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XX Edizione “Libri sulla cresta dell’onda” (Franco Di Mare, Raffaele Cantone)

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XX Edizione Libri sulla Cresta dell'onda

XX Edizione Libri sulla Cresta dell’onda

Durante la serata dello scorso 5 agosto, nella suggestiva cornice del centro C.O.N.I. di Formia (Lt), il giudice Raffaele Cantone e il giornalista Franco Di Mare hanno partecipato al secondo dei tre incontri della XX rassegna letterariaLibri sulla cresta dell’onda a cura della libreria “Tuttilibri”. I due convenuti, attenti osservatori dei nostri tempi, si sono prestati a riflessioni per nulla banali sullo stato e sul sentire della legalità in Italia.

Franco Di Mare ha presentato il libro dal titolo “Il paradiso dei diavoli“, un racconto ambientato nella sua Napoli. Per il noto giornalista della Rai, Napoli è una città unica al mondo perché i quartieri socialmente più “degradati” non si trovano nella periferia, ma nel suo stesso centro. Così succede che anche la “buona borghesia” cittadina si sia abituata non solo a tollerare, ma anche a favorire varie forme di illegalità. Il libro narra tra le altre cose della corruzione di un professore universitario che vuole appropriarsi del buon lavoro di un giovane per favorire la carriera del figlio. Per Franco Di Mare il confine tra bene e male, che per molte persone che vivono in altri luoghi è un limite lontano dalla propria esistenza, a Napoli diventa una fettuccia che sfiora i passi della vita quotidiana e che di tanto in tanto si travalica. Ne fa un esempio grottesco: un uomo conosciuto come un impiegato pubblico integerrimo che in una circostanza si è prestato a fare il killer su commissione.

Non molto tempo fa costituiva una sorta di passatempo per i napoletani osservare in mare i motoscafi della Guardia di Finanza all’inseguimento dei contrabbandieri. Gran parte degli spettatori facevano il tifo per quest’ultimi. Il contrabbando di sigarette era accettato da tutti, anche perché per la politica era diventato l’alibi per non intervenire sulla disoccupazione e sul dilagante disagio sociale. Una città senza speranze? Franco Di Mare ritiene di no. Ricorda che una ventina di anni fa quando si pensò di riqualificare il parco cittadino furono introdotte nel laghetto delle papere che l’indomani erano sparite. Non durarono più di 24 ore. Oggi gli uccelli acquatici vi sguazzano indisturbati. Un piccolo progresso che lascia sperare per il futuro in “conquiste” più importanti. Purtroppo, ammette il giornalista, non avverrà sulla scala della vita di un uomo.

Vista la sua professione, non poteva mancare una domanda sul mondo dell’informazione che in Italia non si sofferma tanto sui problemi veri del nostro Paese (come la malavita organizzata) ma dà risalto piuttosto a questioni inutili o argomenti frivoli. Come siamo arrivati a questo? Franco Di Mare ricorre ad una metafora che lo avrebbe folgorato -quasi ammutolito- durante un convegno in cui si dibatteva della televisione “malata” che sfrutta il corpo delle donne. Come si cuociono le rane? Non come le aragoste, che si buttano di colpo nell’acqua bollente. Gli anfibi infatti zampillerebbero fuori della pentola con tutta la forza delle loro zampe posteriori. Le rane si cuociono a fuoco lento. Si adagiano nell’acqua fredda, in un ambiente che almeno all’inizio non sentono lontano dal proprio habitat naturale. Quindi vengono intorpidite gradualmente con il calore. Quando la temperatura diventa eccessiva le rane sono ormai incapaci di qualsiasi reazione e muoiono. Come siamo arrivati a questo? Poco alla volta, senza che ce ne siamo accorti, siamo stati bolliti.

Raffaele Cantone ha scritto assieme al giornalista Gianluca Di Feo un libro dal titolo “Football clan“. Ha spiegato perché non deve stupire che le mafie siano interessate ad investire denaro nel calcio. L’aspetto più banale è che il calcio costituirebbe un ottimo pretesto per intrattenere rapporti con amministratori e dirigenti di altre società. Nelle tribune avverrebbe quello che non avviene neanche nel parlamento italiano. Il magistrato, appassionato tifoso del Napoli, non ha risparmiato battute sui recenti acquisti della squadra del cuore, ma ha anche ricordato le complicità che a volte si instaurano tra il mondo dei calciatori e quello della criminalità. Lo stesso Maradona, all’apice della sua popolarità, sceglieva la vita e le compagnie delle zone più malfamate della città. Fu in quel periodo che il Napoli mancò lo scudetto  perdendo goffamente una partita col Milan. Fu solo un caso? La criminalità può gestire l’economia dei gadget. Squadre di calcio come il Napoli, ma anche la Lazio, a differenza di altre società paragonabili (come il Barcellona) incassano ben poco da questo settore commerciale. Come mai?

