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Un luglio piovoso

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Maltempo in luglio

Maltempo in luglio

Non ricordo a mia memoria un luglio più piovoso. Sembra che non si verificasse un’estate altrettanto umida e fredda almeno dagli anni ’70. Una perdita notevole per il turismo e l’economia dello svago all’aperto. Un danno anche per l’agricoltura. Per la fauna e per la flora un po’ di disorientamento: con le cicale che esitano a cantare, i prati che indugiano a seccarsi e a colorare di giallo la tipica estate italiana, abbagliante e caldissima.

Dal punto di vista ambientale le frequenti piogge sono perlopiù positive. Un balsamo che in modo insperato lenisce le piaghe stagionali cui siamo abituati: incendi boschivi, siccità, ondate di calore. L’umidità e le pioggerelline hanno anche regalato al tramonto intense e variopinte sfumature di colori.

Pioggia d'estate...

Pioggia d’estate…

Il clima è variabile per sua stessa natura. Secondo i meteorologi le cause di questa estate insolita andrebbero ricercate nelle perturbazioni dello scorso inverno che hanno abbassato oltremodo la temperatura delle acque dell’Atlantico. Inoltre il caldo africano avrebbe avuto un’influenza debole alla nostra latitudine a causa dell’interazione col Monsone indiano (sic).

Vista la molteplicità dei fattori fisici in gioco è ardito asserire che questo luglio così anomalo costituisca una prova ulteriore dell’alterazione del clima in atto su scala mondiale. Nondimeno il dubbio dovrebbe indurre ciascuno a riesaminare il proprio stile di vita. Ricordando sempre che la Terra è la casa in cui abitiamo; che tutte le offese che vi arrechiamo, grandi o piccolissime che siano, si ritorcono immancabilmente a danno di tutti gli essere viventi e di noi stessi.

Tramonto del 12 luglio 2014 (Monte D'oro, Esperia)

Tramonto del 12 luglio 2014 (Monte D’oro, Esperia)

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Sentieri storico-naturalistici a Coreno Ausonio (Fr)

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Macaone (Papillo Machaon)

Macaone (Papillo Machaon)

Nelle scienze esatte spesso capita che più una formula è semplice, più si rivela efficace, utile, rivoluzionaria. Similmente, un progetto dall’idea elementare e dal costo contenuto potrà annoverarsi probabilmente tra le iniziative più fruttifere e virtuose portate a termine da un’amministrazione locale negli ultimi decenni. Con la collaborazione della sezione di Esperia del C.A.I. (Club Alpino Italiano), il generoso contributo di un drappello di volontari nonché la dedizione instancabile del giovane Gianfranco Onairda (delegato comunale all’organizzazione di eventi e manifestazioni)  si è lavorato alla promozione dei sentieri storici che insistono nel territorio collinare e montano di Coreno Ausonio (Fr). I possibili tracciati, (per lo più antiche mulattiere in pietra), sono stati perlustrati più volte al fine di individuarne i migliori. I percorsi scelti sono stati ripuliti da arbusti e sterpaglie, codificati e georefenziati con un navigatore GPS, infine regolarmente contrassegnati con il segno bianco/rosso del C.A.I. (autorizzato a svolgere tale attività dalla Legge 776/1985).

Il progetto ha previsto la stampa di una brochure divulgativa che riporta, oltre ad informazioni storico-naturalistiche sul territorio e sui luoghi d’interesse, la mappa di tutti gli itinerari presi in considerazione. I percorsi censiti entreranno a far parte del Catasto regionale dei sentieri del Lazio che sarà reso disponibile su internet e che favorirà nell’area degli Aurunci Orientali (Monti Vescini) un turismo di tipo escursionistico.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio

Nel giorno di pasquetta ho avuto modo di sperimentare l’efficacia degli interventi realizzati. Dai pressi dell’acquedotto comunale, non lontano dal centro del paese, con una piccola comitiva ho intrapreso il cammino che abbraccia ad anello il monte Rinchiuso (778 m) e che coinvolge parte dei sentieri 973, 973B e 975. L’itinerario, di circa 8 chilometri, si snoda fra 380 m e 750 m di altitudine. Nel 2004, con un paio di amici dell’università, tentai un’escursione simile nella stessa zona. In quella circostanza smarrii una mulattiera e ci ritrovammo, nel giorno del solstizio d’estate, sotto un sole cocente, sul clivo ripido esposto a Sud che sovrasta il paese, in mezzo alla vegetazione alta di ampelodesma tenax, una pianta cespugliosa dalle foglie taglienti.

