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La generazione degli anni ’60 e il cemento

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Ogni generazione ha i suoi “miti”, bisogna riconoscerlo. Ad esempio gli anziani di 70-80 anni amano appiccare il fuoco ai propri pascoli o alle sterpaglie degli appezzamenti coltivati. Non sono agronomi, né chimici o biologi del suolo, eppure qualcuno deve avergli sicuramente detto che le fiamme rinvigoriscono il terreno e la vegetazione. Comunque, a causa delle leggi dello Stato Italiano e più ancora delle tiranniche leggi anagrafiche, la generazione dei pastori e agricoltori incendiari va lentamente estinguendosi.

La  generazione successiva è quella degli anni ’60. Vissuto l’entusiasmo e l’ottimismo del rapido sviluppo economico, per costoro il mito è il cemento. Perché? Così. C’è chi si commuove davanti a uno sterminato lago d’acqua color verde turchese e chi gongola solo davanti a una spianata di calcestruzzo. Misteri quasi insondabili dell’animo umano.

Forse gli italiani nati in questi primi anni del nuovo secolo “sogneranno” di avere un appezzamento di terra in collina o in montagna, una casetta col tetto in coppi antichizzati appena nascosta tra i boschi o in mezzo agli ulivi, un luogo dove recarsi una o più volte all’anno, zaino in spalla,  ripercorrendo magari le vie di gradini e muri a secco costruite nei secoli col sudore di sapienti maestri della pietra. No, non le troveranno. Saran passati prima i loro nonni degli… anni ’60. E gli avran già lasciato in eredità, ben soddisfatti, la loro bella cementata grigio calcestruzzo.

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Nucleare: meglio aspettare tecniche più moderne

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Caro Beppe, non è vero che “tutti i paesi occidentali ricorrono all’energia nucleare”. E’ vero piuttosto che tutti vi sono ricorsi in passato. I motivi possono essere stati diversi, tra gli altri sicuramente il desiderio di sviluppare una tecnologia potenzialmente necessaria ad esigenze belliche. Il nucleare è una scelta IRREVERSIBILE, le cui conseguenze (comprensive di rischi e di spese di gestione delle scorie) si trascinano a tempo indefinito. Non è affatto scontato che si tratti di una scelta economicamente conveniente, anzi. Molti esperti, valutati anche i costi non evidenti, asseriscono risolutamente il contrario. Da te non mi aspetto la giustificazione banale: “ma se succede un incidente in Francia…”. Dovremmo consolarci col “mal comune mezzo gaudio”?
La centrale di Chernobyl ha contaminato mezza Europa, ma il disastro nei dintorni di 30 km è stato BEN PEGGIORE del danno causato a 300 km, o  3000 Km. In proposito, vista la conformazione della nostra penisola e che l’Africa e la penisola balcanica non ospitano centrali nucleari a noi vicine, la gran parte del territorio italiano attualmente è abbastanza al riparo da qualsiasi centrale attiva. In Sicilia, per dirne una, il rischio ce lo andremmo a portare solo noi. Io non ho molta contrarietà se in Francia si continua a sfruttare l’energia nucleare. Ne hanno fatto una scelta di sistema sotto l’assioma di una presunta indipendenza energetica. Oggi ne pagano conseguenze non previste, ad esempio il forte aumento del rischio terroristico. In ogni caso difficilmente i francesi possono tornare indietro sui loro passi. Ma l’Italia, in attesa della più rassicurante fusione nucleare, o delle celle fotovoltaiche nanostrutturate cui accenni tu stesso, fa ancora in tempo a fare scelte energetiche più accorte, magari meno gestibili centralmente con fini ambigui, ma più diffuse sul territorio e virtuose per il sistema Paese.

