Test per l’accesso all’insegnamento (TFA)

Tra il 6 e il 31 luglio scorso, presso atenei di tutta Italia, si sono svolti per la prima volta i test per l’accesso ai “Tirocini Formativi Attivi” (TFA), ovvero ai corsi a numero chiuso, organizzati dalle stesse università, che permettono di ottenere l’abilitazione per l’insegnamento nelle scuole medie e superiori. L’impresa deve aver richiesto non poco sforzo organizzativo: l’esecuzione della prova per ciascuna delle 37 classi (o materie)  di insegnamento è stata fissata in una precisa data e in un preciso orario valido per tutta la penisola. Le tracce delle 60 domande erano contenute in plichi sigillati, aperti solo al momento con rigorose procedure formali. I fogli con le risposte di ciascun partecipante sono stati raccolti esclusivamente in modo anonimo e rispediti al “Cineca” (con sede a Bologna) per la correzione automatica mediante scansione. Avrebbero concorso nelle varie materie oltre 150.000 laureati per circa 20.000 posti. Gli atenei, grazie alla tassa di partecipazione, avrebbero incassato 15-20 milioni di euro. Il test nazionale, nelle intenzioni di chi l’ha previsto,  sarebbe stato in grado di effettuare una prima selezione oggettiva ed imparziale delle persone che aspirano ad accedere ad una funzione basilare e nevralgica per il futuro della società.

In base a quanto era stato disposto, per superare il test (e accedere quindi alle prove successive gestite solo dalle commissioni esaminatrici) era indispensabile rispondere in modo esatto ad almeno 42 dei 60 quesiti proposti. Comunque al termine di tutte le prove è risultato che mediamente solo il 30% era riuscito a superare tale soglia, con punte minime del 3% di ammessi nelle classi di filosofia e di francese. Pare che non poche domande fossero esageratamente circostanziate, oppure formulate in modo ambiguo se non addirittura errate scientificamente. Di fatto in alcune materie gli ammessi alla seconda prova sono risultati perfino in numero inferiore ai posti disponibili. “Bene” -si sarebbe potuto osservare- “la selezione, sia pure con un metodo grossolano, sia pure malamente (a causa degli svarioni dei 145 presunti esperti ministeriali), in qualche misura ha funzionato!” Nelle situazioni in cui erano rimasti dei posti vacanti sarebbe bastato attingere alla lista dei non ammessi in ordine di punteggio decrescente.

E invece no. Siamo in Italia: non solo nel nostro Paese si pecca di approssimazione e incompetenza ogni qual volta occorra una seria e rigorosa organizzazione collettiva, ma le soluzioni troppo semplici, senza possibilità di inciuci posteriori e cavilli salvifici, non sono nella nostra indole. Gli stessi sindacati degli insegnanti, che pure dovrebbero avere a cuore il prestigio e la qualità dell’Istituzione scolastica, hanno inoltrato ricorsi ed esercitato forti pressioni sul Ministero perché un numero ben maggiore di candidati potesse essere “politicamente” promosso.

Una commissione “riparatrice” si è riunita a partire dal 7 agosto e nel giro di un paio di settimane ha rivisto tutte le domande contestate assegnandovi in ogni caso un punteggio positivo. I quesiti ricorretti sono andati da un minimo di 4 a un massimo di 25 (su 60). Se per alcune classi di concorso era stato ammesso solo un partecipante su cinque, alla fine dell’operazione “agostana” solo uno su cinque è stato escluso. In definitiva la montagna ha partorito il topolino.  Come osservava un mio collega insegnante, di tutto questo dispendio di tempo e di risorse, sia pubbliche che private, se ne poteva fare forse a meno. Viene però da rammaricarsi, perché  la mancanza di meritocrazia è la radice di tutti i mali dell’Italia. Inoltre proprio nel sistema della pubblica istruzione sarebbe più importante che altrove che le regole preordinate non fossero eluse, che il riconoscimento del merito non fosse tradito.

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giuseppe di siena

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