Sentiero CAI 973 - Panorama verso il mar Tirreno

Sentiero CAI 973 – Panorama verso il mar Tirreno

In questa escursione non ho avuto difficoltà di orientamento. Il primo tratto del percorso (sentiero 973) è ripido ma panoramico. Verso Sud-Ovest, oltre il paese che man mano si allontana, si  staglia la linea di costa del mar Tirreno. Verso Nord-Ovest, oltre la gariga mediterranea tipica dei dintorni, la vista può indugiare sulla parete verticale del monte Fammera (1166 m) e sull’amena forma piramidale del monte D’Oro (828 m). Salendo ancora la pendenza del cammino si attenua. Soprattutto il paesaggio diviene meno spoglio, gli alberi di specie diverse si infittiscono e la natura esplode in tutta la sua straordinaria biodiversità.

Casella della "Matthia": luogo di una tragedia di guerra

Sentiero CAI 973B – Casella della “Matthia”

Proseguendo sul sentiero 973B ci si addentra sul versante settentrionale del monte Rinchiuso fino ad attraversare una zona particolarmente umida, dalle infinite sfumature di verde, colonizzata da un intreccio di carpini bianchi, ricca di muschio e disseminata di profumati ciclamini. A 675 m s.l.m. si raggiunge la “casella della Matthia“. Il sito fu teatro di una tragica esecuzione durante la II guerra mondiale: il 12 aprile 1944 alcuni civili furono uccisi per rappresaglia da soldati tedeschi in quanto avevano dato ricovero ad un aviatore americano che si era paracadutato da un aereo abbattuto.

Lecceta delle Chianare (720  m slm)

Lecceta delle Chianare (720 m s.l.m.)

Più avanti il sentiero si confonde con una pista realizzata dai taglialegna negli anni ’80 e che, assieme ai tralicci dell’alta tensione,(installati nello stesso periodo), ha un po’ compromesso l’originario aspetto “selvaggio” e incontaminato dei luoghi. A partire da circa 720 m s.l.m. si raggiungono le Chianare, un’area di notevole pregio antropologico e naturalistico. Le sue valli si incuneano tra la sommità del Monte Rinchiuso e le pendici meridionali del Monte Maio (940 m). Qui il paesaggio è colonizzato diffusamente dai lecci (Quercus ilex), alberi sempreverdi il cui apparato radicale riesce a insinuarsi in profondità tra i sassi. Con la loro fitta chioma assicurano un microclima relativamente fresco anche nei giorni più caldi dell’estate. Il bivio con il sentiero che porta sulla sommità del monte Maio è facilmente riconoscibile. Più avanti una carrareccia fende ripida il costone che porta alla strada bianca carrabile, a sua volta rilevata come sentiero n. 975 per mountain bike. Di qui la stanchezza si fa sentire, ma la discesa è ormai agevole, fino al paese.

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

Sentiero CAI 973 Coreno Ausonio (sulla sinistra Euphorbia characias).

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Sentieri di pietra

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Sentieri antichi

Sentieri antichi

Oggi non c’è niente di più redditizio per una comunità che scommettere sulla qualità del proprio territorio. Il sogno della fabbrica e dei grandi stabilimenti appartiene al passato. Complice la crisi mondiale dell’ultimo lustro, l’Italia pullula ormai di capannoni sfitti ed aree industriali in via di desertificazione.

Antica via Serra

Antica via Serra

La nuova generazione può reagire puntando sulla qualità della vita nei borghi e nei piccoli paesi, sulla qualità dell’ambiente e del paesaggio, sul turismo naturalistico ed agricolo, sull’ enogastronomia e l’artigianato locali. Dal punto di vista economico una prospettiva modesta forse, ma a differenza di altre del recente passato,  una prospettiva ecologicamente sostenibile e dai vantaggi persistenti nel tempo. Quindi, tra le altre cose, ricostruiamo le macère (muri a secco), recuperiamo i vecchi selciati, riviviamo e camminiamo per gli antichi sentieri. Se negli anni dell’esplosione economica del secolo scorso i giovani lavoravano per cementificare e anche distruggere, adesso proteggiamo il paesaggio ed il territorio, non solo come patrimonio storico-culturale, ma come unica vera opportunità per il futuro.

Si legga anche: La generazione degli anni ’60 e il cemento

Sentieri di pietra

Selciato in pietra di un antico sentiero.

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Le macère

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Per il dizionario di italiano “Zanichelli 2014” macèra (o macèria) è un termine con cui si definiva “un muricciòlo di sassi sistemati a secco per sostenere terrapieni o separare campi“. In molte regioni d’Italia questa modalità costruttiva che utilizza, quasi senza modificarli, semplici materiali da costruzione reperibili in loco, ha consentito di guadagnare all’uso agricolo vaste aree un tempo incolte e poco fruttifere.