La giustizia ordinaria ha delle norme ridicole, come quella che ha permesso all’allenatore della Juventus di patteggiare la pena dopo due gradi di giudizio sfavorevoli. Quanto alla giustizia sportiva, questa è ben peggiore. “Fa ridere” – tira corto il magistrato. Richiama casi recenti, come quello del capitano della Lazio o del portiere del Torino. Entrambi si sarebbero venduti delle partite, ma le condanne della giustizia sportiva  -piuttosto blande- sono arrivate solo alla fine del campionato. Le scommesse sono un altro importante capitolo di interesse per la criminalità organizzata. La quantità di denaro che orbita attorno alle scommesse è difficilmente stimabile ma, sulla base di qualche indizio, sarebbe enorme. Se non si porrà qualche argine, il calcio perderà l’interesse popolare che lo contraddistingue. Non sarebbe così improbabile. In fondo è già successo per altri sport che un tempo erano quasi altrettanto popolari come la boxe e l’ippica. Comunque il rischio di inquinamento ci sarebbe anche negli sport meno seguiti, dove di solito gli atleti hanno retribuzioni modeste e sono più facilmente corruttibili.

Area Coni di Formia alla fine dell'incontro letterario

Area Coni di Formia alla fine dell’incontro letterario

Al di là dell’argomento psudo-sportivo del libro, il magistrato si è prestato a considerazioni di carattere generale sulle organizzazioni mafiose. Come si fa a capire se le mafie si sono insediate al di fuori dei loro luoghi di origine (ad esempio nel basso Lazio)? Secondo Cantone un equivoco di fondo ha caratterizzato gli anni ’90. Allora si pensava che la criminalità organizzata fosse presente solo laddove ci fossero boss, sparatorie, estorsioni e cose simili. Oggi sappiamo che questi criteri, al di fuori delle regioni storicamente presidiate, semplicemente non sono validi. In effetti in molte aree d’Italia, come nel Lazio meridionale, non si avvertono presenze eclatanti. Poi però  “in lombardia succede che il prefetto non si accorge che la ndrangheta comandava la Regione”. In realtà la malavita organizzata, più che negli alti palazzi del potere, vive soprattutto sul territorio, dove può portare avanti attività di riciclaggio e investimenti. I Comuni sono gli enti che contano di più per le mafie, proprio perché gestiscono la vita quotidiana del territorio. “Un assessore, magari all’urbanistica, è più importante di un parlamentare che si limita a schiacciare bottoni a comando. Il controllo di un municipio vale 100 volte più di una sparatoria” spiega Cantone. Secondo lui l’attuale sistema elettorale dei Comuni, (che pure in genere è apprezzato per la sua efficienza, ndr), nel Sud Italia avrebbe favorito le mafie perché le maggioranze possono essere ribaltate spostando un pacchetto di voti relativamente piccolo. Bisogna ricordare che le mafie non gestiscono il voto tanto attraverso gli affiliati, quanto attraverso l’economia. All’inizio sono presenze persino gradite, specie in un momento di crisi come quello attuale, perché sembrano portare lavoro e ricchezza nel sistema produttivo locale. Alla lunga però scacciano l’economia pulita.

Come contrastare queste infiltrazioni più o meno subdole? Per Raffaele Cantone sarebbe sufficiente solo che ciascuno faccia il proprio dovere. Le mafie hanno bisogno e vivono anche di “rispetto”. Soprattutto, osserva acutamente,  si inseriscono facilmente dove sono già consolidate forme di illegalità: “dove i cittadini sono adusi violare norme piccole, arriva la camorra e vìola le norme grandi. Osservazione ineccepibile, che rivela come il magistrato conosca bene le dinamiche e le strutture umane di cui parla.
A giudizio dello scrivente, è mancato forse un tassello. E’ importante sì, per ciascuno di noi, avere il giusto riguardo per le regole, avere a cuore le norme anche piccole. Ma soprattutto è importante che le leggi stesse siano formulate in modo da poter essere facilmente comprese e rispettate. Nessun cittadino o imprenditore onesto dovrebbe essere indotto o costretto, da leggi complicate o vessatorie, oppure da amministrazioni confuse e inefficienti, a scegliere tra  la ricerca di ambigue scorciatoie e la rinuncia ad aspirazioni legittime.

XX edizione Libri sulla cresta dell'onda: Raffaele Cantone e Franco Di Mare

XX edizione Libri sulla cresta dell’onda: Raffaele Cantone e Franco Di Mare

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Roberto Saviano a Cassino (Fr)

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Roberto Saviano presentato dalla giornalista Francesca De Sanctis

Roberto Saviano presentato dalla giornalista Francesca De Sanctis

Sabato 15 giugno il giornalista e scrittore Roberto Saviano ha fatto tappa a Cassino per la presentazione del suo libro dal titolo “Zero zero zero” (Feltrinelli editore). L’incontro si è tenuto nell’area archeologica del Teatro Romano, ubicata ad un’altitudine poco superiore a quella della città martire, proprio lungo la strada che porta all’Abbazia Montecassino. Nonostante l’appuntamento culturale sia stato divulgato, per motivi di sicurezza, solo qualche giorno prima dell’evento, le gradinate erano quasi tutte occupate. Secondo gli organizzatori (che hanno distribuito i biglietti in cambio di un’offerta libera) avrebbero partecipato all’evento circa 1500 persone. Saviano, che è stato accolto con l’entusiasmo che di solito si riserva a divi più “frivoli”, ha ricambiato l’affetto rivelando che il cassinate gli è caro sia per il ricordo di qualche scorreria che vi ha consumato da ragazzo (in vespa, provenendo lui dall’alto casertano), sia per l’immagine simbolica che gli suscita la grande battaglia qui combattuta nel corso della II guerra mondiale. Tra le diverse etnìe coinvolte nello scontro che fu decisivo per le sorti del conflitto, quella neozelandese dei Maori, di cui Saviano si è tatuato le tipiche decorazioni che inneggiano alla vita.

