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Virtù del compostaggio

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La parte organica dei rifiuti domestici rappresenta circa 1/3 del loro peso complessivo. Nella prospettiva di una gestione razionale ed ecologicamente sostenibile dei rifiuti un tassello cruciale è rappresentato dalla differenziazione di questa frazione e dal successivo processo di fermentazione aerobica al fine di ottenerne del compost. Il compost è un prodotto ammendante in grado di apportare sostanze nutritive e di migliorare al tempo stesso le caratteristiche fisico-meccaniche e biochimiche del terreno.
Per aumentare la resa agricola di solito si utilizzano concimi minerali. L’effetto di questi prodotti appare pure soddisfacente nel breve termine, ma risulta dannoso e controproducente in tempi più lunghi. Non è un caso che l’ortofrutta in vendita nei supermercati, in genere ottenuta con l’uso intensivo di tali prodotti, risulti spesso meno sapida e meno aromatica di quella autoprodotta in un orto di famiglia. Il fatto è che le piante sono esseri viventi e non  solo fabbriche di trasformazione molecolare, né il terreno è un mero contenitore di sostanze chimiche. Il terreno possiede una sua fertilità intrinseca che deriva dall’interazione di fattori diversi: la presenza di humus (l’insieme di sostanze organiche decomposte o in via di  lenta decomposizione), è uno dei più importanti.

L’ humus non solo è un precursore degli elementi nutritivi, ma li rende disponibili alle radici più a lungo, crea un ambiente propizio per funghi, batteri e protozoi benefici, fa in modo che la terra trattenga l’umidità nella giusta misura, sia più areata e soffice se troppo asfittica, oppure più stabile e consistente se troppo sabbiosa e sassosa. Un terreno  fertile è costituito per circa il 2% da humus ma la quantità ottimale per un suolo davvero ricco è di circa il 4%. E’ evidente come il compostaggio degli scarti domestici e urbani possa rappresentare una risorsa preziosa per orti e giardini oltre che una pratica virtuosa per l’economia e per l’ambiente. Comunque non di rado capita di  osservare operatori ecologici intenti nel forzare entro anguste buste nere in PVC le foglie raccolte per strada o persino sfalci d’erba. Quale spreco! Di tempo e fatica, di materia prima, di inquinamento da plastica, di risorse economiche per lo smaltimento in discarica.

Il motore del processo naturale di compostaggio è costituito da microorganismi aerobi che utilizzano ossigeno per trasformare gli scarti organici e i residui vegetali in anidride carbonica (CO2) e altri composti. Ecco perché risulta utile  rivoltare di tanto in tanto i cumuli e aggiungere magari sterpaglie o rametti triturati che li rendono più porosi (da  sistemare soprattutto alla base del cumulo). Anche i lombrichi contribuiscono in tal senso e anzi la loro presenza è un indice della buona qualità della trasformazione in corso. Dopo un tempo variabile da 6 a 9 mesi, tutto quello che abbiamo accumulato diventa  (in modo quasi “incredibile”!) semplicemente… terriccio. Sembra che dal punto di vista chimico, oltre alla giusta umidità e ovviamente alla temperatura, un ruolo fondamentale per il miglior svolgimento del processo lo abbia il rapporto medio carbonio/azoto. Macroscopicamente tale rapporto è correlato a quello tra le sostanze “marroni” (più secche, a lenta decomposizione come rametti, sughero, paglia, segatura, cellulosa) e le sostanze “verdi” (più umide, a rapida decomposizione come erba, scarti di frutta  e verdura, residui di cibo). E’ significativo che un valore ottimale (C/N = 30 circa) lo abbiano… le foglie. Questo fa sì che difficilmente i tappeti di foglie lungo viali urbani siano caratterizzati da odori sgradevoli e che il sottobosco sia un ambiente piacevole per tutti i nostri sensi.

[Si legga anche:  Riciclare i rifiuti! ] [Per approfondire: Manuale di compostaggio domestico, a cura dell’ARPA Valle D’Aosta]

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Sugli alberi di Coreno (Fr)

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Una parte considerevole del territorio di Coreno Ausonio, come è noto, è stata sacrificata  all’estrazione della pietra. Oggi ci ritroviamo enormi e sterili voragini laddove un tempo, tra le rocce e le “thateme” affioranti,  c’erano anche boschi verdeggianti ricchi di fauna, prati e siepi di valli fertili e rugiadose.  L’acqua un tempo limpida, affiora oggi schiumosa tra i massi delle discariche di inerti che hanno travolto i torrenti avventizi. Eppure, nonostante questo disastro ecologico, la natura ancora resiste intorno al nostro abitato, ad esempio con le querce che, fra sassi e “stramma(ampelodesma tenax), si abbarbicano tenacemente ovunque sia possibile.