Ultimo terrazzamento a monte di un uliveto: a sinistra il muro a secco rimasto incompleto

Ultimo terrazzamento a monte di un uliveto: a sinistra il muro a secco rimasto incompleto

L’innalzamento di muri a secco interrompeva l’acclività di zone collinari o montane e generava terrazzamenti livellati. L’impresa consentiva di dissodare il terreno separandone la sterile frazione rocciosa e di preservare dal dilavamento la parte di suolo più terrosa e fertile. Essendo permeabili all’acqua, i muri a secco assicurano un ottimo drenaggio nei periodi piovosi; sotto questo aspetto costituiscono forse la migliore risposta alle criticità di tipo idrogeologico connesse alle precipitazioni intense. Al tempo stesso, per mezzo dei loro interstizi, questi muri conservano più a lungo l’umidità del terreno utile alla vegetazione.

Terrazzamenti con "macère" alle pendice del Monte Maio (Coreno Ausonio, FR)

Terrazzamenti per mezzo di “macère” alle pendice del Monte Maio (Coreno Ausonio, FR)

Grazie alle “macere” è stato possibile mettere a dimora alberi (tipicamente uliveti) su versanti dal substrato scarso e dal clima poco favorevole. Secondo l’aforista britannico Samuel Johnson “le grandi opere non si compiono con la forza, ma con la perseveranza“. E’ il caso delle macère. La certosina e sapiente opera di generazioni di contadini ha consentito ai nostri avi di migliorare il microclima dei luoghi in cui vivevano e di trarre sostentamento dalla trasformazione di interi paesaggi. Territori che, con la realizzazione di vari altri manufatti in pietra (case, casupole, stazzi, aie, mulattiere, scalinate, pozzi, abbeveratoi, canali per l’acqua meteorica), sono diventati veri e propri giardini diffusi.

I terrazzamenti, assieme alle altre opere in pietra a secco, sono il frutto di un lavoro portato avanti con non poco sforzo manuale nel corso di molti secoli. Di quella determinazione alimentata dalla povertà e dall’incremento demografico, oggi ci resta un prezioso patrimonio culturale, reso più suggestivo dall’utilizzo di un materiale durevole e naturale come la pietra. Dal punto di vista litologico la pietra varia molto da luogo a luogo (per composizione chimica, pezzatura, divisibilità, aspetto, colore). Per questo in ogni ambito territoriale si sono consolidate esperienze, materiali e tecniche che sono diventate espressioni paesaggistiche, oltre che antropologiche, peculiari di ciascuna zona. Comunque, in ogni luogo d’Italia e del mondo, la pietra si contraddistingue sempre per la capacità di armonizzarsi col contesto, “invecchiare” e diventare  testimonianza, forte e insostituibile, di uomini e civiltà che ci hanno preceduto.

Muro a secco compatto, ingrigito ma di recente realizzazione.

Muro a secco di recente realizzazione, molto compatto.

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Inquinamento elettromagnetico

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Antenna (Fumone)

Torre antenna  a Fumone (Fr)

Un campo elettromagnetico è costituito da un campo elettrico e da uno magnetico, variabili e dipendenti l’uno dall’altro, dovuti alla presenza di correnti elettriche o magneti permanenti. L’intensità del campo elettrico in un dato punto dello spazio è data dal rapporto tra la forza cui è sottoposta una carica elettrica e il valore della carica stessa. Si misura in Volt/metro [V/m]. Un campo magnetico può essere generato dalla corrente elettrica che transita in un conduttore filiforme. La sua intensità è proporzionale alla corrente e inversamente proporzionale alla distanza dal filo. Si misura in Ampere/metro [A/m]. Comunque, ciò che rileva ai fini di questo articolo è l’induzione magnetica, una grandezza che tiene conto del mezzo in cui il campo magnetico si trova e che si misura in Tesla [simbolo: T].

Negli ultimi 10-20 anni, soprattutto a causa della diffusione della telefonia mobile e della rete internet senza fili, si è assistito ad un progressivo incremento, nei luoghi di lavoro e della vita quotidiana, di radiazioni di tipo elettromagnetico non ionizzante. Si definiscono non ionizzanti le radiazioni la cui energia associata non è sufficiente ad indurre nella materia il fenomeno della creazione di atomi o molecole elettricamente cariche (ioni). Esse non hanno la forza di “rompere” le nostre cellule, come fanno invece i raggi gamma, i raggi X o parte dei raggi ultravioletti. Nondimeno le radiazioni non ionizzanti sono in grado di generare nel nostro organismo importanti modificazioni di tipo termico, meccanico e bioelettrico. E’ noto che il funzionamento del nostro corpo si basa sulla trasmissione di segnali elettrici, oltre che chimici. Quanto sono pericolose per la salute umana queste modificazioni? Nel breve termine l’organismo reagisce bene risentendo al più di fastidi lievi e reversibili. Nel lungo periodo non ci sono risposte certe.