Vita e morte: nella suggestiva illuminazione  dell’antico sito archeologico, due parole che, come luce e ombra, hanno aleggiato nell’aria per tutta la serata. Piuttosto discreta, rassicurante e inquietante al tempo stesso, la presenza degli uomini di scorta e di pubblica sicurezza, quasi tutti in borghese. Nel racconto, Saviano è partito dall’argomento principale del suo libro: il traffico di cocaina. Prima dell’avvento di questa droga “socialmente accettata”, le organizzazioni malavitose tenevano gli stupefacenti alla larga dai propri territori come qualcosa di spregevole e degradante. Oggi il traffico di questo alcaloide ottenuto dalle foglie di coca è diventato l’attività economica più redditizia del mondo. Del resto solo una piccolissima percentuale viene intercettata e  distrutta dalla mastodontica macchina di repressione messa in atto dai governi (tra il 2% e l’ 8%).

La droga è stata solo il pretesto di qualche riflessione più generale e profonda sulla criminalità organizzata. Essa si fonderebbe sostanzialmente sulla convinzione che il mondo sia “brutto”, la condizione umana sia “infelice” e gli uomini siano tutti ambigui e “comprabili”. Non a caso le mafie combattono persone moralmente integre anche mettendone in dubbio i veri motivi interiori o infangandone la reputazione. Un esempio è quello di Anna Politkovskaja, la giornalista nota per il suo impegno in favore dei diritti civili e la denuncia dei soprusi commessi nella guerra russo-cecena. Qualcuno aveva tentato di drogarla per screditarne il nome presso il grande pubblico. Così, quando il 7 ottobre 2006 fu assassinata, suo marito osservò che per una donna onesta ed idealista come lei, quella morte fisica era comunque preferibile  ad una uccisione morale.

In attesa di Roberto Saviano al Teatro Romano di Cassino (Fr)

In attesa di Roberto Saviano al Teatro Romano di Cassino (Fr)

Per quanto riguarda il contesto locale, Roberto Saviano ha ricordato come Cassino sia sempre stata terra di camorra. Non è difficile capire quando dietro una nuova attività si nasconde del denaro sporco. Infatti di solito nasce senza un’apparente giustificazione economica: ad esempio un centro commerciale in una zona con poca domanda o in un periodo di recessione. Nulla vieta che simili attività “di facciata” possano essere anche ben gestite e redditizie. Ma costituiscono sempre una concorrenza sleale e un danno per l’economia del luogo. “Immaginate le sfide che deve fronteggiare un imprenditore onesto – ha spiegato Saviano – le difficoltà di accesso al credito, la copertura delle spese correnti, le tasse, i costi della burocrazia, i controlli della Finanza… Un’attività che ricicla denaro sporco per far fronte a tutti questi ostacoli semplicemente non ha alcun problema di liquidità”.

Lo scrittore ha indugiato anche sul voto di scambio. Una pratica diffusa soprattutto nel Centro-Sud ma presente anche in grandi città del Nord, come Milano. Non deve stupire. In fondo, anche in agglomerati urbani enormi, il voto è “parcellizzato” in quartieri (e in sezioni) risultando sempre controllabile. Ad esempio con il metodo della cosiddetta “scheda ballerina“: il trafugamento di una sola scheda elettorale consente di spostare con certezza centinaia di voti e alterare così la libera espressione popolare. Chi mette a disposizione il proprio voto in questo modo, di solito per vedere riconosciuto come  un “favore” quello che dovrebbe essere un suo diritto oppure in cambio di un vantaggio economico effimero, spesso non si rende conto che per una cosa sola rinuncia a tutto il resto. Il voto di scambio è una grave piaga per l’Italia, coinvolge di sicuro migliaia di voti, ma il fenomeno potrebbe essere dell’ordine dei milioni di voti. Eppure non se ne parla mai nelle tribune elettorali nazionali. Saviano suggerisce una soluzione. Il voto non andrebbe espresso in cabine chiuse che consentono di nascondersi totalmente alla vista ma, come avviene peraltro in altri Paesi democratici, dietro tendine che coprono solo parzialmente la figura umana, lasciando visibile la parte bassa del corpo e il movimento delle mani.

Roberto Saviano dopo il monologo, rimane ancora sul palco per firmare le copie del libro e salutare uno ad uno i suoi estimatori.

Roberto Saviano, dopo il monologo, rimane sul palco per firmare copie del libro e salutare uno ad uno i suoi estimatori.

Tra le altre cose, Saviano si è soffermato sulle condizioni di vita dei carcerati in Italia. “Lo so, molti mi hanno detto, e anch’io lo penserei in prima battuta, che avremmo altro di cui preoccuparci piuttosto che la condizione -di inferno- in cui versano persone che hanno commesso dei reati. Ma è sbagliato ragionare così. Le organizzazioni malavitose sono contente che il carcere sia un inferno, così come sono contente di casi e di sentenze -terribili- come quella di Stefano Cucchi (morto alcuni giorni dopo un pestaggio mentre era in custodia cautelare, ndr). Infatti ai loro affiliati non viene torto un capello e possono condurre, anche in carcere, una vita decisamente più agiata degli altri criminali. Perciò è importantissimo che nei penitenziari lo stato di diritto non venga meno e che siano rispettati ugualmente i diritti di tutti i detenuti.

