Nei cinema dallo scorso 5 gennaio, “Che bella giornata” (Italia, 2011) ha già superato i 30 milioni di euro di incasso e sembra destinato ad avvicinarsi ai 50, per collocarsi al primo posto tra i film italiani più redditizi di ogni tempo, dietro solo al film straniero “Avatar” (Usa & Uk, 2009 – 65,7 M€).

Di rado ai nostri giorni, in un prodotto mediatico così popolare, si riesce a scorgere un lavoro artistico di qualità assieme alla tessitura profonda di una bella morale. Nella trama, il musicista  e comico Checco Zalone (nella parte di se stesso) incarna i peggiori difetti dello stereotipo dell’italiano meridionale. Alla simpatia, alla spiccata socialità, alla generosa ospitalità fanno da contrappunto le lacune di istruzione scolastica, il disinteresse per le arti e la cultura, la mancanza di ogni riguardo per le regole di convivenza civile, l’approssimazione nel  lavoro, la spavalderia con l’altro sesso, l’egotismo per il proprio apparire, ben simboleggiato dall’auto fuoriserie modificata  con impianto gpl.

A questi aspetti in qualche modo “tradizionali” della commedia italiana si aggiunge una sottile irriverenza verso le religioni e la gerarchia cattolica in particolare. Motivo quest’ultimo che trova il suo epilogo più dissacrante nella robusta pacca, amichevole ma fin troppo familiare, assestata al papa in una scena in cui il pontefice si trova tra la folla in Vaticano.

Ma al di là degli atavici difetti, il bilancio della forma mentis italiana si riscopre alfine positivo. Il padre che confessa candidatamente di ritrovarsi con l’esercito in missione in Iraq  solo per pagare il mutuo della casa rivela  in modo disarmante lo scarso  amor patrio che contraddistingue noi italiani. Nondimeno nel film traspare il desiderio  –molto italiano- di uno stile di vita spensierato, intenso e socialmente gratificante, con un po’ di presuntuoso etnocentrismo forse, ma aperto, pacifico e tollerante verso tutti, che non si lascia incantare dal fanatismo o dai miraggi di quelle ideologie,  di matrice politica o religiosa, che portano non di rado alla guerra o alla violenza.

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giuseppe di siena

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