Come osserva la scrittrice Susanna Tamaro, l’albero se ne sta sempre lì dove è nato: mite, quieto, senza poter influire su nessuna delle cose da cui dipende la sua sopravvivenza, in balia -senza potersi spostare- di tutto quello che gli accadrà intorno durante la sua lunga vita. Ma l’albero che punteggia il costone pietroso del nostro territorio non è lo stesso che possiamo trovare nelle pianure ciociare o in altre sconfinate foreste d’Italia e d’Europa. Gli alberi del nostro paese sono combattenti, pionieri che lottano contro la povertà del suolo, i forti venti dell’inverno, la calura, la siccità (a volte le fiamme) della durevole estate mediterranea. In questa lotta per la sussistenza, le nostre querce non lasciano trapelare nulla del loro sforzo, se  non la grazia delle loro fronde appena coriacee o dei rami robusti e rugosi dove, cacciatori permettendo, si posano talvolta degli uccelli a ispezionarne i dintorni. Purtroppo, motosega alla mano, capita che per una infornata di legna o una manciata di euro, ce se ne infischi della maestà di piante centenarie o quasi.

La legna è una risorsa utile e preziosa. Piacevole per tanti aspetti, dal profumo che emana allo spacco, al bagliore, allo scoppietìo che genera mentre brucia, al calore e alla serenità che diffonde, come poche altre cose, in un focolare di casa. Soprattutto la legna è una risorsa rinnovabile. Le piante assorbono l’energia del sole per le loro funzioni vitali e ne immagazzinano una piccola quantità (circa il 4%) nei tessuti legnosi. Facciamone pure buon uso. Di recente il Comune è intervenuto per amministrare meglio la pratica del taglio boschivo e anche la Forestale sembra avere una maggiore attenzione a riguardo. Ma la Legge interviene goffamente, in modo inutilmente severo oppure superficialmente indulgente. Neanche si può confidare nella deontologia professionale degli operatori del settore che nel passato come nel presente hanno mostrato una scarsissima sensibilità per le implicazioni ambientali del loro lavoro. Nel territorio di Coreno sono stati abbattuti quasi tutti gli alberi più antichi e persino alcuni che erano più che maestosi: monumentali. Quindi è soprattutto  la mentalità di noi singoli e la coscienza di noi cittadini che deve funzionare.

Quando tagliamo degli alberi per farne legna preoccupiamoci di lasciare sempre un sufficiente numero di esemplari grandi che possano da un lato proteggere la crescita degli individui più giovani e dall’altro continuare a preservare l’ecosistema della zona. Inoltre valutiamo l’effetto del taglio in base alla fecondità del suolo e allo stato naturale nei dintorni, con un riguardo particolare per l’impatto idrogeologico. Non sempre è evidente il costo economico del rischio idrogeologico, ma di recente sono state abbattute persino delle querce che insistevano su una scarpata stradale di cui erano noti i lunghi e dispendiosi lavori di stabilizzazione effettuati dalla XIX Comunità Montana.

Un aspetto importante è costituito dall’effetto dell’abbattimento sul microclima e sul paesaggio. E fin troppo facile ed economico abbattere degli alberi quando si trovano ai margini di una strada carrabile. Fin troppo. Ma son proprio questi gli alberi che di solito hanno il valore storico-paesaggistico maggiore per la nostra collettività e che contribuiscono a rendere il nostro paese un luogo gradevole e bello in cui vivere! Non solo per chi risiede stabilmente a Coreno, ma anche per i villeggianti e per coloro che vengono a visitarlo occasionalmente. Pensiamo a quanto le comitive di podisti o cicloamatori possano apprezzare la presenza della vegetazione spontanea lungo le strade di accesso al paese e lungo quelle di montagna. E’ appena il caso di dire, mentre si riduce inesorabilmente il numero degli occupati dell’industria estrattiva, che in ambito locale il turismo avrà un peso sempre più determinante sul mantenimento e sulla creazione di posti di lavoro.