Pubblicato oggi nella rubrica Italians curata da Beppe Severgnini

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Il Giardino di Ninfa

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Nella primaverile giornata di ieri ho visitato il Giardino di Ninfa, l’oasi naturalistica che si trova ai piedi dei Monti Lepini, pochi chilometri a Est della via Appia, nel territorio di Cisterna di Latina (Lt). Su una rupe poco lontana, erto su una parete scoscesa, troneggia il comune di Norma, mentre nel cielo terso volteggiano una mezza dozzina di parapendio. Gli alberi sono ancora spogli, ma un vasto campo d’erba verde brilla al sole tiepido e accoglie i visitatori che son già abbastanza numerosi nel primo mattino. Diversi i camper parcheggiati. Al botteghino in legno due signore, invero non troppo cordiali. Entusiasta e sorridente è invece la giovane donna che ci fa da guida. Cominciamo la visita al di sotto di un noce americano. Non sembra, ma ci troviamo nel mezzo di quella che era una chiesa e di cui solo si riconosce, poco in là, parte dell’abside. Finalmente ci addentriamo nel cuore giardino, soffermandoci al di sotto di prunus o di magnolie in fiore, nei pressi del tronco di un possente leccio o di un enorme faggio rosso, ammirando cespugli di camelie rosse o bianche, arbusti sparsi di aceri giapponesi, vialetti di lavanda che sfiorano un ciliegio dai rami penduli, la tillandsia che si avvolge elicoidale al tronco d’una conifera…

L’abitato di Ninfa trae le sue origini in epoca Romana, quando vi fù costruito un tempio in onore delle Ninfe Naiadi, divinità minori associate alle acque sorgive. Il luogo assunse importanza solo nell’ VIII-IX secolo quando, divenuta impraticabile la via Appia, divenne un nodo cruciale di passaggio sulla via pedemontana che collegava il Nord al Sud dell’Italia. Grazie ai dazi doganali, Ninfa divenne un piccolo ma prospero comune autonomo dello Stato Pontificio. Nel 1159 ospitò persino l’ incoronazione di papa Alessandro III prima che, avversato da  una minoranza di cardinali, si trasferisse alcuni anni in Francia. L’imperatore Barbarossa, anch’egli contrario alla sua elezione, per ritorsione distrusse e saccheggiò la città che gli aveva dato ricovero.
Nel 1294 salì al soglio pontificio Benedetto Caetani, papa Bonifacio VIII, e questi sì adoperò perché, tra le varie ricche famiglie che si contendevano Ninfa, potesse acquistarla proprio suo nipote Pietro Caetani. Nel 1382 in seguito ad un ennesimo attacco e al diffondersi della malaria, la città fu definitivamente abbandonata. Intorno al 1920 gli ultimi epigoni della famiglia Caetani, analogamente a quanto avevano tentato  altri avi, recuperarono il luogo non già ricostruendo l’antica cittadina, ma impiantandovi l’incantevole giardino che si può ammirare oggi. L’ultima giardiniera della dinastia fu Lelia Caetani, che prima di morire senza eredi (1977) volle istituire la Fondazione Roffredo Caetani col fine di continuare la cura del giardino e serbare memoria della casata.

L’oasi di Ninfa occupa una superficie di 106 ettari che comprende il laghetto e le sorgenti dell’omonimo fiume. Ospita numerose specie di piante provenienti da tutto il mondo, molte delle quali son state collezionate con passione botanica dalla madre stessa di Lelia. Il giardino è di tipo inglese, senza geometrie definite, con una disposizione apparentemente disordinata delle specie botaniche e dei sentieri sinuosi. Il rapido accrescimento degli alberi testimonia la naturale fertilità del terreno.
A partire dagli anni ’90 un’area umida di circa 15 ettari è stata rimboscata e destinata a rifugio di protezione per l’avifauna. Sembra che i risultati siano stati subito incoraggianti, con l’insperato ritorno di rapaci ed altri uccelli che un tempo popolavano diffusamente la palude e l’agro pontino.

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Le querce di Coreno

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Coreno Ausonio (FR) è situato tra rilievi collinari quasi sempre aspri e impervi. Una parte considerevole del territorio, ben noto ai paesi vicini, è stata sacrificata  all’estrazione del marmo. Eppure ancora la natura resiste intorno all’abitato, ad esempio con le querce che, fra pietre e stramma’ (Ampelodesma tenax), si abbarbicano tenacemente ovunque sia possibile.