Secondo l’OMS circa il 2% delle persone mostra una spiccata sensibilità all’inquinamento elettromagnetico soffrendo di disturbi non gravi come bruciori, mal di testa, affaticamento e nausea. Altri studi propongono per i Paesi più sviluppati percentuali più alte: il 5% o addirittura il 10%. Un po’ come avviene per molte allergie, è probabile che l’aumento dell’esposizione (dovuto alla diffusione di ripetitori della telefonia GSM e UMTS, cellulari, telefoni cordless e sistemi wi-fi) stia comportando un aumento della sensibilità individuale. A loro volta le persone più sensibili potrebbero essere solo le prime a soffrire a causa delle onde elettromagnetiche. Potrebbero fungere da “spia” per danni più gravi che si paleseranno in tempi lunghi.

Nel 2002 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha inserito le radiazioni elettromagnetiche a bassa frequenza (derivanti ad esempio dalla presenza di cabine di trasformazione o di linee elettriche) nella classe 2B, ovvero in quella degli agenti potenzialmente cancerogeni per l’uomo (come il caffè). Nel 2011 ha inserito nella stessa categoria anche le radiazioni elettromagnetiche ad alta frequenza (onde radio). La classe 2B rappresenta il livello più basso di possibile rischio: gli studi finora effettuati non hanno fornito evidenze di una chiara correlazione tra campi elettromagnetici e tumori. Tuttavia si starebbe registrando un aumento dei casi di cancro al nervo trigemino (nelle orecchie) e alle ghiandole paratiroidee (nella testa), ossia in zone più esposte alle onde dei cellulari.

Cabina elettrica di trasformazione (Coreno A.)

Cabina elettrica a Coreno Ausonio (Fr)

La legislazione italiana ha stabilito dei limiti di esposizione per le radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti sin dall’anno 2003. Per quanto riguarda  i campi elettrici generati dalle linee di trasmissione elettrica e dalle cabine di trasformazione il D.P.C.M. 200/2003 ha previsto un limite di 100 µT per l’induzione magnetica e di 5000 V/m per il campo elettrico. Per l’induzione magnetica è stato fissato inoltre un valore di attenzione di 10 µT e un obbiettivo di qualità di 3 µT (per le linee di nuova costruzione). Di solito i valori di legge più bassi e cautelativi si raggiungono già a poche decine di metri dalle linee elettriche di maggiore potenza e ad un paio di metri di distanza dalle cabine di trasformazione MT/BT.

Per altre fonti di origine elettrica la normativa della comunità europea stabilisce dei limiti che dipendono sia dalla frequenza di emissione che dell’ambiente di utilizzo. In ambiente domestico, tranne che per alcuni dispositivi (cucine con fornelli a induzione o faretti a basso voltaggio) i limiti sono sempre rispettati purché ci si mantenga ad una distanza di 10÷20 cm dalla fonte di emissione. In ambiente lavorativo, nonostante i termini di legge siano meno stringenti, alcune applicazioni (forni a induzione, forni elettrici per la fusione dei metalli, saldatrici ad arco superiori a 200 A, quadri elettrici superiori a 70 kW, motori elettrici di elevata potenza, apparecchiature medicali per la magnetoterapia e simili), richiedono una distanza di sicurezza di 1÷2 metri.

Antenna (Veroli)

Torre antenna  a Veroli (Fr)

Per le onde elettromagnetiche ad alta frequenza o radiofrequenze, l’obiettivo di qualità stabilito dalle norme è di 6 V/m. Nel caso dei ripetitori della telefonia mobile, tale valore viene superato in un’area il cui raggio dall’antenna va da pochi metri per le cosiddette microcelle (installate a copertura di luoghi di estensione limitata come i centri commerciali), fino a 40-50 metri per le comuni stazioni radio base (di potenza 30-45 W). Si tratta di distanze di sicurezza più elevate di quelle richieste per le onde a bassa frequenza. Nondimeno le radiazioni ad alta frequenza hanno il vantaggio di essere facilmente schermate da qualsiasi ostacolo (come le mura di un edificio). Decisamente più importante, rispetto all’emissione dell’antenna, rischia di essere l’emissione prodotta dal cellulare stesso. In situazioni di segnale debole, il telefonino aumenta la potenza di emissione per ricercare e rimanere in contatto con la stazione radio base più vicina. Perciò, per ridurne i potenziali effetti negativi sulla salute è consigliabile, oltre che l’utilizzo di auricolari o del vivavoce durante le chiamate, limitare l’uso del telefonino in luoghi chiusi o schermati (ascensori, furgoni) e nei veicoli in movimento (automobili, treni).

[Fonti: “Inquinamento elettromagnetico” di Giovanni Gavelli (Dario Flaccovio Editore); “Elettrosensibilità” (Ambiente e Sicurezza sul lavoro, settembre 2013); Lezioni della dott.ssa V. Manni (Inail).]