Al di là delle analisi razionali e della rivelazione di particolari inaspettati sull’effettivo funzionamento delle organizzazioni criminali (esisterebbe persino una sorta di “contro-giustizia” che risarcisce i condannati in misura proporzionale alla pena ricevuta, vanificando così ogni principio etico su cui si fonda l’azione della magistratura), Saviano ha fatto trapelare anche i disagi e la solitudine della sua vita invisibile e fuggitiva. Ha concluso il suo monologo ricordando il suggestivo verso di una poesia di Danilo Dolci (1924-1997): “ciascuno cresce solo se sognato”. Un verso che rende palese come ciascuno di noi, per vivere, abbia bisogno di essere nel “sogno” di qualcun altro. Roberto Saviano dunque può continuare a “crescere” (e superare magari qualche momento di dubbio o malinconia), perché rimane nei “sogni” di tantissimi italiani che non smetteranno mai di sperare, anche grazie al suo impegno civile, in un’ Italia più giusta, più felice, più bella.

Roberto Saviano al Teatro Romano di Cassino il 15-06-2013

Roberto Saviano al Teatro Romano di Cassino (frosinone) nella serata del 15 giugno 2013.

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Giustizia e libertà di informazione (Tiziana Ferrario, Oliviero Beha et al.)

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Nell’ambito della XVII edizione della rassegna “Libri sulla cresta dell’onda” lo scorso 28 luglio si è tenuto, all’interno del centro sportivo Coni di Formia (LT), un incontro sul tema della legalità e della libertà di informazione.

Armando Spataro, procuratore aggiunto del tribunale di Milano, ha sottolineato come il magistrato sia soggetto solo alla Legge. Ovviamente tutti i cittadini sono soggetti alla Legge, ma il termine “solo” enfatizza la libertà che il magistrato deve avere da qualsiasi altro condizionamento (ad esempio di tipo politico). Per quanto riguarda i rapporti tra mafia e politica, Spataro ritiene che sia importante conoscere la verità anche nel momento in cui questa dovesse rivelarsi dolorosa da accettare. A tal fine occorre lasciar lavorare serenamente i magistrati,  perché al di là delle pubbliche aspettative, questi hanno bisogno di trovare la cosiddetta pistola fumante (smoking gun).

Giancarlo De Cataldo è scrittore e giudice della Corte d’Assise di Roma. Osserva come il governo si vanti molto spesso della cattura di pericolosi latitanti appartenenti alla criminalità organizzata. Il merito è anche delle Forze dell’ordine, ma De Cataldo ricorda come alla base di questi successi ci sia  innanzitutto un meticoloso operato da parte della magistratura inquirente. Inoltre dopo la cattura non si esaurisce l’azione di contrasto: occorre che i processi si tengano e bisogna vedere come i processi andranno a finire, sempre che nel frattempo non si cambino le leggi. Il governo anzi sembra a volte lavorare in direzione opposta. Ad esempio solo un’intelligente interpretazione della Magistratura ha impedito che, a seguito dell’approvazione di una recente legge, fossero restituiti alle mafie tutti i beni già confiscati.

Per il giornalista Oliviero Beha stiamo diventando sempre più, oltre che un Paese a sovranità limitata, anche un Paese a legalità limitata. Il giornalismo italiano, al di là dell’eventuale introduzione della cosiddetta legge bavaglio, presenta già di per sé delle debolezze dovute a meccanismi di asservimento al potere. Il direttore del Tg1 Minzolini appare l’ultimo stadio di una sorta di “evoluzione della specie dei servi”: non solo è gaglioffo come tutti i direttori nominati dalla politica -osserva Beha- ma è addirittura contento e orgoglioso di mostrarsi gaglioffo. Il problema è che l’informazione non presenta le cose giustapposte, in modo tale che possano essere capite da tutti, ma espone di volta in volta solo una tessera dell’intero mosaico, tanto che gli Italiani avrebbero persino perso l’abitudine a fare collegamenti tra i diversi fatti. Il risultato è che non si utilizza neanche quel po’ di informazione che pur malamente si riesce a ricevere. Una sorta di voragine culturale, di cui non ci accorgeremmo. Perché? Perché è riempita da Berlusconi. Quando Berlusconi cadrà, preconizza il giornalista, allora il vuoto diverrà evidente e non sarà facile rimuovere le macerie di questi anni.

Giuseppe Laterza, editore, si rammarica che in italia la cultura, anche quella di tipo tecnico o scientifico, sia così bistrattata. Ad esempio si chiede perché -e non si può dargli torto-  si chiami a gestire l’installazione di centrali nucleari, ovvero una tecnologia che riguarda il nostro futuro, una persona come Umberto Veronesi, che ha 85 anni.

