Fiom-Cgil Lazio, manifestazione a Cassino (Fr)

Ieri si è svolta a Cassino (Fr), così come in altre città d’Italia (Bari, Bologna, Bolzano, Cagliari, Firenze, Lanciano, Massa, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Torino) una manifestazione indetta dal sindacato Fiom-Cgil per protestare contro i nuovi piani di Sergio Marchionne. Come è noto, il dirigente della Fiat negli ultimi tempi sta prendendo di mira uno stabilimento alla volta (Termini Imerese, Pomigliano D’Arco, Mirafiori) per  modificare il contratto di assunzione e rendervi via via più gravose le condizioni di lavoro per gli operai.

La manifestazione di ieri è stata per Cassino probabilmente la più grande dal dopoguerra fino ad oggi. Si è stimato l’arrivo di circa 7.000 persone.  Impiegati e operai non solo del frusinate ma, come si poteva cogliere dalle bandiere e dagli accenti tra la folla, anche da Latina, da Roma, da Rieti, da Viterbo, dalla Campania. A questi si è aggiunta la partecipazione di molte persone estranee al mondo del lavoro dipendente o del sindacato. Tra gli altri gli studenti universitari, i quali avvertono in modo perspicace come la battaglia di Marchionne non sia solo una prova di forza interna agli stabilimenti Fiat, ma metta in gioco i valori e le strutture economiche della società stessa in cui si vivrà nell’immediato futuro.

La Fiat di Cassino, con i suoi 4.400 addetti rappresenta una sorta di colosso in un’area, quella del basso Lazio, non molto prospera dal punto di vista industriale. Si stima che la presenza della Fiat generi un indotto di circa 15.000 occupati. A differenza di Mirafiori, nello stabilimento di Cassino la Fiom-Cgil è solo il quarto sindacato, con 5 rappresentanti su 36. C’è stata molta incertezza su quale sia stata l’effettiva partecipazione degli operai allo sciopero (15% – 65%). Comunque i quotidiani riportano che la produzione di auto giornaliera è stata dimezzata, passando da 460 a 230 vetture.

Tra i politici di rilevanza nazionale, spiccava tra la folla Antonio Di Pietro. Il molisano  si è concesso  senza scorta alle interviste e alla gente, con la stessa proverbiale schiettezza che lo contraddistingue quando si mostra in televisione. Accanto a lui, la consigliera regionale Anna Maria Tedeschi, battagliera rappresentate del cassinate per l’Italia dei Valori. Tra i partiti, sicuramente il più giovanile, numeroso e vivace, era quello di Sinistra Ecologia Libertà, di Nichi Vendola. Dal camioncino si scandiva: “A Cassino non si passa!” Ma al di là dei proclami di evocazione bellica, il corteo si è snodato in modo pacifico in una città pigra e assolata, le strade battute da un vento freddo, qualche  anziana casalinga curiosa e disorientata affacciata ai balconi. Vigilavano le forze dell’ordine, che  presidiavano, tra le altre cose, le sedi dei sindacati che non hanno aderito.

La gran maggioranza delle bandiere sventolanti erano  di associazioni sindacali, ma il corteo sembrava avesse risuscitato d’un sol colpo tutti i partiti e partitini della diaspora dell’estrema sinistra. Difficile enumerarli, ma tra gli altri c’era la “sinistra critica”: così “critica” che sembra aver sostituito lo storico colore rosso con bandiere d’un vistoso viola. La parola d’ordine di tutti è stata la difesa dei diritti dei lavoratori: “Sì al diritto, no al ricatto!” lo slogan di fondo.

Ma al di là dei proclami e delle manifestazioni, bisognerebbe convenire che il miglior modo per garantire -davvero- i lavoratori è solo uno: far funzionare l’economia. Soffermarsi sulla difesa del mero diritto, sia esso il diritto alla pausa, al giorno di malattia o quant’altro di più  importante per la dignità  dell’uomo e del lavoro, rischia d’essere fuorviante. Ha spiegato bene una giovane precaria dal palco: “Il referendum di Mirafiori è stato un ricatto, un ricatto che noi in questa provincia conosciamo bene, perché non abbiamo alternative. Non possiamo decidere, ma solo accettare l’unico lavoro che troviamo. Quando non ci sono alternative, c’è un ricatto” (da Ciociaria Oggi). I politici che ci governano, non dovrebbero limitarsi a fare battute o ad augurarsi che il gruppo Fiat non vada via dalla sua culla italiana. Dovremmo chiederci piuttosto PERCHE’ la Fiat minaccia d’andar via e PERCHE’ altre multinazionali non vengono ad investire in Italia nonostante lo stipendio degli operai italiani sia 1/3 di quello degli operai tedeschi.

Spesso la Cgil è stata accusata di farsi portavoce di battaglie “politiche” prima ancora di avere a cuore gli interessi dei lavoratori. Oggi io direi qualcosa di analogo per  Marchionne. Complice un governo consensiente e una crisi economica che rende più debole  il proletariato, Marchionne sta portando avanti una battaglia “politica” senza avere davvero a cuore gli interessi delle aziende metalmeccaniche. Infatti di certo egli comprende che non è spingendo di più gli operai alla catena di montaggio o abbassando il costo del lavoro dello 0,5 % che le fabbriche in Italia diventano più competitive e redditizie che altrove. E’ un sistema Paese che deve riformarsi, snellendo e semplificando la sua amministrazione e  la sua legislazione, intervenendo su tutti i suoi storici  nodi di debolezza strutturale: scuola, università, ricerca, giustizia, trasporti, energia, telecomunicazioni, concorrenza, libertà di impresa, fisco…

Tra le altre cose, servirebbe una stampa libera che da un lato sensibilizzi i cittadini sulle questioni serie e dall’altro stimoli i politici ad affrontare quest’ultime per ricercare un consenso meritato. Ma in proposito ieri sera mi son trovato  a vedere qualche scorcio del Tg1. La manifestazione della Fiom-Cgil, che ha coinvolto centinaia di migliaia di  persone in tutta Italia, è stata liquidata in un servizio di una trentina di secondi o poco più. Nel tempo era compresa una dichiarazione del ministro Sacconi che biasimava lo sciopero,  e la descrizione di alcuni disordini avvenuti a Milano ad opera di ragazzi dei centri sociali.

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giuseppe di siena

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