Come osservava la scrittrice Susanna Tamaro, l’albero se ne sta sempre lì dove è nato: mite, quieto, senza poter influire su nessuna delle cose da cui dipende la sua sopravvivenza, in balia -senza potersi spostare- di tutto quello che gli accadrà intorno durante la sua lunga vita. Ma l’albero che punteggia un costone sassoso dell’Italia centro-meridionale non è lo stesso che si può trovare in altri boschi o sconfinate foreste dell’Europa. E’ un combattente, un pioniere che lotta contro la scarsità del suolo, i forti venti che lo flagellano d’inverno, la calura, la siccità (a volte le fiamme), proprie della lunga estate mediterranea.

In questa lotta per la sussistenza, la quercia non lascia trapelare nulla del suo sforzo, se  non la grazia delle sue fronde appena coriacee o dei rami robusti e rugosi dove -cacciatori permettendo- si posano talvolta degli uccelli a ispezionarne i dintorni. Ma la stupidità è umana. Capita che ce se n’infischi della maestà di piante quasi centenarie. E ancor più delle lontane minacce di inquinamento e riscaldamento globale che pure echeggiano sempre più spesso sui mezzi di informazione. Così, motosega alla mano, per un’infornata di legna o una manciata di euro, si abbattono esemplari quasi eroici di queste piante, anche laddove è improbabile che ne ricresceranno altri.

Soprattutto nelle persone meno giovani spesso manca ogni sensibilità verso la natura e la tutela del paesaggio come patrimonio collettivo, ma anche solo un briciolo di consapevolezza civica. Si dovrebbe fare a gara tutti non nel calcolare minuscole convenienze, ma nell’avere premura anche degli altri e della terra in cui si vive.

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La neve

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Cinque o sei centimetri, non molto di più. Ma la neve è un evento meteorologico raro per Coreno Ausonio (319 m s.l.m.). Probabilmente erano 16-17 anni che non nevicava così. Ieri mattina un primo sottile velo, già piuttosto insolito. Poi una giornata abbastanza assolata e serena. Infine, nel tardo pomeriggio, un nuovo rovescio che verso sera ha persino bloccato seriamente il traffico in alcuni tratti.

Stamattina il paese si è svegliato sotto una coltre bianca. Il rumore di qualche badile che sdrucciola davanti a qualche casa, la breve sgommata di qualche auto che slitta sull’asfalto. Per il resto il mondo si attenua, i suoni diventano ovattati, gli alberi oberati di neve si dispiegano -immobili- al sole che brilla freddo. Attraverso l’aria fresca solo vaporose schegge di neve si liberano -leggerissime- dalle fronde più alte degli ulivi per cadere dolcemente a terra.

Ma la neve, soprattutto, perdona (per qualche ora) gli umani. La neve stende un manto sugli scempi e sugli affanni materialistici delle persone più o meno goffamente in cerca di un progresso. Copre pietosamente i muraglioni di cemento, i recinti degli orti, i tetti e le terrazze dei casermoni squadrati, le coperture e le baracche in lamiera, gli accessi alle proprietà in calcestruzzo, le scarpate delle piste di collina, i clivi sfregiati dagli scavi, dalle strade a mezzacosta.

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Cinque terre, La Spezia

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Le Cinque Terre sono una lingua di territorio marino-montano della Liguria più orientale, a 10 minuti di treno dal capoluogo della Spezia. L’area è diventata nel 1999 Parco Nazionale delle Cinque Terre. La costa è frastagliata e rocciosa, ma la conformazione austera è ingentilita ovunque sia possibile da una vegetazione che resiste vigorosamente al freddo, ai venti, alla calura, alla salsedine del mare. Sui pendii che salgono rapidi verso l’interno l’uomo ha pervicacemente cercato, con terrazzamenti anche arditi, di strappare terra e orti da coltivare alla natura aspra del luogo. E’ così che sono nati i vigneti che danno origine allo Sciachetrà, un vino liquoroso ottenuto da uve passite.

