La generazione degli anni ’60 e il cemento

Ogni generazione ha i suoi “miti”, bisogna riconoscerlo. Ad esempio gli anziani di 70-80 anni amano appiccare il fuoco ai propri pascoli o alle sterpaglie degli appezzamenti coltivati. Non sono agronomi, né chimici o biologi del suolo, eppure qualcuno deve avergli sicuramente detto che le fiamme rinvigoriscono il terreno e la vegetazione. Comunque, a causa delle leggi dello Stato Italiano e più ancora delle tiranniche leggi anagrafiche, la generazione dei pastori e agricoltori incendiari va lentamente estinguendosi.

La  generazione successiva è quella degli anni ’60. Vissuto l’entusiasmo e l’ottimismo del rapido sviluppo economico, per costoro il mito è il cemento. Perché? Così. C’è chi si commuove davanti a uno sterminato lago d’acqua color verde turchese e chi gongola solo davanti a una spianata di calcestruzzo. Misteri quasi insondabili dell’animo umano.

Forse gli italiani nati in questi primi anni del nuovo secolo “sogneranno” di avere un appezzamento di terra in collina o in montagna, una casetta col tetto in coppi antichizzati appena nascosta tra i boschi o in mezzo agli ulivi, un luogo dove recarsi una o più volte all’anno, zaino in spalla,  ripercorrendo magari le vie di gradini e muri a secco costruite nei secoli col sudore di sapienti maestri della pietra. No, non le troveranno. Saran passati prima i loro nonni degli… anni ’60. E gli avran già lasciato in eredità, ben soddisfatti, la loro bella cementata grigio calcestruzzo.

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giuseppe di siena

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