Italia quello di Michele Maddalena vuole essere prima di ogni altra cosa “un messaggio di italianità da far sottoscrivere ai Presidenti di tutte le Regioni affinché l’Italia sia una Nazione libera, democratica e indivisibile“.
Anche in ricordo dei tanti soldati caduti nelle guerre. Quasi tutti non avevano raggiunto i trent’anni – osserva Maddalena. E la maggior parte di costoro, a dispetto di certe velleità separatiste di oggi, (un po’ come  il nostro Giovanni Costanzo) venivano  dal Meridione.

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Il decretino elettorale

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Non so quali potranno essere gli sviluppi delle prossime ore, ma in ogni caso il “decreto interpretativo” non è certo una “soluzione per un generico caos liste“, come si affannano a ripetere il tg1, il tg2, il tg5 e altri. E’ un trucco, una furbata bella e buona a vantaggio di una parte politica, l’intrallazzo all’italiana a favore di chi ha un potere e lo difende di solito in modo arrogante in barba a principi più alti di interesse comune o di democrazia.

Lo so, il centrodestra non è nuovo a simili provvedimenti “porcata”. Gravissimo fu aver cambiato la legge elettorale nel 2006 a pochi mesi dalle elezioni politiche. Allora il primo ministro si ritagliò un sistema elettorale a perfetta misura del metodo autoritario del suo partito, dei suoi mezzi di telecomunicazione, nonché (con il finto “tridente” Berlusconi/Fini/Casini) dei malumori popolari che si riverberavano nella sua coalizione dopo 5 anni di evidente malgoverno.

Sembra che a causa della mancanza del simbolo sulla scheda elettorale, il centrodestra stimasse di perdere qualche punto percentuale (2-3%) nelle due regioni interessate (Lazio e Lombardia). Ma se la correttezza  è un valore, il “decretino” già firmato -questa stessa notte- dal presidente Napolitano, dovrebbe essere per il PDL una iattura ben peggiore. Se gli elettori italiani scegliessero i propri rappresentanti anche sulla base di un sentimento civico o di un qualche amore per la giustizia, il “Partito del Libertinaggio” -dopo questo colpo di mano- dovrebbe perdere ora molti più voti di quanti abbia temuto di perdere -tradendo le sue beghe o solo le sue goffagini- sino a ieri.

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