Gli alberi migliorano il clima locale attenuando gli eccessi del troppo caldo, del troppo freddo, regolando l’umidità, affievolendo i venti forti, ripulendo l’aria, favorendo le precipitazioni. Ma gli alberi sono importanti anche per contrastare gli sconvolgimenti climatici che stanno avvenendo su scala globale a causa dell’inquinamento e dell’avidità devastatrice di tante attività umane. Nel corno d’Africa è in corso una delle siccità più dure dell’ultimo secolo. Probabilmente abbiamo la sensazione di poter fare poco per alleviare la sofferenza di simili persone, divisi dalla distanza e da un mare di corruzione. Ma forse, soprattutto se fortunatamente non ci troviamo in particolari difficoltà economiche, nel nostro piccolo possiamo cominciare con l’avere maggiore premura per l’ambiente e per gli alberi vicini a noi, preoccupandoci di rendere più ospitale il paese in cui abitiamo, avendo cura della terra sulla quale viviamo, cercando non solo la piccola speculazione personale, ma un po’ il bene anche degli altri.

[Articolo pubblicato sul N. 100 de “La Serra”, trimestrale di vita corenese, il 31/03/12]

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Gli pneumatici fuori uso (PFU)

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Gli Pneumatici Fuori Uso (PFU) sono “pneumatici rimossi dal loro impiego in qualunque punto della loro vita, del quale il detentore si disfi, abbia deciso di disfarsi, o abbia l’obbligo di disfarsi, e che non sono fatti oggetto di ricostruzione e di successivo utilizzo”. Il D.Lgs 152/2006 (il “Testo Unico Ambientale”) ha incluso i cosiddetti PFU nelle categorie particolari di rifiuti per i quali è prevista una disciplina integrativa specifica (art. 228). Tale disciplina è stata definita solo di recente (a distanza di 5 anni) con il decreto ministeriale 82/2011. Analogamente a quanto avviene per altre tipologie di rifiuti (ad esempio per gli accumulatori o per i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) è stato stabilito il principio della “Responsabilità del produttore“.

A partire dal 9 agosto 2011 i produttori (o gli importatori) di pneumatici hanno l’obbligo di raccogliere e smaltire una quantità di “pneumatici fuori uso” almeno equivalente a quella immessa nel mercato nazionale del ricambio nell’anno precedente. Nel computo si tiene conto dell’usura, stimando che un pneumatico usato pesi il 10% in meno di uno nuovo. Il sistema prevede che entro il 31 maggio di ogni anno il produttore dichiari le quantità vendute e recuperate nell’anno solare precedente e presenti un rendiconto economico della gestione dei rifiuti raccolti (in modo diretto o attraverso consorzi). L’obiettivo prefissato è quello di recuperare entro il 31 dicembre 2012 l’ 80% dei pneumatici immessi nel mercato nel 2011 ed entro il 31 dicembre 2013 il 100% dei pneumatici immessi nel mercato nel 2012. Da tale normativa sono esclusi gli pneumatici per bicicletta e quelli per i veicoli aerei. Sono esclusi anche quelli delle auto destinate alla demolizione, il cui obbligo di recupero segue una filiera diversa ed è scattato a partire dal 6 dicembre 2011. E’ degno di nota che la Legge prenda in considerazione anche gli “stock storici”, vale a dire qualsiasi accumulo di PFU pre-esistente all’entrata in vigore del decreto. In caso di avanzo di gestione, i Consorzi dovrebbero dedicarne almeno il 30% al recupero del materiale già accumulato in passato.

Ma che fine fanno gli pneumatici raccolti? Da un lato se ne può recuperare il materiale costitutivo mediante un processo di riduzione in granuli e di devulcanizzazione. La materia che se ne ottiene può essere utilizzata nell’asfalto stradale, nelle piste di impianti sportivi, per la realizzazione di tappeti, teloni o altri prodotti gommati. Dall’altro (essendo ottenuti a partire dalla polimerizzazione di idrocarburi) gli PFU possono essere bruciati per recuperare energia. Nulla prescrive la normativa nel merito,  eppure dal punto di vista ecologico la prima strada ci sembra decisamente più virtuosa della seconda.