Tiziana Ferrario è un volto noto del Tg1. Ricorda che il suo primo direttore fu un certo Emilio Rossi che veniva a lavoro con l’autobus e che fu ferito dalle Brigate Rosse (1977). Per molti anni i direttori sono stati scelti fra quelli che avevano maturato esperienza all’interno dell’azienda, ma poi la politica ha cominciato a nominare persone arrivate da fuori, più organiche al sistema di potere. Inizialmente anche costoro sentivano il prestigio della testata che andavano a dirigere. Così il telegiornale della prima rete Rai risultava magari un po’ noioso, ma conservava un suo ruolo pluralistico e istituzionale. Questo oggi non c’è più. L’attuale direttore non si sarebbe più preoccupato di quella nobile eredità ma piuttosto di servire il progetto politico che probabilmente gli è stato commissionato. Non solo c’è un disequilibrio (in termini di tempo e di qualità) tra gli spazi dedicati alla maggioranza e quelli dedicati alle minoranze. Ma soprattutto – lamenta la Ferrario- a partire dalle ore 8.10 – 8.15 cominciano una serie di servizi su come fare il cambio di stagione, su come mettere i pesci rossi in pensione, se sia meglio il ventilatore o il condizionatore, su altre sciocchezze o idiozie simili ” (applauso). Il tg1 sarebbe diventato “un’arma di distrazione di massa” e questo è più grave perché  in Italia si legge poco. La stragrande maggioranza dei cittadini si informa solo attraverso la televisione. Il suo invito è a diversificare le fonti, a comprare vari quotidiani, a seguire anche il telegiornale di LA 7 o i telegiornali esteri.

Lo scorso aprile Tiziana Ferrario è stata rimossa dall’incarico di conduttrice del Tg1. “Io non sono un’eroina, -precisa la giornalista- sapevo che non potevo continuare a dare notizie che non condividevo o che addirittura erano false, come quando abbiamo dato l’assoluzione di Mills invece della sua prescrizione” (applauso). “Per questo -spiega- bastava aver rispetto della propria storia professionale. Però bisogna ricordare che Minzolini questo telegiornale non lo fa da solo. Lo fa con una redazione schierata al suo fianco. Siamo stati davvero in pochi ad aver osato aprire bocca. Questo mi dà una grande amarezza. Perché Minzolini se ne andrà, farà carriera andando magari a dirigere importanti testate di proprietà del premier, ma noi resteremo lì e dovremo ricostruire la credibilità del Tg1 sulle macerie che egli ci avrà lasciato. Non sarà facile tornare a lavorare con le stesse persone che sono state conniventi di questa informazione malata che è stata data all’Italia.”
“Per quanto riguarda il disegno di legge sulle intercettazioni, la Buongiorno
(presidente della Commissione Giustizia, ndr) ha fatto un ottimo lavoro (attenuandone gli effetti illiberali contro i giornalisti, ndr), ma io sono tra coloro che dicono che le notizie si devono dare,  e che non si può, per tutelare la privacy di pochi, precludere il diritto di tutti ad essere informati.

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Nuova auto municipale

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Aprile 1995, attraverso il buio della strada Casilina ci tenevano svegli il rumore assordante del motore e gli spifferi d’aria fresca che vorticano da ovunque all’interno dell’abitacolo di un pulmino Fiat 850 T.  Quasi con epica nostalgia ricordo il viaggio di una novantina di chilometri compiuto a notte fonda, assieme ai due vigili urbani di Coreno Ausonio, fino alla prefettura di Frosinone, per consegnare le schede elettorali. Il 16 maggio 1998 il vecchio pulmino celeste a 7  posti fu sostituito da una Fiat Punto blu. Lo scorso 9 giugno 2010, a rappresentare il Comune e la polizia municipale, l’ultimo “storico” passaggio: una Fiat Sedici allestita anche di sirena e lampeggianti.

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Il decretino elettorale

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Non so quali potranno essere gli sviluppi delle prossime ore, ma in ogni caso il “decreto interpretativo” non è certo una “soluzione per un generico caos liste“, come si affannano a ripetere il tg1, il tg2, il tg5 e altri. E’ un trucco, una furbata bella e buona a vantaggio di una parte politica, l’intrallazzo all’italiana a favore di chi ha un potere e lo difende di solito in modo arrogante in barba a principi più alti di interesse comune o di democrazia.

Lo so, il centrodestra non è nuovo a simili provvedimenti “porcata”. Gravissimo fu aver cambiato la legge elettorale nel 2006 a pochi mesi dalle elezioni politiche. Allora il primo ministro si ritagliò un sistema elettorale a perfetta misura del metodo autoritario del suo partito, dei suoi mezzi di telecomunicazione, nonché (con il finto “tridente” Berlusconi/Fini/Casini) dei malumori popolari che si riverberavano nella sua coalizione dopo 5 anni di evidente malgoverno.

Sembra che a causa della mancanza del simbolo sulla scheda elettorale, il centrodestra stimasse di perdere qualche punto percentuale (2-3%) nelle due regioni interessate (Lazio e Lombardia). Ma se la correttezza  è un valore, il “decretino” già firmato -questa stessa notte- dal presidente Napolitano, dovrebbe essere per il PDL una iattura ben peggiore. Se gli elettori italiani scegliessero i propri rappresentanti anche sulla base di un sentimento civico o di un qualche amore per la giustizia, il “Partito del Libertinaggio” -dopo questo colpo di mano- dovrebbe perdere ora molti più voti di quanti abbia temuto di perdere -tradendo le sue beghe o solo le sue goffagini- sino a ieri.