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Il Monte Fammera (1166 m)

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Insolita veduta, da Coreno Ausonio, del monte Fammera innevato (dicembre 2011)

Monte Fammera innevato (veduta da Coreno Ausonio, dicembre 2011)

Non véco mancu Fammera” (trad.: Non vedo neanche Fammera) si dice talvolta a Coreno Ausonio, quando si ritiene di non avere neanche il tempo di alzare lo sguardo da terra o dalle proprie occupazioni. Il modo di dire diviene più significativo se si pensa che i contadini della zona solevano gettare un’occhiata sulla “pietra di Fammera”: un masso incastonato ai piedi di una china ripida del monte. La pietra segnava il mezzogiorno quando era raggiunta dall’ombra di una guglia soprastante.

Sentiero tra i boschi del monte Fammera.

Sentiero tra i boschi del monte Fammera.

Fammera appartiene al gruppo montuoso degli Aurunci occidentali, nel Lazio meridionale. La montagna  risalta per la parete scoscesa che incombe su Selvacava (frazione di Ausonia), troneggia sulla piana dell’ Ausente e guarda dritta verso gli Aurunci orientali e lo stesso paese di Coreno, sito sulla collina antistante, alle pendici del monte Maio. Fammera ricade per buona parte all’interno del Parco Regionale dei Monti Aurunci, istituito nel 1997. La caratteristica parete, che dal punto di vista geologico rappresenta una linea di faglia (la disgiunzione di 2000 metri è quella di maggior rigetto verticale di tutti gli Aurunci) è censita come area “SIC” ed è stata inclusa quindi nella rete europea dei Siti di Importanza Comunitaria da preservare a tutela degli habitat e della biodiversità.

Il sole del mattino sul declivio retrostante del monte Fammera.

Il sole del mattino sul declivio retrostante del monte Fammera.

Il poeta corenese Mariano Coreno, emigrato in Australia negli anni ’50, osserva: “E non importa dove vado, dove mi trovo: Fammera mi segue ovunque con la sua mitica bellezza.” Dal canto suo, l’umanista di Ausonia Elisio Calenzio (1430-1503) scriveva negli Opuscola: “Vito, a te piace il Fammera; anche noi ammiriamo il monte e le sue pietre, precipitate per mano non umana.”

Vegetazione autunnale del Monte Fammera

Vegetazione autunnale del Monte Fammera

Uno dei percorsi consigliati per raggiungere la vetta è quello che parte dalla “Valle Gaetana” nel territorio di Spigno Saturnia (Lt): ad un primo tratto facile da percorrere ne segue però uno ripido e accidentato che sfiora e costeggia lo strapiombo e alcuni burroni. Il modo probabilmente più agevole di raggiungere la vetta è invece quello di partire da uno stretto pianoro sito sul retro del rilievo, nei pressi di masserie sparse che vivono delle risorse del luogo (legname, allevamento, agricoltura). Oggi dalla Rocca di Esperia vi arriva una stradina stretta e a tratti tortuosa, ma facilmente carrabile. Pare che fino agli anni ’70-’80 esistesse soltanto una mulattiera e che solo intorno al 2000 le ultime abitazioni siano state servite dalla rete elettrica nazionale.

Precipizi in prossimità della vetta del monte Fammera.

Precipizi in prossimità della vetta del monte Fammera.

Su questo versante insiste un sentiero che è stato contrassegnato di recente e che si inerpica sul monte con una pendenza moderata. Esso necessiterebbe però di interventi migliorativi e di manutenzione: non poche pietre sciolte intralciano il passo e possono causare una perdita di equilibrio; inoltre andrebbero rimossi i diversi alberi caduti a seguito della nevicata del febbraio 2012. Sarebbe opportuno che l’Ente parco se ne preoccupasse quanto prima, perché il percorso, sfiorato dal sole del mattino, attraversa cornici naturali di incomparabile bellezza che meritano di essere alla portata di tutti. Il patrimonio boschivo è molto vario: oltre alle macchie di pino messe a dimora nel dopoguerra (ormai ben consolidate), si incontrano aceri, carpini, frassini, lecci, querce e castagni; pietraie colonizzate dall’erica e dalla salvia lasciano il passo a fitti boschi di conifere altissime.

Cima del monte Fammera. Sullo sfondo il monte Cairo.

Cima del monte Fammera. Sullo sfondo il monte Cairo.

Man mano che si sale, lo sguardo spazia sempre meglio sulle valli e sui clivi contrapposti dei monti interni, tra cui il grande Petrella, ed in parte verso il mare. Ma è quando si arriva sulla cresta, dopo circa un’ora e mezzo di cammino senza affanno, che si apre un panorama mozzafiato. Sulla vetta da pochi anni è stata ancorata una croce di legno e se ne può cogliere il contributo scenografico alla suggestione del sito. Eppure questi luoghi lontani dalle ansie quotidiane e dalle beghe mondane andrebbero lasciati forse alla loro pace. Anche un piccolo manufatto rischia di violare goffamente ciò che la natura ha armoniosamente plasmato in un tempo smisurato. Ma non è il momento di indugiare sulle piccinerie umane: tra le pietre consumate dal vento e dall’acqua, vicino ai frassini rossi d’autunno, ai lecci verdi che sfidano vertiginosi dirupi, è il momento di rimirare un pezzo di Terra. Accanto alle nuvole.