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Il punteruolo rosso della palma

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Il Rhynchophorus ferrugineus o punteruolo rosso, è un coleottero originario dell’Asia molto nocivo per le palme. L’ insetto, arrivato in Spagna nel 1994, sarebbe sbarcato in Italia nel 2005 sciamando da un vivaio del Lazio. La specie arborea più colpita è la palma delle canarie (Phoenix canariensis) diffusa in Italia e in tutto l’areale mediterraneo per il suo notevole effetto decorativo.

Il punteruolo compie il suo ciclo vitale restando sempre all’interno della pianta che ha infettato. Ogni individuo depone circa 300 uova che schiudono in pochi giorni. Le larve che ne originano si nutrono scavando tunnel nei tessuti vegetali per 1-3 mesi prima della metamorfosi, che avviene nell’arco di una ventina di giorni e che dà origine all’insetto in grado di migrare su altri alberi. Questo ciclo riproduttivo si ripete per 3-5 volte all’anno: si può comprendere come in poco tempo il temibile animaletto sia in grado di colonizzare un notevole numero di piante. L’attacco si concentra sulla parte apicale e di solito ci si accorge che le palme sono state colpite solo quando il caratteristico ciuffo si affloscia in un anomalo portamento a forma di ombrello aperto. In questa fase, che precede di poco il collasso vero e proprio di tutta la chioma, l’esemplare arboreo è già compromesso in modo irreversibile.

La Regione Lazio ha emanato dei provvedimenti per la lotta al punteruolo, tra cui di recente un “Piano d’azione regionale per il contenimento e l’eradicazione del punteruolo rosso delle palme” (D.D. A4529 del 02/05/2011). In esso si precisa però che “Tutti gli oneri derivanti dall’esecuzione delle misure fitosanitarie imposte dal piano sono a carico dei proprietari e/o i conduttori a qualsiasi titolo di vegetali di palma“. In definitiva una calamità così vasta e di natura così straordinaria, che dovrebbe gravare su un Ministero o su un dipartimento della Regione con le risorse e le professionalità di cui queste Istituzioni possono disporre, viene scaricata su cittadini ignari ed Enti locali già oberati da mille altre cose. Appare velleitario e fuori tempo anche l’invito a segnalare “sintomi sospetti” al Servizio Fitosanitario Regionale. Per rendersi conto della reale diffusione del fenomeno,  oggi alle Autorità basterebbe percorrere il territorio di propria competenza a bordo di una Panda.

L’entità dell’infestazione lascia pensare che essa non si fermerà finché tutte le palme delle canarie non siano distrutte, o quasi. Tuttavia si possono raccomandare delle precauzioni, come quella di non potare le palme quando sono verdi. Erroneamente si potrebbe ritenere che la potatura sia una forma di profilassi. In realtà le incisioni che ne derivano generano delle vie preferenziali di ingresso dell’insetto. Il taglio delle foglie va effettuato solo dopo il loro completo disseccamento.

Quando le palme sono state colpite, il piano fitosanitario regionale ne prevede l’abbattimento secondo un dettagliato protocollo.  L’abbattimento deve essere effettuato in giornate non umide e non ventose. Tutto il materiale di risulta dell’operazione va raccolto con cura, se possibile triturato sul posto (cippatura), e distrutto mediante incenerimento entro 24 ore.

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Incendi estivi

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Finisce il settembre più caldo degli ultimi 150 anni e va lentamente a terminare anche una stagione estiva tra le più rovinose sotto l’aspetto degli incendi. Per il territorio di Coreno è stata la peggiore da almeno una decina d’anni.

Il 22 agosto un incendio ha colpito, divorando boschi e minacciando abitazioni, una vasta area a confine tra i comuni di Coreno (Fr) e SS Cosma e Damiano (Lt). Le fiamme sarebbero state avvistate già alle prime luci dell’alba nei pressi del cimitero di San Cosma, non lontano dal piccolo borgo di Ventosa (Lt). Il fuoco ha  attraversato la provinciale ed è proseguito poi verso Coreno  causando la perdita di gran parte della pineta che costeggia la strada che porta alla frazione di “Candole” e della vegetazione che insiste  sulla  montagna prospiciente la contrada “Aurito”. La nuvola di fumo che ha oscurato parzialmente il cielo era visibile in tutto il basso Lazio. Lo stesso paese di Coreno è stato colpito da una fastidiosa pioggia di cenere e fuliggine. Molti hanno dovuto a chiudere gli infissi, comunque  alcuni proprietari delle abitazioni vicine sono stati costretti a lasciarle per precauzione.