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No Berlusconi day, 5 Dicembre 2009

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Intorno alle ore 10.00, sul terzo binario della stazione di Cassino, si potevano notare, sparse tra le altre, numerose persone che indossavano qualcosa di colore viola o che tenevano Il Fatto quotidiano tra le mani. Costoro si stavano recando alla manifestazione di Roma per chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio Berlusconi. Un’iniziativa insolita, indetta questa volta, per la prima volta, non da partiti politici, sindacati o associazioni varie, ma originatasi da semplici cittadini e divulgata soprattutto grazie alla rete internet. Il colore viola voleva essere proprio il simbolo di questa autodeterminazione a segnare il distacco dai colori più usati dalle diverse fazioni politiche. Il gruppo NoBDay è stato aperto su facebook l’indomani della sentenza che ha dichiarato incostituzionale il lodo Alfano. In poco meno di 2 mesi ha raccolto 360.000 iscritti, il sostegno di personaggi della cultura e dello spettacolo, l’adesione di alcuni partiti d’opposizione più lungimiranti.

Piazza della Repubblica, nel primo pomeriggio, è illuminata da un sole basso e debole. Al centro la fontana zampilla in controluce, vaporosa ed elegante. D’intorno gazebo, palloncini e tantissime persone che già dispiegano striscioni ironici, cartelloni sarcastici, buffe caricature, bandiere che svolazzano leggerissime. Allo stand dell’Italia dei Valori ne distribuivano a chiunque si avvicinasse, assieme a maglie e cappelletti di colore viola. Sul cofano di un furgone si raccolgono anche delle firme contro tre iniziative del  governo: la privatizzazione dell’acqua, il ritorno all’energia nucleare, la legge che estingue i processi in breve.

Oltre a quelle di Antonio Di Pietro, molte le bandiere comuniste, qualcuna dei verdi,  rare quelle del PD (“siamo pochi ma ci siamo!” ha gridato un signore). Ma il lungo corteo, poco dopo la trionfale partenza, si infila  in un dedalo di strade strette fino a bloccarsi in prossimità di un crocicchio da cui affluiva gente da ogni lato. Superato l’ingorgo comincio a percorrere il fiume di gente speditamente, infilandomi ovunque si aprisse un varco più largo o scorrevole. Questo mi consente di osservare i diversi assembramenti. I gruppi comunisti sono i meglio organizzati. I loro camioncini avanzano lentamente davanti a plotoni di bandiere rosse, distribuendo musica ad alto volume e birra. Forse i giovani che gli stavano dietro erano attirati soprattutto da queste cose, perché a conoscere la storia recente, se davvero erano contrari al Berlusconi, avrebbero dovuto sapere che le premesse per l’attuale strapotere di questo magnate furono poste nel 1998 proprio da un leader comunista che non si fece scrupolo di far cadere (per una pretestuosa sciocchezza) un governo di centrosinistra che stava lavorando fino ad allora moderatamente bene per il Paese.

Aldilà delle varie bandiere, andando avanti il colore predominante diventa il più neutrale viola. A un certo punto, quasi come navigando in internet (sic) incontro il gruppo delle “agende rosse”, persone che con una mano stagliano in alto dei libri rossi -con icastica efficacia- appena sopra le loro teste. Ma proseguo attraverso il corteo.  Attorno soprattutto giovani, ventenni o trentenni, la nuova generazione della rete internet, ma anche gente di tutte le età. Spicca la presenza di famiglie, di giovani coppie assieme a bimbi, magari col cagnolino da compagnia al seguito, ci sono anche molte donne, spesso a gruppi, non di rado abbigliate di viola con vezzo anche estetico. A proposito di indumenti viola, nelle prime ore di raccoglimento i numerosi ambulanti latinoamericani si son fatti trovare impreparati. Ma in seguito son spuntati di mezzo alla folla venditori di tessuti viola persino eleganti e ricercati.

Ho “corso” solo per una piccola parte del corteo per circa un’ora, lasciandomi dietro circa 30.000 persone. Quando, prendendo l’ultima “scorciatoia”, giungo in Piazza San Giovanni, la grandissima parte del corteo ancora deve arrivare, ma l’area principale della piazza è già stracolma di gente, il palco già irragiungibile e lontano. Perciò, per quanto possa essere quasi solo un gioco azzardare stime del genere, penso che una presenza di 350.000 persone alla manifestazione sia tutt’affatto plausibile. Rincresce notare come dalla Questura, un organo dello Stato, un cittadino non possa aspettarsi di solito delle cifre oneste e credibili, ma piuttosto al ribasso (90.000).