Riomaggiore è il più orientale dei 5 paesini, il primo che si incontra ad Ovest di La Spezia. E’ situato sul letto avventizio dell’omonimo torrente. La stazione ferroviaria è stata ricavata nell’angusto tratto di luce tra le due gallerie che perforano i monti da una parte e dall’altra del canale. L’abitato è costituito dalle tipiche “torri genovesi”, costruzioni alte e strette addossate l’una all’altra, distinguibili dal diverso e vivace intonaco colorato. Un sentiero si spinge a Est verso Capo Monte Nero, un promontorio circondato da una riserva marina a tutela integrale. A Ovest invece ci si può incamminare, ancora ricavato nella roccia a strapiombo sul mare, sulla cosiddetta Via dell’amore, un sentiero che conduce al limitrofo abitato  di Manarola, un chilometro distante. D’intorno abbondano piante grasse (come i fichi d’india)  e tipiche piante mediterranee come l’euforbia, il lentisco, il rosmarino, il pittosporo, ma anche alberelli di corbezzolo, di oleandro, di fico, di ulivo, di leccio… Oltre ai caratteristici pini che, modellati dal vento e spesso resi sofferenti dal clima ostile, sembrano protendersi nel vuoto e tuffarsi quasi, sopra l’acqua azzurra.

Manaròla si sviluppa anch’esso nella gola tra due speroni. Il torrente esistente è stato coperto e trasformato in un canale che sfocia a mare al di sotto d’un ponte ad arco che si confonde col colore della roccia circostante. Sulla costa è ricavato un piccolo approdo protetto da asperità naturali dove stazionano solitarie barche a remi. Proseguendo oltre il sentiero (che tocca tutti e 5 i comuni) si snoda in tratti costieri anche più accidentati. In diversi punti si viene catturati dall’ondeggiare rumoroso del mare. Sia il suo suono un tonfo tumultuoso, un singulto possente e selvaggio che si infrange contro la roccia dura, oppure un crepitìo quasi misterioso, con la risacca d’acqua che si asciuga e permea rumorosamente i milioni di interstizi tra le pietre di una battigia di sassolini.

Corniglia è il paese centrale delle Cinque Terre. Il piccolo borgo si erge in cima a uno sperone di un centinaio di metri d’altezza. E’ l’unico fra gli altri che non ha una propaggine che affaccia direttamente a mare. Il centro si raggiungere dalla stazione ferroviaria salendo una scalinata in mattoni di 33 rampe e 377 scalini. Al culmine la terrazza di una torre da cui la vista può spingersi sia sul mare, verso il promontorio appena lasciato di Manarola, sia verso l’interno, con le colline coltivate e, più in alto, con i boschi parzialmente bruciati dagli incendi.

Vernazza può essere ritenuto uno dei borghi più belli d’Italia. Il monte su cui si trova si spinge a largo sul mare, mentre l’abitato affaccia, in modo suggestivo e peculiare, su un porticciolo, un’insenatura naturale protetta dal promontorio stesso. Un luogo sicuro, sul quale però il mare arriva costantemente, infrangendo le sue onde ora più forti ora più deboli, alzando in aria, quasi eterea, la sua spuma.

Monterosso al mare è il più popoloso (1555 abitanti), oltre che il più a Ovest dei cinque comuni. E’ il paese natale del poeta Eugenio Montale (premio nobel nel 1975) che si ispirò a questi luoghi per Ossi di Seppia. E’ anche l’unico ad avere spiagge di ghiaia sottile di una certa ampiezza, in particolare  nell’abitato di Fegina, dove si trova anche la stazione, e a cui si accede attraverso un tunnel di poche decine di metri.