Nella serata del 10 settembre degli incendi si sono rapidamente allargati a partire da almeno due distinti focolai appiccati alle pendici del Monte Maio (940 m) ai margini della zona sulla quale vigeva da pochi mesi un divieto di caccia (riserva dei Vescini Occidentali). Il leggerissimo vento, la calura, l’implacabile siccità dell’estate, hanno fatto sì che le fiamme fossero particolarmente irruente e aggressive, arrivando a coinvolgere per la prima volta -con disegni di fuoco che facevano pensare al ribollire del sole- anche i secolari lecci eroicamente abbarbicati fin quasi alla vetta, sul versante Sud-Ovest del monte.

La pattuglia dei vigili del fuoco di Cassino sopraggiunta sul posto è rientrata quasi subito, col pretesto che fosse notte o che lo strame frettolosamente spento fosse in grado di riprendere fuoco con facilità. Il giorno successivo è intervenuta la protezione civile – tra gli altri una lode al gruppo di Minturno (Lt) – coadiuvata in mattinata anche da mezzi aerei del Corpo Forestale. In realtà si è esitato qualche ora di troppo: l’alba e il primo mattino sarebbero stati il momento più propizio per estinguere facilmente le fiamme e risparmiare un inestimabile patrimonio di vegetazione arborea autoctona. Tuttavia la macchina organizzativa, una volta avviata, è sembrata ben coordinata ed efficiente, con il centralino del 1515 del Corpo Forestale che pur sovraccaricato dalle numerose segnalazioni di incendi provenienti da tutto il Lazio, si è reso sempre disponibile sia a ricevere che a dare informazioni.

Il 17 settembre ancora un incendio è divampato nella notte a partire dalla strada provinciale Ausonia-Coreno. Quest’ultimo ha attaccato boschi e anche antichi uliveti ai margini del paese, arrivando a lambire il caratteristico caseggiato sopraelevato di Rotondoli (Ausonia) e spingendosi fino al territorio di Castelnuovo Parano (Fr). L’intervento di squadre di terra e degli elicotteri ha permesso, sia pure in due riprese, di estinguere l’incendio quasi all’imbrunire.

Rimane l’amarezza per l’abbandono in cui versano le nostre montagne e suggestivi luoghi panoramici collinari. La Comunità Montana per anni si è limitata quasi solo a gettare alla meno peggio del cemento su qualche strada carrareccia.
Il primo passo da compiere per evitare che simili scempi si ripetano dovrebbe essere quello di valorizzare dal punto di vista turistico/ricreativo questi territori  ai margini della civiltà urbana e -a volte- della legalità. Solo in questo modo si può provare a strapparli al monopolio che li riserva non di rado a chi tende solo a sfruttarli sino allo stremo: cacciatori, taglialegna, pastori, speculatori vari. Servirebbero piste ciclabili, percorsi per fare attività fisica, aree accoglienti per l’escursione e per lo svago (per la “detente” direbbero in Francia), magari un parco tematico per la memoria storica e anche qualche agriturismo attrezzato. Ma più di tutto servirebbe che tutti noi fossimo più consapevoli di quanto il nostro benessere, la qualità della nostra vita, persino la solidità della nostra economia, dipendano dalla bellezza del paesaggio e dalla salute dell’ecosistema che ci sta intorno.

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Se questa è una linea elettrica

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E’ importante che le fronde degli alberi non vengano in contatto con i cavi delle linee elettriche di media o alta tensione quando queste attraversano un bosco. Nel settembre 2003 un black-out nazionale fu causato -pare- da un albero che era caduto su una linea elettrica che attraversava le Alpi svizzere. Ma c’è modo e modo di fare le cose. Dopo tutto l’intruso, (quello che dovrebbe “scusarsi” e chiedere “permesso” per stare dove sta) è il traliccio, non la pianta autoctona. Con un po’ di accortezza, non molta invero, ci si può limitare a potare i rami più alti e interferenti, lasciando sempre qualche alberatura di schermo in prossimità di un centro abitato, di un punto panoramico, di una strada frequentata.