In piazza è il momento dell’appello dell’anziano regista Mario Monicelli. Dice che le cose più importanti per lui sono giustizia, uguaglianza e lavoro. Senza di queste non ci sarebbe neanche vera libertà. Lo scrittore Tabucchi fa dell’ironia sulle ronde leghiste. Giorgio Bocca osserva che in Italia ci sono troppe persone che fondamentalmente non amano la democrazia. La giornalista finlandese Liisa Liimatainen, in rappresentanza della Stampa estera in Italia, spiega che quando Berlusconi scese in campo nel 1993, parte dei giornalisti stranieri, sia pure senza troppo entusiasmo, sperava davvero che questi potesse porre mano a qualche atavico male italiano. Oggi però più nessuno di loro nutrirebbe ancora illusioni. Come dire: ammesso che qualche italiano fu abbindolato all’inizio, perlomeno dopo tutti i fatti intercorsi avrebbe dovuto ricredersi, dopo che ben 18 leggi ad personam sono state varate a partire dal 2001, dovrebbe essere diventato evidente a chiunque che Berlusconi è tutto chiacchiere, affari personali e fumo senza arrosto.

Ma è Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato ucciso dalla mafia a Palermo il 19 luglio 1992, a parlare in modo più toccante e accorato (Discorso di Salvatore Borsellino parte 1 Discorso di Salvatore Borsellino parte 2) . Alza l’agenda rossa, e migliaia di simili libri rossi si alzano ovunque di mezzo al pubblico. La folla comincia a scandire all’unisono: “Fuori la mafia dallo Stato! “. E’ l’oratore stesso che spegne i cori: “Ho 8 minuti -dice- fatemi parlare, poi ci sarà tempo di gridare“. Ricorda i veri eroi, che evidentemente non sono gli stessi ammirati da Dell’Utri, già condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ma i magistrati onesti e gli uomini della scorta morti nei vari e vili attentati di stampo mafioso. Tra questi, cita la poliziotta Emanuela Loi, i cui brandelli di corpo, raccolti sui muri di Via D’amelio, furono rispediti a casa sua, in Sardegna, a spese della sua famiglia, mentre i voli di Stato vengono usati oggi per le escort e le prostitute. La folla applaude a ogni frase di denuncia, ma tale è la veemenza del discorso che si finisce con l’applaudire incessantemente e  si continua anche quando Salvatore Borsellino ha terminato il suo discorso. Forse è per questo che dopo qualche istante rientra di nuovo sul palco per urlare al microfono, con tutta la forza e il fiato che può avere ancora in gola: “Resistenza! Resistenza! “.

La stessa sera, ai telegiornali, il politico Gasparri ha la faccia di dire che Salvatore offende… la memoria del fratello. Gasparri è quello che può essere. Ma può prendere per il naso solo persone sprovvedute o disinformate. Perché davvero, della rettitudine e del coraggio, del senso di legalità e di giustizia che doveva avere il giudice Paolo Borsellino, non c’è migliore testimonianza di questa di suo fratello. Che continua, nella sua età non più giovane, a fare ogni sforzo per rievocarne il ricordo e rivendicarne gli ideali. Per un’Italia onesta, più giusta e pulita.

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Blitz al termocombustore di Colleferro (RM)

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Mi diceva un mio amico d’università: “il termovalorizzatore di Colleferro (Nord Ciociaria) è stato realizzato da un politico di destra, quindi sia pure con logiche clientelari, è gestito a norma di legge, non come quello che avete lì, a San Vittore del Lazio (Sud Ciociaria, ndr)”.
Il quotidiano La Provincia riferisce oggi dell’operazione Black Hole portata a termine dal Nucleo Ecologico dei Carabinieri di Roma e dalla procura di Velletri. Un blitz che ha portato a 13 arresti nelle province di Roma, Latina, Frosinone, Napoli, Avellino, Foggia, Grosseto e Livorno. A 25 indagati vengono contestati i reati di associazione per delinquere, traffico illecito di rifiuti, falsità ideologica, truffa aggravata, favoreggiamento… A quanto pare nel termocombustore di Colleferro (RM) veniva bruciato un po’ di tutto, anche rifiuti definiti pericolosi e quindi non utilizzabili per il recupero energetico. Tra questi, pneumatici di autoveicoli e altri materiali velenosi che venivano registrati all’accettazione con la dicitura: “Scadente“, “Pezzatura grossa“ o anche “Munezza“. Alcuni cittadini avevano segnalato in passato la fuoriuscita di strane fumate nere dalla torre dell’impianto ma il Sindaco diche “nei dati trasmessi al Comune non si sono mai riscontrati superamenti dei livelli di emissione in atmosfera“.
Ci prendiamo in giro da noi stessi? E’ risaputo che in Italia le carte burocratiche (benché importantissime per i cavilli dei legulei), troppo spesso non hanno aderenza alcuna con la realtà. La realtà è che questi impianti apparentemente “supertecnologici” costituiscono un business che piace a politici e finti imprenditori anche per il clientelismo a cui si prestano e a cui si accennava all’inizio Colleferro, dal canto suo, dice di questo testo. Il problema dello smaltimento dei rifiuti non si risolve con questi mostri. Serve da un lato una gestione più intelligente del processo di produzione dei beni, dall’altro l’unica soluzione realmente redditizia per la collettività, oltre che la sola ecologicamente sostenibile, è la raccolta differenziata!

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Del Turco? Ha tradito.