Uno scorcio del sentiero che porta sulla cresta del Monte Fammera

Scorcio di un sentiero del Monte Fammera

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Il Monte Maio (940 m)

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Il Monte Maio (940 m).

Il Monte Maio (940 m).

Gli Aurunci sono un gruppo montuoso sito nel Lazio meridionale. L’insieme confina a Nord con i Monti Ausoni, a Est con la valle del Liri, a Sud-Ovest con il mar Tirreno ed il fiume Garigliano. Dal punto di vista geologico si tratta di un massiccio calcareo costituito da rocce friabili, ove spiccano volumi compatti in prossimità del mare di Gaeta e lungo le pendici del monte Fammera (1166 m). Alle dorsali principali, come quella che contiene la cima più alta del monte Petrella (1533 m) si affiancano cime minori e separate.

"Vallaurea": vallata ai piedi del Maio un tempo coltivata a grano.

“Vallaurea”: vallata ai piedi del Maio un tempo coltivata a grano.

Tra queste, nell’estremo Sud, il comprensorio degli “Aurunci orientali“, la cui montagna più alta è il monte Maio (940 m). La vetta segna anche il confine tra i comuni di Coreno Ausonio e di Vallemaio, in provincia di Frosinone. Per l’orografia della nostra penisola appenninica non rappresenta un’altura particolarmente significativa.

Aurunci orientali: il monte Feuci (830 m).

Aurunci orientali: il monte Feuci (830 m).

Eppure, svettando isolato, a poche decine di chilometri dal mare, il monte Maio apre agli escursionisti potenzialmente un panorama  straordinario: ruotando a 360 gradi si possono scorgere via via gli Aurunci occidentali (il Monte d’Oro della vicina Esperia, dalla tipica cima appuntita, il Monte Fammera, dalla caratteristica parete rocciosa, l’imponente monte Petrella, il monte Redentore, che guarda verso il mare); il golfo del Sud pontino con il curioso promontorio della città di Gaeta (una “balena” che insegue una “nave”); il mar Tirreno con le piccole isole di Santo Stefano e di Ventotene; il Monte Epomeo di Ischia; il Monte Massico e la Rocca Monfina (un vulcano spento) poco oltre il fiume Garigliano, in provincia di Caserta; il Vesuvio; il Matese; i Monti della Meta; la piana di Cassino dominata  dal colle di Montecassino (520 m); più lontano i monti Simbruini.

Panorama. Monti Aurunci occidentali visti dalla sella tra il monte Maio e il monte Feuci.

Panorama. Monti Aurunci occidentali visti dalla sella tra il monte Maio e il monte Feuci.

Non sorprende che il monte Maio costituisse strategicamente uno dei più importanti punti di osservazione dell’artiglieria tedesca durante la seconda guerra mondiale.  Il confine della linea Gustav (la fortificazione approntata dai tedeschi nell’autunno 1943 contro l’avanzata delle truppe alleate) correva pochi chilometri più a Sud. Ancora oggi è possibile rinvenire le trincee e gli appostamenti che furono scavati allora.

Trincea a difesa della linea Gustav.

Trincea a difesa della linea Gustav.

L’assalto decisivo degli alleati venne scagliato nella notte tra l’11 e il 12 maggio 1944. Lo sfondamento della linea difensiva avvenne in questo settore il 14 maggio per mezzo delle truppe marocchine (i goumier) sotto il comando del generale Juin. Il filmato in bianco e nero ripreso da un aereo, di una bandiera francese che sventola sulla vetta del monte Maio, è tra le testimonianze più suggestive che mi è capitato di vedere sul conflitto che sconvolse questi luoghi. Nel 1994, a 50 anni da quei giorni terribili e cruciali, in località “Marinaranne” è stata eretta una stele in pietra in ricordo di tutte le vittime della guerra.

Sentiero con alberi spogli.

Sentiero con alberi spogli lungo un crinale prossimo alla cima.