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C’era una volta Campo Miranda

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Situato poco lontano dalla stazione ferroviaria, c’era una volta a Cassino (FR) una delle ultime aree verdi e quasi intonse della città:  Campo Miranda (chiamato erroneamente “Boario”, ndr). Quando frequentavo il liceo, spesso ci recavamo lì con i professori di educazione fisica. Appena oltre l’entrata, c’era un campetto di calcetto malamente recintato e qualche arredo per far giocare i bambini. Su una giostra di ferro a volte ci sedevamo a conversare in attesa che l’ora terminasse. Dintorno prato verde e, di primo mattino, erba rugiadosa. Di solito c’era la nebbia e il sole vi traspariva, sferico e fioco, come fosse la luna.

Nel 1993 un sindaco “illuminato” aveva avviato a Cassino l’operazione che si potrebbe intitolare “zero marciapiedi senza alberi“. Migliaia di piante sono state messe a dimora nella città aprendo, ovunque possibile, cerchi nel cemento. Oggi quegli alberi recano non poco refrigerio in una città situata in una conca dal clima infelice. Comunque, finito l’effetto “Mani pulite”, il sindaco “virtuoso” con la faccia da “bravo ragazzo” è passato come una meteora. E’ bizzarro come la stupidità umana riesca ad essere sempre più prolifica della lungimiranza. I nuovi politici cassinati (forse per giustificare i parcheggi a pagamento in una città che non aveva “scuse” per prevederli) hanno pensato di realizzare un “immenso” parcheggio spalmando una distesa di asfalto sulla fertile terra di un campo verde. Un ettaro di catrame, steso da cima a fondo, che d’estate riverbera di calore come una fornace.

Lo scorso maggio c’è stata poi la visita del papa Benedetto XVI. E allora per il parcheggio si sono rese necessarie opere di “somma urgenza” riguardanti la risistemazione dei luoghi e la bonifica dai rifiuti. Ad oggi, la sporcizia ancora c’è. Quanto ai lavori (per il risibile importo di Euro 347.893,14) apparentemente è stato realizzato solo un cordolo di cemento tutto intorno e, alla meno peggio, sparpagliato del brecciolino sul lembo di prato che ancora vi insisteva ai margini. E’ grottesco: per fabbricare quel candido brecciolino si sventrano montagne e si distruggono ecosistemi,  eppure lo si spreca in modo disordinato e approssimativo, per “soffocare”  (in maniera insufficente peraltro) l’erba che ancora cresce attorno alla megapiazza di asfalto. Dal punto di vista “termodinamico” un aumento sconsiderato e gratuito… dell’entropia dell’universo. Dal punto di vista politico un esempio di cattivissima gestione (economica, ambientale, urbanistica) del denaro pubblico.

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La montagna spaccata, Gaeta (LT)

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Un paio di settimane fa ho visitato un luogo di pregevole valore naturalistico sito nel comune di Gaeta (LT), non lontano dal centro urbano della città pontina. La Montagna spaccata è una fenditura che attraversa la roccia in prossimità di un suggestivo promontorio che si protende sul mar Tirreno, nel Lazio meridionale. Tra le due pareti di roccia che si sono divaricate è stato ricavato un sentiero i cui gradini portano a una piccola cappella incastonata su un’insenatura marina. Secondo la leggenda, la montagna si sarebbe spaccata nel momento stesso della morte di Gesù Cristo. Su varie tabelle, anche in inglese, più volte si fa riferimento al passo biblico di Matteo 27:51: “Ed ecco, la cortina del santuario si squarciò in due da cima a fondo, e la terra tremò, e i massi di roccia si spaccarono“. Tuttavia le indicazioni turistiche tacciono del fatto che proprio nulla lascia presumere che il testo biblico si riferisse a una roccia posta a… 2200 km di distanza dal luogo ove il Cristo fu ucciso.

Nei pressi dell’imbocco della fenditura è stato costruito un santurario (XI secolo) che nel tempo è stato meta di personalità anche importanti. Tra queste, papa Pio IX, Bernardino da Siena, Ignazio di Loyola, san Filippo Neri. Quest’ultimo, secondo la tradizione, avrebbe vissuto a lungo su un giaciglio di pietra tuttora indicato. Nei paraggi è evidenziata anche la “mano del turco”: un’impronta palmare che secondo la leggenda si sarebbe formata sulla roccia nel momento in cui un marinaio musulmano si era poggiato, incredulo, su di essa.