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Caro Beppe, che sono questi piagnistei per Del Turco? Anch’io ne sono rimasto relativamente sorpreso. Ricordo di averlo ascoltato a lungo, non molti anni fa, durante un convegno. Parlava molto bene, davvero mi sembrava di concordare molto con le cose sensate che diceva e quasi mi meravigliavo che non sembrava un vecchio esponente da “prima repubblica” quali in effetti era. Ma ora, ora che i giudici hanno messo in luce le malversazioni della sua giunta, ora sia pure messo in isolamento. I buonismi e le solidarietà politiche sono fuori luogo come non mai. Inutile lamentarsi della stagnazione italiana o dei tanti servizi che qui non funzionano se poi non si ha il coraggio di affrontarne le cause alla radice. La giustizia, con i suoi limiti umani (e italiani), farà pure il suo corso. Ma Del Turco non si è macchiato, assieme alla sua camarilla, di un reato di poco conto. Del Turco ha tradito noi cittadini, la sua Regione e lo Stato che invece doveva sentirsi onorato di servire.

Giuseppe Di Siena, giuseppe.disiena@libero.it

SE è colpevole, caro Giuseppe. Questo è doveroso dirlo subito. Certo: le cose che si leggono appaiono preoccupanti. Ma la preoccupazione è una cosa; la condanna senza processo un’altra. Sono d’accordo però con te su un punto fondamentale: la musica che si sente non piace.
Un sacco di bei discorsi sul primato della politica, le necessità della riforma della giustizia e compagnia bella. Pochi si chiedono: ma è vero o non è vero che hanno rubato milioni di euro alla sanità pubblica, quindi alla salute della gente? E’ vero o non è vero che la politica ha ripreso a rubare a mani basse? Non è per caso che di rubare non ha mai smesso, e teme una nuova Tangentopoli?

QUESTE sono le domande che un Paese civile dovrebbe porsi, in queste ore, invece di insinuare sospetti sui magistrati. Certo, la giustizia va riformata (tempi dei processi, carriere, intercettazioni, responsabilità). Ma è pazzesco pensare – come disse una volta un procuratore della Repubblica – che molti italiani, quando la magistratura e i media (i cani da guardia di una democrazia) abbaiano ai ladri, non se la prendono coi ladri. Ma coi cani. (Risposta di Beppe Severgnini)

[Pubblicato nella rubrica Italians del Corriere della Sera:
http://www.corriere.it/solferino/severgnini/08-07-18/01.spm ].

Intercettazioni e matematica

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Caro Beppe, è proprio vero che nelle discussioni sui problemi della società servirebbe sapere un po’ di matematica. Sulle intercettazioni è stato lanciato un allarme “terribile”: 100.000 intercettati x 30 telefonate al giorno = 3.000.000 di italiani spiati ogni giorno! Innanzitutto io prenderei con le pinze la stima delle 30 telefonate al giorno. Anche il più attivo manager, o il più alacre faccendiere, potrebbe passare molto tempo al telefono ma non facilmente arrivare a fare 30 telefonate o più in un solo giorno. In secondo luogo, a chi telefonano queste 100.000 persone intercettate? Molto probabilmente non chiamano me o il salumiere sotto casa, ma una cerchia ristretta di persone che hanno un appetibile potere economico, politico, burocratico, malavitoso… Non di rado capiterà che la telefonata intercorra tra due persone entrambi indagate. In breve, questa premura per la privacy è alquanto pretestuosa. Ancora una volta il centrodestra da un lato sbandiera sicurezza e legalità, dall’altro impastoia ulteriormente la giustizia e prende le difese di quella élite di italiani che hanno reati, interessi levantini o intrallazzi più o meno gravi da nascondere.

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Comandante di vigili immorale

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Il levantino capo dei vigili urbani di Roma (che aveva occupato con un falso permesso un posto auto riservato ai disabili), è stato rimosso dal suo incarico dal Sindaco della capitale. Bravo, bene Veltroni! Ma è sufficiente? Svestiamoci per un momento i panni degli italiani sempre pronti a “perdonare” o a comprendere le debolezze altrui. A rifletterci il reato, o la “leggerezza”, commessa da questo comandante, secondo me meriterebbe ben altra punizione. Costui non era solo un pubblico ufficiale addetto a far rispettare la legge e il codice della strada: era incaricato di dirigere e comandare altri suoi sottoposti perché assolvessero in modo efficace e diligente a quello stesso compito. Una persona di cui doveva essere importante anche solo l’esempio, la cui parola aveva un valore superiore a quella di altri cittadini onesti. Ammesso che fosse privo di senso civico o di semplice educazione, costui per comportarsi in modo “nobile” e moralmente corretto, poteva ritenersi pure economicamente ben remunerato. Invece una volta scoperta la magagna ha accampato scuse banali non diversamente da come farebbe il più gretto degli automobilisti colto in infrazione. Sembra che abbia pure adito le vie legali o inoltrato burocratici ricorsi. Per una persona che tradisce in questo modo la fiducia e il rispetto che gli debbono i cittadini, secondo me una “rimozione” è quasi una presa in giro. Non è la singola leggerezza o l’occasionale comportamento truffaldino, che irrita. Una persona incapace di comprendere solamente l’offesa che ha portato alle Istituzioni, al sentimento civico o alla pubblica morale, secondo me tradisce anche di aver usurpato -per anni- un posto di lavoro che non merita.

[Pubblicato nella rubrica Italians di Beppe Severgnini, il giorno 1/12/2007]

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