Sotto l’aspetto naturalistico, il Maio rappresenta bene le peculiarità proprie dei monti Aurunci, caratterizzati da una spiccata varietà di suolo, di paesaggio e di specie vegetali. Il clima tende ad essere freddo e ventoso in inverno, arido e siccitoso in estate. Ma basta una piccola rupe di massi, un crinale, un impluvio protetto dalla vegetazione, perché si instauri un microclima un po’ diverso. In genere si tende a considerare di valore inestimabile le grandissime distese di boschi tipiche di regioni più interne, e senza dubbio vanno protette per la loro funzione di polmone verde dell’Italia. Ma dal punto di vista ecologico rischiano di costituire aree “monotone”. I dintorni del monte Maio hanno il pregio della varietà e della biodiversità.  I terrazzamenti di muri a secco realizzati da avi laboriosi e sapienti per coltivare gli ulivi lasciano il posto a pascoli impervi punteggiati di querce che si abbarbicano talvolta su terreni scoscesi, oppure a boschi fittissimi di specie arboree diverse, a lecceti densi sparsi tra gli affioramenti di rocce, a prati bassi impreziositi da piccoli fiori che spuntano fra le pietre o da erbe aromatiche. Nell’aria inaspettati profumi, d’origano o di timo.

Boschi umidi dietro un crinale del Monte Maio.

Versante boscoso in prossimità della cima del Monte Maio.

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Cento alberi per l’ambiente

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Lo scorso 14 novembre, grazie a un finanziamento della Regione Lazio (che ha coperto il 76% delle spese sostenute) è entrato nella sua fase esecutiva “Cento alberi per l’ambiente e la memoria”, il progetto che ha consentito la piantumazione di 121 alberi lungo la nuova via Serra (una delle principali vie di accesso al paese) e nei pressi di una stele dedicata ai caduti sul lavoro nelle cave di pietra, oltre che di alcune altre decine  di piante ornamentali in diverse zone del comune di Coreno Ausonio (Fr).

La via Serra è una strada collinare di circa 3 km che si dirama dalla provinciale SP9 che abbraccia il centro abitato (a circa 300 m s.l.m.), attraversa in declivo una gola di bassi promontori e si tuffa poi in vista del mare, quasi a capitombolo, nella piana antistante il golfo di Gaeta.

Per facilitare l’attecchimento delle piante in condizioni ambientali non facili (substrato sassoso, forti venti in inverno, prolungato caldo e siccità in estate), nel progetto sono state contemplate soprattutto specie autoctone (lecci, farnie, allori, carrubi, ornielli, aceri campestri, carpini, bagolari, ginepri). In linea generale i sempreverdi sono stati posizionati in modo prevalente sui margini  di strada esposti a Nord, gli alberi a foglia caduca prevalentemente nei versanti rivolti ad Est. Nei mesi più freddi, gli uni (con il fogliame persistente) offrono riparo dai venti settentrionali; gli altri, oltre a regalare in autunno variopinte sfumature di colori, perdendo le foglie si lasciano attraversare dal primo tepore del sole mattutino. Per i versanti più luminosi, esposti a Sud-Ovest, sono state utilizzate soprattutto specie mediterranee eliofile appartenenti in gran parte al genere delle querce. Questa varietà vegetale connoterà in modo leggermente diverso i vari tratti di strada ed eviterà che il filare di alberi possa apparire esteticamente monotono.

Gli alberi crescendo potranno assolvere sempre meglio ad utili funzioni: come quella di consolidare l’assetto delle scarpate della strada a mezzacosta; di mitigare l’impatto visivo di cave attive o dismesse che insistono nei paraggi; di attenuare il rumore e l’inquinante pulviscolo generato in special modo dai grossi camion che trasportano blocchi, pietrame e granulati; di assicurare un microclima più confortevole per i tanti ciclisti e podisti che frequentano il percorso (soprattutto nei giorni festivi) per fini salutistici o ricreativi. Si è avuta premura anche per gli animali selvatici prevedendo l’inserimento di specie che producono frutti o bacche appetite dalla fauna e dagli uccelli come il melograno, il corbezzolo, il corniolo o il sorbo degli uccellatori  (il cui fogliame in autunno si incendia di rosso). Pini e cipressi sono stati utilizzati per dare risalto verticale in punti salienti (curve panoramiche, intersezioni, antico rudere di S.Eleuterio), mentre dei siliquastri sono stati collocati in modo che in primavera possa risplendere distintamente la loro intensa e minuta fioritura rosa.

Sin da quando la nuova strada Serra è stata realizzata, circa 15 anni fa, iniziative private di vario tenore (e perfino qualcuna pubblica se si pensa allo stesso monumento dei cavatori), hanno continuato a distruggere irreversibilmente il suolo naturale millenario e a depauperare il patrimonio boschivo autoctono che ne lambiva i margini e le coste assolate dei dintorni. Difficilmente un albero messo a dimora dall’uomo può sostituire il valore biologico e paesaggistico di uno nato in loco. Un albero nato spontaneamente instaura una complessa simbiosi con l’ecosistema circostante che è frutto di processi di selezione intercorsi nell’arco di secoli. E tuttavia l’intervento messo in campo dal Comune, pur nella sua modestia (rispetto ai danni già compiuti) promuovendo un cambio di mentalità generazionale e coinvolgendo aspetti di forte valenza educativa, rappresenta una sorta di rivoluzione copernicana. L’albero selvatico non è più un elemento quasi dannoso e malamente utile per il fuoco domestico, ma diventa una risorsa collettiva, se possibile un essere vivente, che con la sua presenza rassicurante contribuisce ad impreziosire, qualificare, proteggere, oltre che abbellire, il territorio in cui nel trascorrere del tempo può continuare a identificarsi una comunità.