Aldilà della fantasia (levantina forse) che deve aver dato origine a questi racconti, può essere molto interessante notare quest’amenità morfologica anche solo dal punto di vista geologico. Le due pareti, discoste di 1-2 metri, appaiono speculari e perfettamente sovrapponibili l’una all’altra. Questo rende facile immaginare un fenomeno tellurico di notevole energia o quantomeno un movimento tettonico imponente della crosta terrestre. La rottura della pietra prosegue nelle viscere del sottosuolo. E’ probabile sia la stessa che, a una quindicina di chilometri di distanza, in linea nell’entroterra, ha dato origine al caratteristico fianco Est del Monte Fammera (1166 m), la cui conformazione verticale e scoscesa è ben familiare a chi abita dalle mie parti.

In prossimità del Santuario della Montagna Spaccata c’è anche una suggestiva spelonca naturale, sempre sul mare, detta Grotta del Turco. E’ chiamata così perché nel IX secolo (ai tempi del Ducato di Gaeta), avrebbe costituito un rifugio strategico per le navi dei saraceni che solevano razziare i navigli in transito. La visita dell’anfratto si può effettuare pagando un modesto biglietto per il quale, in modo un po’ ambiguo, non viene rilasciata ricevuta. Scesa la scalinata per un’altezza di una cinquantina di metri, si può indugiare qualche minuto sotto le ampie e fresche volte della grotta, vicino agli scogli e allo sciabordìo delle acque ondeggianti. Più avanti, oltre le elevate falesie che stagliano il cielo, la stretta insenatura si dischiude all’assolato mare aperto e alle sue infinite sfumature d’azzurro.

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Ecosistema Urbano (Madrid), Fiera di Roma

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Durante la Fiera Ecopolis 2009 son rimasto a lungo presso “Ecosistema Urbano” lo stand dello studio di Madrid dove lavora mio fratello. Nonostante l’aspetto anonimo e l’arredo spartano, sono stati in molti a fermarsi. Soprattutto studenti e neolaureati in architettura, ma anche diversi professori d’università e qualche insegnante di scuola superiore. Persone che sembravano riconoscerne subito la portata innovativa o perlomeno insolita, rispetto al resto degli espositori nel padiglione.
Oltre il mondo accademico, ha indugiato presso lo stand anche più di qualche libero professionista. L’architetto navigato di solito era riconoscibile dalla sua reazione: si arrestava di colpo e osservava sornione le immagini sulle pareti. Poi proseguiva oltre, con un lieve sorriso, senza avere l’aria di attribuirvi troppa importanza.

Ecosistema Urbano è uno studio di Madrid specializzato nella riqualificazione architettonica di quartieri ed aree urbane. L’equipe si compone di una dozzina di persone, architetti e ingegneri perloppiù giovani, provenienti da Spagna, Italia e Belgio. A questi si associano talvolta tirocinanti provenienti anche da altri Paesi. I progetti dello studio sono caratterizzati da una spiccata la sensibilità per le tematiche ambientali, per la sostenibilità delle opere sia a livello locale che su scala planetaria, per l’impatto sociale delle opere stesse e il coinvolgimento dei cittadini.

La particolare attenzione alla comunicazione e allo scambio di informazioni ha portato alla realizzazione di un sito internet (http://www.ecosistemaurbano.com/) che è fra i più consultati in Spagna tra i cultori di urbanistica. Il sito contiene un blog in spagnolo, inglese e  (di recente) italiano (http://www.ecosistemaurbano.it/). Sempre dal sito è fruibile una web-tv che trasmette video legati al tema della sostenibilità. Mi ha stupito che diversi visitatori, in genere giovani studenti e studentesse, conoscessero già molto bene sia il sito che la sua tv. Proprio per raccogliere materiale per la tv mio fratello ha approfittato della fiera Ecopolis per effettuare (assieme anche ad un collega) delle interviste con l’ausilio di una telecamerina. Le interviste sono rivolte a persone e cittadini comuni e diversi visitatori dello stand si son prestati al gioco. Tra gli altri si sia reso disponibile il politico Nichi Vendola. Il governatore della Puglia si trovava in fiera, nella terza giornata, per presenziare ad una conferenza su temi legati proprio all’urbanistica e all’ecologia. L’intervista registrata può essere raggiunta al seguente link: http://ecosistemaurbano.tv/2009/04/intervista-a-nichi-vendola-presidente-regione-puglia/.