Segare ovunque a zero una larga cintura di bosco col solo criterio di buttare giù tutto e proseguire più avanti, rivela quanto la nostra società sia arretrata nella percezione del valore dell’ambiente e del paesaggio. Sta a zero il dirigente del distributore elettrico che preordina un tale lavoro, il caposquadra che lo esegue in quei termini lasciando dietro di sé un obbrobrio, il Legislatore che consente uno scempio simile e poi magari mette in difficoltà un Comune che voglia realizzare un’opera pubblica o un privato che voglia erigere una casa,  se solo ci sono da abbattere due o tre alberelli.  Forse non stiamo messi molto meglio neanche noi cittadini del luogo, che scorgendo le motoseghe di estranei intente a un simile vituperio, non telefoniamo subito ai carabinieri: per oltraggio alla collettività.

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Solarexpo 2011

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Erano 3 anni che non facevo una capatina al Solarexpo, la più grande fiera italiana del settore fotovoltaico e delle energie rinnovabili. Fuori la stazione di Verona ci sono lievi disagi a causa di un corteo sindacale che sta defluendo, colorato di bandiere, verso il centro. Quando l’autobus navetta finalmente ci raggiunge, mi accorgo che i passeggeri sono in massima parte giovani e studenti universitari. Un segno anche questo del grado di innovazione rappresentato negli ultimi anni dalle fonti energetiche rinnovabili. In fiera mi sorprende subito l’affluenza notevolissima. Ovunque è un formicolare di persone. Nel primo padiglione una sala ospita -gremita- un convegno su una materia che pure è ancora insolita per l’Italia: lo sfruttamento energetico delle biomasse.

Gli espositori son circa 1400 (+ 55% rispetto a 3 anni fa). Numerosi quelli che propinano a vario titolo pannelli solari termici o fotovoltaici. In genere ciascuno asserisce di aver adottato accorgimenti nuovi  o di aver raggiunto in qualche modo prestazioni superiori. Tra le altre, riconosco alcune aziende che nel 2008 avevano uno stand dall’aria quasi familiare, e che ora si presentano invece in modo più spavaldo e generoso. La  Azimut Srl di Vicenza ad esempio, specializzata nella produzione di moduli fotovoltaici. La stessa signorina che ritrassi in una foto dell’edizione 2008 mi spiega che l’azienda ha vissuto una sorta di boom a partire da un paio di anni fa; 24 gli operai attualmente impiegati. Nel settore fotovoltaico si registrano tendenze nuove, come le serre fotovoltaiche, presentate dall’italiana Exalto o la multinazionale Solyndra: strutture realizzate con elementi tubolari nei quali sono annegate lamine di silicio amorfo e che, applicate su un tetto piano, sarebbero in grado di assorbire anche la luce riflessa. Altre applicazioni cercano di attenuare, con diversa efficacia, l’impatto del fotovoltaico nei tetti dei centri storici.

Sta aumentando l’offerta di impianti micro-eolici. L’azienda Mact di Pesaro, nell’intento di migliorare gli aspetti estetici, ha realizzato dei rotori con le pale in elegante legno multistrato: 3,2 m di diametro e potenza di circa 2 kW. Altri espositori propongono mini impianti ad asse verticale, anche di varia e insolita concezione. Un rotore ad asse verticale ha in generale un rendimento inferiore, ma anche importanti vantaggi: come l’indipendenza dalla direzione del vento e una produttività apprezzabile già a bassi regimi.

Sebbene non se ne vedano molti in giro, sembra stia aumentando anche l’offerta di veicoli elettrici. Un padiglione era riservato proprio alla mobilità sostenibile. Per una Fiat 500 di nuovo design, con motore elettrico di 15/30 kW e batterie con capacità di 22 kwh, si dichiaravano 145 km di autonomia e una velocità massima di 115 km/h. Le auto vengono messe in vendita anche con annessa pensilina per la ricarica fotovoltaica. I prezzi però sono ancora poco competitivi.

Forse la novità che più mi ha colpito è rappresentata dallo straordinario sviluppo del fotovoltaico a concentrazione. Tre anni fa ricordo che se ne faceva promotrice, con un piccolo stand, solo la Cpower di Ferrara. Quest’anno diverse aziende avevano impiantato, sia all’interno dei padiglioni che nell’area all’aperto, grandi strutture orientabili che facevano uso proprio di questa tecnologia. Il fotovoltaico a concentrazione sfrutta l’uso di specchi paraboloidi per convergere la luce solare incidente una superficie più ampia su uno spot di ridotte dimensioni (con un rapporto 1:1000). In questo modo, a parità di superfie irraggiata, occorre solo lo 0,1% del silicio che sarebbe necessario per i pannelli più comuni e anzi questa placchetta (di pochi millimetri) può essere realizzata con accorgimenti costruttivi particolari che raddoppiano quasi, il miglior rendimento ottenuto con i moduli tradizionali. Un rappresentante spagnolo della Solfocus ne appariva entusiasta, e anzi asseriva che questo sistema, più di altri, è suscettibile di avere ulteriori importanti incrementi di efficienza nel prossimo futuro.