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Il Radon, questo sconosciuto

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Il Radon (Rn) è l’elemento numero 86 nella tavola periodica di Mendeleev. Appartiene al gruppo dei “gas nobili”. E’ inodore, incolore, insapore, chimicamente inerte. Fra le sostanze gassose è tra quelle con la più alta massa volumica: 9,73 kg/m³ (in condizioni standard quasi 8 volte più denso dell’aria). In natura si presenta sotto forma di tre isotopi. Molto insidioso è il Radon 222 che appartiene alla serie di decadimento dell’uranio 238 (elemento radioattivo che a bassa concentrazione si trova in tutta la crosta terrestre). Una volta formato, con un periodo di dimezzamento di 3,8 giorni questo radioisotopo gassoso ha tutto il tempo di abbandonare il materiale poroso in cui si trova (in genere il suolo terrestre ma anche rocce e materiali da costruzione come il granito e il tufo) e di percorrere lunghe distanze. Il problema non si pone se alla fine fuoriesce in ambienti aperti in quanto si diluisce nell’ambiente. Ma il gas può raggiungere gli spazi confinati delle abitazioni e qui, in mancanza di areazione, accumularsi fino a livelli pericolosi per gli essere viventi. Infatti il radon non è stabile, ma  a sua volta decade e genera discendenti radioattivi in grado di emettere radiazioni ionizzanti  di tipo alfa e beta (nuclei di Elio).

Il radon e i suoi discendenti possono legarsi all’aria che respiriamo. Il radon inspirato è anche facilmente espulso, ma non avviene così per gli eventuali discendenti solidi che possono formarsi e rimanere intrappolati all’interno del sistema broncopolmonare, continuando a trasformarsi e ad emettere radioattività fino a quando non raggiungono la forma stabile del piombo 206. Tra i possibili danni  c’è la rottura di molecole di DNA e di altre parti che costituiscono le singole cellule. In realtà se l’esposizione è bassa o non prolungata l’organismo riesce a difendersi bene. In caso contrario possono insorgere neoplasie. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato il radon tra gli agenti cancerogeni di gruppo 1 (ovvero quelli la  cui pericolosità per l’uomo è acclarata al di là di ogni dubbio). Con un’incidenza complessiva dell’ 11% rappresenterebbe la prima causa di tumori al polmone per i non fumatori e la seconda causa per i fumatori. Per quest’ultimi sarebbero stati accertati effetti sinergici che farebbero aumentare la probabilità di insorgenza della malattia di 15-20 volte.

Con la Raccomandazione 90/143 “sulla tutela della popolazione contro l’esposizione del radon in ambienti chiusi ” la Commissione Europea ha stabilito che per gli edifici esistenti è tollerabile una dose di esposizione di 20 mSv  (millisievert) annui, convenzionalmente ritenuti equivalenti a una concentrazione media annua di  400 Bq/m³ (1 becquerel corrisponde ad una disintegrazione al secondo). Quanto all’Italia, si sarebbe limitata a legiferare solo in materia di tutela della salute negli ambienti di lavoro, fissando una soglia limite di concentrazione media annua di 500 Bq/m³ (D.Lgs 241/2000). Nel 2005 una commissione incaricata dal ministero della Salute ha avviato un piano per la riduzione dei tumori polmonari dovuti al radon. Il piano prevedeva iniziative di informazione della popolazione e un monitoraggio ai fini di una  migliore valutazione del rischio. Probabilmente è in virtù di questo progetto che un campione significativo di famiglie della penisola sono state prescelte per effettuare una rilevazione della concentrazione di radon presente nella propria abitazione. Per quanto riguarda la provincia di Frosinone pare che l’Arpa non abbia mai reso noti i risultati di uno studio concluso ormai da  alcuni anni.

E’ noto che le regioni italiane più soggette a questo rischio sono il Lazio e la Lombardia (con concentrazioni medie superiori ai 100 Bq/m³), seguite dalla Campania e dal Friuli Venezia Giulia. In linea generale ci si aspetta che siano più esposti i territori  che sono stati caratterizzati in passato da attività vulcanica, dove sono presenti fenomeni carsici o dove si trovano sorgenti termali. Tuttavia simili considerazioni si rivelano poco significative ai fini pratici in quanto la presenza del radon in ambienti chiusi dipende molto dalle caratteristiche di permeabilità del terreno nel punto esatto in cui si trova l’edificio o da come esso sia stato effettivamente isolato dal sottosuolo.

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