L’opera più nota di Ecosistema Urbano, pubblicata ormai su tutte le più importanti riviste specializzate del mondo, è l’Ecobulevar de Vallecas a Madrid. Si tratta di un ampia struttura circolare su travi reticolari sulle quali si lasciano sviluppare delle piante rampicanti. Le rampicanti creano in poco tempo un microclima gradevole e nella piazzola interna, realizzata in un confortevole caucciù riciclato, possono tenersi manifestazioni di partecipazione collettiva di vario genere. Sulla sommità della struttura sono installati dei pannelli fotovoltaici. La realizzazione è totalmente smontabile perché nell’ottica di Ecosistema Urbano, ogni opera deve adeguarsi al tempo in cui viene realizzata e deve poter essere rimossa dopo un certo numero di anni per far posto ad altre creazioni, o magari, più semplicemente, agli alberi -messi pure intorno- che nel frattempo saranno cresciuti.

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Solare fotovoltaico in conto energia

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Nella sala H del padiglione 10 (riservato alle conferenze) si è tenuto, nella terza giornata della fiera Ecopolis, un lungo seminario sulla bioedilizia. Tra i sottotemi trattati, in un’aula alquanto gremita di persone, anche quello del fotovoltaico. Il giovane relatore, il dott. F. Fatricelli, ha collaborato alla realizzazione di importanti progetti, come quello che ha visto la copertura dell’Aula Nervi in Vaticano: un impianto di 2400 pannelli solari (per una potenza installata di 200 KWp) che forniranno oltre 300 MWh all’anno. Si è diffuso un sorriso tra i presenti quando l’oratore ha precisato che non sono state le gerarchie ecclesiastiche a tirar fuori i capitali per la sua realizzazione. Ha provveduto infatti un’azienda tedesca, con l’intenzione anche di fare un regalo al papa connazionale. La Germania rimane una nazione d’avanguardia per l’impiego dell’energia rinnovabile, anche se sembra sia stata superata dalla Spagna nel 2008, almeno per quanto riguarda la produzione di pannelli fotovoltaici.

Il fotovoltaico è nato, a partire da applicazioni spaziali, per l’alimentazione di impianti isolati. Il principio di funzionamento sfrutta la proprietà di materiali seminconduttori, opportunamente drogati con altri elementi, di generare energia elettrica quando siano esposti alla radiazione luminosa. Oggi la tecnologia fotovoltaica si sta diffondendo sempre più per l’alimentazione di impianti connessi alla rete elettrica nazionale ed è ormai molto affidabile. I produttori assicurano una durata utile degli impianti di almeno 20 anni, ma in realtà i moduli fotovoltaici continuano a funzionare molto più a lungo, sia pure con un certo decadimento prestazionale (che si può approssimare allo 0,8% all’anno). La parte più vulnerabile del sistema è costituita dall’ inverter, il quale andrebbe sostituito ogni 10 anni circa. Esso è il componente principale del BOS (balance of system), che converte la corrente continua a basso voltaggio prodotta dai pannelli in corrente alternata a più alto voltaggio fruibile dall’utenza.