I visitatori di questa XII edizione sono stati 71.950 contro i 55.000 di 3 anni fa (+4% rispetto all’edizione del 2010). La superficie complessiva occupata è stata di 130.000 metri quadri (11 padiglioni), i giornalisti accreditati 325.  Al termine della manifestazione, il direttore scientifico dell’evento Luca Zingale, ha dichiarato in una nota per la stampa che  “Solarexpo e Greenbuilding con i loro numeri hanno confermato la forza delle aziende del comparto della Green Economy. Capacità imprenditoriale e vitalità inimmaginabili solo pochi anni fa. Il nuovo paradigma energetico è ormai affermato e la strada è tracciata”.

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Riserva naturale di Posta Fibreno (Fr)

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Il lago “Posta” è ubicato nel comune ciociaro di Posta Fibreno, a pochissimi chilometri dalla SS 509 Cassino-Sora. Si trova a un’altitudine di 289 m slm e occupa una superficie di 28.700 metri quadrati. Ha una forma allungata ad angolo che pare sia il frutto della fusione di due distinti ristagni originari. Il lago può pregiarsi di una bizzarra peculiarità naturalistica: la cosiddetta “rota“, un’isola galleggiante di torba e vegetazione che si sposta da una parte all’altra sospinta dal vento o dal flusso sorgivo profondo. Il lago non presenta affluenti, ma dal fondo sgorga un flusso d’acqua possente e ininterrotto (circa 6 metri cubi d’acqua al secondo) che proviene, attraverso falde sotterranee, dai bacini imbriferi delle vicine montagne dell’Abruzzo. Lo specchio d’acqua dà vita al fiume Fibreno che alimenta il Liri-Garigliano, uno dei più importanti fiumi del Lazio.

Nel giorno della mia visita (a pasquetta) la sede della Riserva naturale (istituita nel 1983 con il contributo del WWF) era chiusa. Solo un cane, alla vista d’un pallone rimbalzante, abbaiava e saltava giocoso, invano smanioso di uscire dal suo recinto. Di lì un piacevole  viottolo tra terra umida e vegetazione lacustre ci porta su una suggestiva passatoia di legno con qualche doga mancante. La passerella, consumata e semidistrutta dagli anni, alla fine si butta letteralmente nel lago, nei pressi di un cestino di rifiuti che emerge -interrogativo- tra le acque stagnanti. Nonostante il tempo fosse incerto, quasi freddo e a tratti piovigginoso, era notevole il flusso di persone in cerca di ristoro nelle aree pic-nic. Ai margini del lago sono pure in corso lavori per l’ammodernamento di alcune strutture di accoglienza. Altre piacevoli sistemazioni urbanistiche hanno una fattura recente. Un segno evidente che le istituzioni e la collettività locale comprendono le potenzialità turistico-ricreative del luogo. Si potrebbe riflettere su come la natura e il paesaggio, pur così vilipesi durante lo sviluppo italiano degli ultimi 50 anni, si rivelano in realtà in grado di produrre dei posti di lavoro con maggiore certezza e continuità di quanto possa fare ogni altra umana industria o selvaggia cementificazione.

Prima che faccia buio c’è ancora il tempo di una visita al centro abitato di Posta Fibreno, adagiato su una collina a 308 m slm. Sulla parete di una chiesa una targa ricorda come il paese si sia costituito in comune autonomo solo il 5 marzo 1957, grazie -tra gli altri- all’interessamento del politico Giulio Andreotti. Nella parte più alta del piccolo borgo si stende in mezzo  alle case un’ampia piazzetta pianeggiante, felicemente lastricata con blocchetti di marmo di Coreno. La stessa pavimentazione si allunga in un vicolo che porta al belvedere, nei pressi della torre dell’acquedotto.  Di lì la vista domina sul lago, su alcune stradine bianche che si snodano sinuose tra le campagne della piana, sulle montagnole informi come vulcani, sulle luci della sera che cominciano a brillare.

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