Sono state realizzate diverse tipologie di pannelli fotovoltaici, con rendimenti tra il 12% e il 20%. Il rendimento e la potenza di picco vengono misurati mediante test in condizioni standard: ad una radiazione di 1000 W/m2 e ad una temperatura del pannello di 25°C. Il tipo più commerciale, in silicio con drogaggio di boro e fosforo, ha un rendimento di circa il 13%. Non è basso, se si pensa che, una volta costruito, l’impianto genera corrente senza dover fare null’altro. Per la produttività effettiva del pannello è importante il suo orientamento. L’inclinazione ottimale per pannelli fissi è di circa 30° verso Sud. I pannelli posizionati orizzontalmente non perdono moltissimo, perché lavorano meglio in estate, quando l’irraggiamento solare è più forte. mentre quelli messi in verticale (a coprire ad esempio una parete)  hanno invece un decadimento fino al 40%, perché lavorano meglio in Inverno, quando l’irraggiamento solare è scarso. Con l’inseguimento solare su due assi si possono migliorare le prestazioni di circa il 30%. In una città come Palermo, con un pannello inseguitore si possono ottenere quasi 1900 kWh/kWp. La produttività del fotovoltaico dipende molto dal luogo geografico. All’interno dell’Italia stessa, tra il Nord e il Sud della penisola, ci possono essere differenze fino al 30%. Per la stima dell’irraggiamento locale, la legge prevede di far riferimento alla norma UNI 10349. Nella provincia di Roma occorrono circa 2 ettari di terreno per installare una potenza di 100 MW e ogni MWp di potenza installato produce circa 1400 MWh all’anno. La produzione di 1 MWh corrisponde alla combustione di circa 0,2 Tep (tonnellate di petrolio equivalente) con l’emissione in atmosfera di 500 kg di anidride carbonica. Questo significa che un impianto fotovoltaico su una superficie di 2 ettari, a Roma, consentirebbe di risparmiare circa 700 tonnellate di CO2.

In Italia attualmente sono installati circa 60 MW di potenza con pannelli fotovoltaici. Da alcuni anni lo Stato finanza queste installazioni in conto energia, riconoscendo non un contributo sull’investimento iniziale, ma un premio sull’energia effettivamente prodotta nell’arco di tempo di 20 anni. L’incentivo varia in base alla potenza installata e al tipo di integrazione dell’impianto. Nel caso domestico (1-3 kW), vengono riconosciuti 0,40 E per impianto non integrato, 0,44 E per un impianto parzialmente integrato (ad esempio pannelli fissati sulle falde di un tetto), 0,49 E per un impianto totalmente integrato (in cui il pannello assolve da solo ad una funzione di copertura architettonica). Recentemente il governo ha ridotto lievemente questi incentivi del 2% nel 2009 e di un ulteriore 2% nel 2010. Non solo. Ha deciso di non rinnovare oltre questi incentivi nel momento in cui si raggiungeranno i 3 GW di potenza installati (ovvero il 5% del fabbisogno massimo nazionale). Agli incentivi statali si aggiunge il contributo del gestore dell’energia elettrica, che paga 0,12 E per ogni kwh immesso nella rete purché sia consumato (sia pure in orari diversi) dallo stesso utente (regime di “scambio sul posto”).

In Italia il picco di potenza richiesta (circa 60 GW) avviene (a causa dei condizionatori), in estate. Per coprire questo picco vengono avviate anche le centrali elettriche meno efficenti, più dispendiose e inquinanti. Eppure proprio nella stagione estiva i pannelli fotovoltaici danno il loro meglio! E’ auspicabile che si arrivi ad una quota di almeno il 20% del fabbisogno elettrico nazionale prodotta con questa tecnologia (contro lo 0,02% di oggi!). Al momento gli impianti fotovoltaici, sicuramente vantaggiosi per l’ambiente, da un punto di vista prettamente finanziario sono redditizi solo grazie ai contributi dello Stato. Nondimeno in un futuro non lontanissimo la tecnologia diventerà economicamente competitiva anche senza questi contributi. In Italia avverrà prima che in altri Paesi industrializzati, intorno all’anno 2020. Questo sia per il costo dell’energia elettrica, mediamente più alto che altrove, sia per la maggiore insolazione di cui gode fortunatamente il nostro Paese.

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